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 Per  vivere  la liturgia

 

 

  25  luglio:  XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

 

Come Maria di Betania possiamo fare l'esperienza splendida di sederci e metterci in ascolto del Maestro che parla. Il cuore, allora, scopre di sé una nuova dimensione, fino ad allora sconosciuta, un percorso che - stupore! - lo mette in contatto con Dio.
Niente "vocine" o autosuggestioni, credetemi, solo la scoperta dell'oceano su cui passeggiamo senza saperlo.
La dimensione dell'interiorità, del silenzio, della scoperta di Dio passa attraverso l'esperienza della preghiera, una delle esperienze universali dell'umanità.
Ma, ahimè, il cuore dell'uomo tende a possedere, a manipolare, a schematizzare e anche la splendida esperienza della preghiera rischia di essere svilita e sbiadita, ridotta a noiosa ripetizione, a dovere da assolvere, a estremo ricorso in caso di difficoltà.
La Parola di Dio di oggi ci aiuta a capire cos'è la preghiera secondo Dio.

La preghiera è amicizia
La pagina della Genesi è un capolavoro che ci svela il volto di Dio: Sodoma e Gomorra sono due città violente e depravate e Dio decide di distruggerle, abbandonandole al proprio destino. Dio è dubbioso: ormai il rapporto di amicizia con Abramo si è consolidato e decide di parlargli del proprio progetto. Abramo ha un tuffo nel cuore: a Sodoma abita Lot, suo nipote, e inizia una serrata contrattazione. Alla fine la spunta Abramo: se Dio troverà a Sodoma anche solo cinque giusti salverà l'intera città. Sodoma sarà distrutta.
La preghiera è un colloquio intimo, uno scambio di opinioni, una reciproca intesa.
Non una lista della spesa, non un tentativo di corruzione, non una litania portafortuna.
Concepiamo la preghiera come una serie di formule bene auguranti, ma la preghiera è fatta anzitutto di ascolto, l'ascolto di Dio, e di intercessione, intercessione per il mondo, non per i miei bisogni.

La preghiera è fiducia
Gesù ci svela il volto del Padre: è a lui che rivolgiamo la preghiera. Non a un despota capriccioso, non a un potente da convincere. Siamo diventati figli, ci ha detto san Paolo, Dio ci tratta come tratta il suo figlio beneamato. Un buon Padre sa di cosa ha bisogno il proprio figlio, non lo lascia penare. Molte delle nostre preghiere restano inascoltate perché sbagliano indirizzo del destinatario: non si rivolgono a un padre ma a un patrigno o a un antipatico tutore a cui chiedere qualcosa che, pensiamo, in realtà ci è dovuto.
La splendida e unica preghiera che Gesù ci ha lasciato dovrebbe essere la preghiera sempre presente sulle nostre labbra, a cui attingere, preghiera piena di buon senso e di concretezza, di affetto e di gioia, di fiducia e di realismo, ci permette di rimettere al centro la nostra giornata.

La preghiera è costante
Come la vedova della parabola il Signore ci invita ad insistere. Gesù non entra nel merito: forse la questione sollevata dalla vedova è un litigio tra vicini e il giudice ha ben altro di cui occuparsi. Eppure, alla fine, cede. Gesù è sicuro di ciò che dice: se chiediamo otteniamo, se ci affidiamo siamo accolti in un caldo abbraccio dal Padre.
Ma è a un Padre che ci rivolgiamo con costanza?
Leggendo questa pagina sorrido: ho pregato molto nella mia vita e non sono mai stato esaudito. Perché?
Già sant'Agostino si poneva questa domanda e rispondeva mirabilmente: non sei esaudito perché chiedi male, senza l'insistenza dell'amico importuno, perché ciò che chiedi non è il tuo vero bene (Guardandomi indietro, vedo i problemi sotto una luce completamente diversa), perché Dio aspetta ad esaudirti per lasciare crescere in te il desiderio di ciò che chiedi.
Mi correggo, allora: nella mia preghiera non ho mai ottenuto ciò che chiedevo. Ma sempre ciò che desideravo.

Perché no?
Perché non imparare a pregare?
La preghiera ha bisogno di te, anzitutto: come sei, devoto o ateo, santo o peccatore. Ma un "tu" vero, non finto, non di facciata. La preghiera ha bisogno di un tempo: cinque minuti, per iniziare, il tempo in cui non sei proprio rimbambito o distratto, spegnendo il cellulare e isolandoti. La preghiera ha bisogno di un luogo: la tua camera, la metro, la pausa pranzo. La preghiera ha bisogno di una parola da ascoltare: meglio se il Vangelo del giorno, da leggere con calma e assaporare. La preghiera ha bisogno di una parola da dire: le persone che incontri, le cose che ti angustiano, un "grazie" detto a Dio. La preghiera ha bisogno di una parola da vivere: cosa cambia ora che riprendi la tua attività quotidiana?
Venga lo Spirito promesso dal Signore, amici, lo Spirito che ci permette di vedere con uno sguardo diverso anche le cose che ci sembrano indispensabili alla nostra felicità, capendo, infine, che ciò che riteniamo un ostacolo insuperabile non è poi così importante risolverlo e - forse - non è neppure un ostacolo.
Perché, nella preghiera, scopriremo che nulla ci può impedire di dire con verità: Padre.

 

14 marzo: IV Domenica di Quaresima

“Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”

“Costui accoglie i peccatori e mangia con loro” … è Gesù ritratto in questo splendido brano del Vangelo di Luca insieme ai pubblicani e ai peccatori intenti ad ascoltarlo….è il Padre nella Parabola raccontata da Gesù agli stessi scribi e farisei per permettergli di comprendere per chi è l’amore di Dio, a chi il Signore rivolge il suo sguardo… è ciò che risuona con potenza nel cuore di ognuno di noi quando, consapevoli della difficoltà di seguire l’insegnamento evangelico e del nostro andare lontano da Dio, abbiamo bisogno della Parola che ci dona il coraggio di ritornare al Padre, senza paura, senza timore, forti dell’amore del Padre.

Tre i personaggi del ritratto, il figlio più giovane, il padre e il figlio maggiore e tre sono gli atteggiamenti descritti da Gesù: il figlio più giovane col desiderio di allontanarsi dal Padre ricco di tutto ciò che “gli spetta” di eredità, con la voglia di sperperare le sue ricchezze, di vivere in modo dissoluto; il padre in attesa del figlio che lui stesso giudica “morto”, pronto a far festa al suo ritorno, a ridargli la dignità che ha perduto; il figlio maggiore indignato, sull’uscio a guardare incredulo la festa per suo fratello, incapace di comprendere la bellezza di quel gesto del padre e la ricchezza del suo “essere sempre” col padre.

Quante volte abbiamo letto questa parabola? Quante volte abbiamo cercato di trovare in essa un significato più profondo e non l’abbiamo trovato? Quante volte ci siamo semplicemente soffermati su queste tre immagini e, compreso il senso, giudicate come “le solite cose” della nostra fede, siamo andati oltre, abbiamo girato pagina …? Credo tante, possiamo ammetterlo senza vergognarci … leggiamo qua e là che questo è uno splendido episodio della vita di Gesù, uno dei più significativi, dei più importanti per un cristiano … ma non ci troviamo niente di particolare, non ci rispecchiamo con nessuno dei personaggi e poi noi non abbiamo bisogno della commiserazione di nessuno, noi al contrario del figlio non saremmo di certo tornati a casa, costi quel che costi. Quella dolcezza del Padre, poi, quasi ci dà fastidio, il suo far festa senza neanche far terminare la frase al figlio che è tornato, lui ha già capito, lui è felice e basta, lo riveste di splendore, gli prepara un banchetto … che esagerazione! Non si ha il coraggio di dirlo, ma forse lo pensiamo e, forse forse, essendo un brano un po’ lunghetto qualcuno non finisce neanche di leggerlo perché già a metà si rende conto che l’ha già sentito centocinquanta volte e lo conosce bene, quindi … “ciao, giro al prossimo”!! Beh tutto questo può essere vero, non per tutti ovviamente! Capita però a tanti nella vita che spontaneamente, senza neanche troppe motivazioni serie, decidiamo che Dio nel nostro mondo ci sta un po’ stretto, cioè ci occupa troppo spazio, ci ha reso la vita noiosa e poi, tutto quello che sentiamo dirci e ripetere non ci piace più, non ci crediamo più! Tutte quelle “ricchezze” poi…in noi certo non le vediamo .. ci dicono che il Signore ci ama così come siamo, ci ha fatto dono di tante cose meravigliose ma dove sono se la nostra vita continua ad essere così miseramente noiosa o ingiustificatamente drammatica? Dove sono, se ad ogni minuscola difficoltà, cadiamo immediatamente senza opporre un minimo di resistenza? Dove sono, se malgrado il nostro essere attenti e vigili alla voce di Dio in noi, continuiamo a subire ingiustizie, a vivere tragedie che accadono attorno a noi e in noi? Ecco allora che di Dio vogliamo veramente liberarcene! Si vogliamo liberarci di Dio e , con la stessa velocità con cui giriamo la pagina del Vangelo, siamo capaci di trasformare la nostra vita, il nostro rapporto con Lui. Non è che iniziamo a frequentare posti malfamati o sette diaboliche, no assolutamente, ma iniziamo ad essere freddi nei confronti di Dio, iniziamo a vivere lontani da Lui … quando si va via da casa, si inizia col tempo a dimenticarne il profumo, il calore, gli angoli bui e quelli luminosi, si perde la sensazione di protezione e di sicurezza che quel posto dava … è quello che succede anche con Dio, inizia per noi ad essere solo un pensiero momentaneo, ogni tanto facciamo finta di ricorrere a Lui con qualche preghiera detta velocemente e svogliatamente, quanto ritenevamo importante nel rapporto con Lui passa in secondo piano e, di giorno in giorno, abbiamo l’impressione che ci stiamo guadagnando una libertà che prima con Dio non pensavamo di poter assaporare. Tutto ci è concesso, ogni cosa, anche se ci fa tremendamente male, la facciamo tranquillamente, nel rapporto con gli altri e con noi stessi non ci facciamo più tanti problemi, iniziamo a vivere e gestire esclusivamente il quotidiano, senza progetti, senza sogni. Ad un certo punto però accade qualcosa, il figlio minore sperpera tutti i soldi, ma per noi avviene altro: un momento particolarmente doloroso, o una grande gioia, o semplicemente un quotidiano che inizia a stancarci, una libertà che non è poi tanto libera, le verità acquisite che iniziano a fare buchi da ogni lato … ci ritroviamo così a non essere nulla! Possiamo trascorrere anni in questa condizione, disillusi dalla vita, consapevoli che quella libertà tanto ricercata non ci ha portato da nessuna parte, e in più iniziamo a vivere convinti che doveva andare così, che noi non siamo nulla, che in noi non c’è bellezza o ricchezza che possa rendere speciale la nostra vita. Ma ecco che qualcosa ci risuona dentro, il testo dice “ritornò in sé”, iniziamo a renderci conto che “quel nostro andar via da casa”, quel nostro vivere senza Dio è stato uno sradicare dal nostro cuore quell’unica verità che nessuno potrà mai toglierci: l’amore di Dio che abita nel nostro cuore. Eravamo stati capaci di privarci anche di quello, ma ora ne abbiamo fame, ora ne abbiamo bisogno. Chiunque abbia fatto un’esperienza simile, chiunque abbia provato spiritualmente l’abbraccio del Padre potrà raccontare la ricchezza di quel ritorno, lo splendore di quel momento, la commozione dell’incontro … in ogni confessione, in ogni richiesta di perdono, se fatta intensamente, se vissuta consapevolmente possiamo gioire col Padre e avvertire dentro di noi che in quell’incontro qualcosa nella nostra vita è veramente cambiato, Qualcuno ce la sta rendendo più bella che mai, sta camminando con noi, sta vivendo con noi ogni singolo momento. E allora i nostri occhi ancora una volta hanno la possibilità di scorgere il vero volto di Dio, libero dagli aggettivi che gli avevamo etichettato dettati dalle nostre paure, dalla nostra incapacità di andargli incontro, dal nostro desiderio di fare tutto da noi stessi, e forte di ciò che abbiamo imparato nella sofferenza, nella solitudine e nella desolazione di vivere una vita senza Dio. E allora non desideriamo altro che ascoltare, ripeterci, meditare, ruminare la frase forse più bella del Vangelo di oggi, quella che il Padre dice al figlio maggiore, quella che solo un cuore che ama profondamente può sussurrare ad un’anima ferita e desiderosa di essere amata: “tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”!

 

 

28 febbraio: II Domenica di Quaresima

«Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!»

È il Vangelo dell’amore, è il Vangelo dell’intimità, è l’episodio che ci rivela in che modo Dio ama il proprio Figlio, quali prodigi il suo amore compie in quel cuore in preghiera: sono i prodigi di un Dio che ha creato e ora vuole mostrare al mondo la bellezza della sua creazione, lo splendore, la purezza, il fulgore, lo splendore di ciò che ritiene suo, di ciò che gli è intimo, di ciò che Egli ha tratto da sé e sta amando con tutto se stesso. È il segno di ciò che ogni uomo è agli occhi di Dio, è la promessa di ciò che ognuno di noi può diventare se entra in relazione con Dio, stabilisce con Lui un legame, avverte, sente la sua figliolanza con Dio. Gesù cambiò d’aspetto….è l’aspetto di come Dio vede l’Uomo, è il volto di tante persone che, nell’incontro con l’Amore, diventano persone nuove, il loro sguardo è illuminato dalla gioia di sentirsi alla presenza di Dio, il loro aspetto, i loro gesti, la loro capacità di amare prende forma da Dio stesso e acquista una luce che mai prima di allora aveva avuto … è l’incontro che tutto trasforma, è la rivelazione che porta ogni uomo a dare un senso a tutto ciò che vive, è il colore che si dà alla propria vita quando il proprio cuore sente che riposa nel cuore di Dio.

Ognuno di noi è come Pietro, come Giacomo o come Giovanni…discepoli assopiti, discepoli oppressi dal sonno, persone che non hanno la capacità di vedere, non hanno la possibilità di guardare oltre il proprio limite umano; a volte il dolore, le ferite del passato, la fatica di costruire giorno per giorno la propria vita con le sole nostre forze, la condizione difficile che ci viene chiesto di vivere ci assopisce, ci tiene fuori dalla portata di Dio, ci allontana da un progetto, ci nasconde la verità di noi stessi…Gesù viene per riportarci da Dio, Gesù chiama ciascuno di noi in disparte, ci conduce con sé sul monte, ci pone con la sua preghiera alla presenza di Dio, interviene in mille modi nella nostra vita, ad ognuno secondo le modalità più adatte, per mostrarci cosa possiamo essere, per rivelarci qual è la trasfigurazione che ci attende, per rivelarci la bellezza dell’incontro con Dio, per farci sentire nel cuore quale grande amore sta chiamando ciascuno di noi a vivere secondo il meraviglioso progetto del Padre. Allora i nostri occhi si aprono e tutto cambia, ogni aspetto della nostra vita inizia ad assumere un senso, percepiamo nel nostro intimo la bellezza dell’essere con Dio, la grazia di aver ricevuto tutto quanto ci è stato dato di vivere: il bello e il brutto, le gioie e le sofferenze, il dono di una vita e il distacco della morte… tutto è servito per condurci alla sua presenza e l’amore che ne riceviamo, la gioia di quell’incontro quasi ci sconvolge … Pietro non sapeva quello che diceva… ciò che giudicavamo doloroso scopriamo che è grazia, ciò che ritenevamo indispensabile diventa futile, insignificante, ciò che avvertivamo come fatica diventa un peso dolce da portare insieme al Signore e anche le ferite, che tanto male portavano al nostro cuore, diventano la porta che può condurre alla pienezza tutti coloro che ci vivono accanto, che incontriamo lungo la strada. Questa è l’esperienza di Dio che ci attende, è la stessa esperienza che oggi fa Gesù, che oggi ci viene rivelata … ci sentiremo chiamati per nome, ci sentiremo chiamati figli, eletti, prediletti … quando ciò accadrà, trasfigurati dall’Amore, non potremo che rimanere stupiti, attoniti, in silenzio … come chi ha paura che parlando possa svanire il sogno, possa finire la bellezza di ciò che ha vissuto … ma non c’è da temere perché la bellezza non può svanire, l’Amore non può finire … dopo l’incontro inizia il nostro viaggio, dopo l’incontro c’è da scoprire ciò che i nostri occhi prima non erano in grado di vedere … dopo l’incontro resta Gesù solo che continuerà ad accompagnarci lungo il cammino, Gesù solo disposto ancora una volta a caricarsi di quella croce per mostrarci la strada che conduce al Padre.

 

 

21 febbraio: I Domenica di Quaresima

“Non di solo pane vivrà l’uomo”

 

 

Gesù è tentato dal diavolo, è sottoposto ad una grande prova! Dice il testo che il diavolo aveva esaurito ogni sorta di tentazione contro di Lui, le aveva provate tutte verso quel Gesù uomo che si prestava a compiere la sua missione, stava per portare a compimento il suo grande progetto, quello del Padre sulla propria vita. Un progetto importante scritto per ogni uomo, per chi lo sceglie e per chi lo abbandona, per chi lo cerca e per chi vive distrattamente il suo tempo, per chi lo vive con gioia, convinto che sia l’unica strada per dare un senso e un sapore alla propria esistenza e per chi lo subisce con dolore dimentico dell’amore del Padre e cieco della bellezza che in sé produce.

Gesù aveva il potere di trasformare le pietre in pane, Gesù era il Figlio dell’Altissimo e poteva avere il Potere e la Gloria di ogni popolo che abitava la terra, Gesù era ascoltato dal Padre e avrebbe potuto sfidare ogni sorta di pericolo mortale… tentazioni di un uomo, tentazioni cui Dio, fatto uomo, avrebbe potuto cedere, ma Gesù era pieno di Spirito Santo e fu lo Spirito a guidarlo nel deserto, a metterlo di fronte a queste debolezze ed ecco che la Parola viene in suo soccorso, ecco come le parole finali del salmo di oggi, prendono vita proprio in Lui:

«Lo libererò, perché a me si è legato,

lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome.

Mi invocherà e io gli darò risposta;

nell’angoscia io sarò con lui,

lo libererò e lo renderò glorioso».

Lo Spirito agisce in Gesù, il legame filiale che lo unisce a Dio Padre, i quaranta giorni nel deserto, il digiuno avevano permesso a Gesù di fortificarsi, di legarsi sempre più intensamente all’amore del Padre, di andare all’essenziale, di liberarsi da tutto ciò che non era Dio e di riconoscere e fare proprio il grande progetto scritto per Lui, desiderato dal Padre.

Siamo spesso delusi quando nella nostra vita viviamo dei momenti di difficoltà, quando intorno a noi si crea aridità di ogni sorta, spirituale, materiale, di rapporti, di legami…tutto sembra crollarci addosso, ci manca il nutrimento essenziale per la nostra vita, iniziamo a sentire il dolore e il peso della fame: fame di amore, fame di desiderio che la nostra esistenza acquisti un senso, fame di rapporti sani, fame di dare qualcosa di sé al mondo. Ce la prendiamo con Dio, imprechiamo chi riteniamo responsabile dei nostri fallimenti, del deserto che ci circonda. Ma oggi Gesù ci dice altro, oggi ci insegna che in quel deserto non siamo soli, quel deserto è luogo di prova e proprio esso può condurci ad essere persone libere, persone convinte, persone che amano e sanno amare. Oggi Gesù ci viene a ricordare che il deserto, la prova, le tentazioni sono parte della vita di ogni uomo, sono permesse da Dio perché abbiamo estremo bisogno di silenzio, abbiamo bisogno di dire a noi stessi per chi viviamo, chi ispira la nostra vita, cosa ci può rendere veramente felici, cosa è veramente essenziale per noi.

“Non di solo pane vivrà l’uomo”» … ci sono momenti in cui il dolore ci consuma dentro, sembra che l’unica soluzione sia quella di cedere alla tentazione di fare tutto da noi, i valori che da sempre abbiamo nel cuore sembrano abbandonarci, la soluzione ci viene posta innanzi ma sappiamo che è quella sbagliata, che la stiamo accettando solo perché è la più semplice, solo perché abbiamo una grande fame e ci viene offerta l’opportunità di raccogliere quella briciola che placa il nostro vuoto ma non riempie il nostro cuore, non illumina la nostra vita…Gesù ci dice di non cedere, Gesù ci ricorda che non è quella briciola che ci sazia, Lui ha qualcosa di più importante per ciascuno di noi, Lui vuole offrirci quel pane che sazierà per sempre i nostri desideri, quel pane che in noi ridonerà calore e vita agli spazi bui del nostro cuore e trasformerà ogni ferita in dono d’amore per chi incontriamo sul nostro cammino, ma ha bisogno che ciascuno lo scelga consapevolmente, che desideriamo sul serio mangiare del suo pane. Gesù non può essere una scelta tra tante, non può essere una soluzione per i nostri problemi pescata ad occhi chiusi nel calderone che ci circonda. No, Gesù vuole che pronunciamo il nostro si anche nella prova, che decidiamo per lui anche quando non è semplice, purifichiamo il nostro cuore per un amore più grande…

«Se veramente mi ami, mi devi amare anche fra le tenebre. Io mi delizio e scherzo con le anime a me più care e scherzo per amore. … non ti affliggere: se io fingo di abbandonarti, non credere che sia un castigo; ma è una mia invenzione per staccarti affatto dalle creature ed unirti a me. Se ti parrà che io ti discacci, allora invece ti stringerò più forte; quando ti parrò lontano, sarò più vicino. … permetto che ti tormenti il demonio, che ti disgusti il mondo, che ti affliggono le persone a te più care, e con quotidiano martirio e occulto permetto che l’anima tua sia purificata e provata. E tu, figlia mia, pensa solo in questo tempo ad esercitare grandi virtù, chè questo è il momento. Corri per le vie del divino volere, e umiliati, e stai sicura, che se ti tengo in croce ti amo». (Gesù a S. Gemma Galgani)

 

 

14 febbraio: VI Domenica del T.O.

“Beati voi”

Gesù è insieme a tanta gente, erano venuti da lui per essere guariti dalle loro malattie, per ascoltarlo, cercavano di toccarlo … da Lui veniva la guarigione, attraverso di Lui ogni sorta di malattia scompariva, venivano cacciati gli spiriti immondi, ogni uomo ritrovava la sua libertà da ciò che lo opprimeva. Ma ecco che Gesù comprende che tutte quelle persone hanno bisogno d’altro, la salvezza non poteva risiedere solo nella guarigione fisica, non bastava, ognuno di loro sarebbe ritornato alla sua vita, forse per qualcuno di loro non sarebbe cambiato nulla o altri eventi avrebbero potuto nuovamente turbarli, c’era bisogno di annunciare loro l’amore sconfinato di Dio, c’era bisogno di lasciare impressa nel loro cuore la speranza che sempre avrebbe dovuto guidare la loro vita e allora alza gli occhi verso i suoi discepoli e inizia a pronunciare le parole più importanti che un uomo possa ascoltare; sono le parole pronunciate da un Dio che viene a capovolgere le logiche umane, viene ad annunciare ad ogni uomo che il regno di Dio è per i poveri, per gli affamati, per gli afflitti, per i perseguitati, è in essi che il Signore posa il suo sguardo, stabilisce la sua dimora.

Povero è colui che non ha ricchezze di cui vivere, povero è chi vive nella semplicità e accoglie con gratitudine ciò che gli viene offerto; povero è chi guarda al fratello come una persona da amare perché è tutto ciò che può fare per lui; povero è chi si rallegra di ogni cosa e ogni persona che il Signore quotidianamente decide di mettere sulla sua strada; povero è chi non fa grandi progetti ma accoglie con semplicità il progetto di Dio che si intreccia con il suo quotidiano; povero è colui che sceglie di esserlo perché ha una sola ricchezza da custodire con estrema cura: l’amore di Dio.

Ha fame chi non ha da mangiare, chi decide di condividere anche quel poco che ha; ha fame chi sente continuamente dentro un vuoto incolmabile e cerca in ogni cosa, in ogni ambiente, in ogni circostanza di saziare quella fame; ha fame chi non si lascia sfamare dalle convinzioni delle persone comuni ma si mette in cammino per cercare le sue verità; ha fame chi si dona agli altri senza riserve e in questo non trova sazietà; ha fame chi non è mai appagato dalle logiche comuni, chi non si ferma alle apparenze, chi cerca la verità di se stesso, ha fame chi decide di non nutrirsi di altro amore se non quello ineffabile del Signore Gesù Cristo. Ha fame chi ha cercato e si è lasciato incontrare da Dio nella propria vita e attraversa il mondo con una fiamma nel cuore che brucia tutto ciò che cerca di invaderlo e colmarlo di ciò che non è Dio.

È oppresso, piange chi vive nel dolore, chi si è sentito portar via dalla propria vita ciò che la rendeva speciale, unica, chi ha amato con tutte le sue forze e desidera, sceglie di continuare a farlo malgrado la sofferenza. Piange chi nel suo cammino non si nasconde a se stesso ma guarda in faccia al dolore, lo vive, lo affronta, lo analizza, vi penetra fino in fondo. Piange chi decide di essere vicino a chi, come lui, vive una difficoltà; piange chi si commuove e si lascia invadere dall’amore che gratuitamente gli viene offerto, piange chi osserva la bellezza della vita e si lascia da essa stupire. Piange chi affida nelle mani di Dio la propria vita e rispetta i Suoi tempi in docile attesa.

È perseguitato a causa del Figlio dell’uomo chi decide di vivere con verità la propria fede, chi sceglie di seguire Cristo lungo qualsiasi strada è chiamato a percorrere; chi non nasconde il Signore in una libreria impolverata ma ascolta la sua voce che parla e si pone in ricerca per scoprire se stesso e Dio. E’ perseguitato chi fa della propria vita uno strumento nelle mani del Signore per giungere lì dove desidera, consapevole che senza voce, senza mani, senza gambe, senza cuore, senza sguardo il Signore non può venirti a cercare, non può parlarti, non può accarezzarti, non può amarti e non può guardarti negli occhi e ridarti la libertà.

Chi non è povero, chi non ha fame, chi non piange, chi non è perseguitato oggi forse crede di essere un uomo felice, pensa che tutte queste cose rendono triste l’uomo, lo fanno soffrire e pertanto le allontana da sé, crede che sfuggirle sia il modo migliore per vivere pienamente la vita che gli è stata donata. La verità è che sta solo perdendo una possibilità, quella di incrociare il Suo sguardo, di sentire quella forza che ha guidato il cammino di tante persone, sta solo impedendo alla Parola di germogliare nella sua vita per darle un sapore diverso, un colore nuovo … quello che solo il Signore conosce e che può fare di ciascuno una grande meraviglia.

 

 

7 febbraio: V Domenica del T.O.

Gesù non si lascia deludere dai miei difetti

Gesù ha una folla intorno che gli facevano ressa, ma Lui volge lo sguardo altrove: scorge le barche, vede Simone intento a lavare le reti dopo una notte di lavoro infruttuoso…lo ha già scelto Gesù, ha già visto in quell’uomo un suo discepolo, ha già capito che quel cuore ha bisogno di un segno che gli riveli chi è, che gli dica quanto grandi sono le sue possibilità di amare oltre ogni misura, ogni qualsiasi aspettativa. Glielo rivela con la pesca, a rappresentare la vita di quel semplice pescatore, di quel peccatore, come lui stesso si definirà, che ha tanto bisogno di conoscere la verità di se stesso. Gesù sale sulla sua barca, entra nei suoi insuccessi, nelle sue delusioni e ne fa uno strumento di grazia…con esse si discosta dal terreno battuto da altri uomini, si allontana dalla confusione della gente e diventano sede della Parola, luogo da cui provengono insegnamenti di vita per tutti coloro che ascoltano. Quella barca non era servita per la pesca ma aveva permesso a Gesù di parlare proprio al cuore di Pietro, quell’uomo che dopo il discorso del Maestro si sente pronto a fidarsi, a riprovarci. Le delusioni e la fatica di quella notte erano state superate, la Parola di Gesù aveva trasformato quell’uomo, aveva ridato speranza a chi aveva tastato con mano l’insuccesso: “Sulla tua parola getterò le reti”, fu la risposta di Pietro e sono queste parole, questo “si” di Pietro che segnano l’inizio della sua storia di uomo, che trasformano il peccatore in Apostolo di Dio, il pescatore in pescatore di uomini. Gesù non lo delude, sa che Pietro ha bisogno di sapere da chi provengono quelle parole che gli stanno trasformando il cuore, sa che Pietro ha bisogno di conoscere se come uomo peccatore, come uomo deluso può essere oggetto della grazia divina, può avere un’altra possibilità di amare sul serio. Gesù gli dimostra che nulla può costituire un limite alla volontà di Dio, gli rivela che la Parola di Dio … “gettate le reti per la pesca” … non delude mai se viene ascoltata e accolta nella propria vita … “Fecero così e presero una quantità enorme di pesci” …, gli dice che la sua condizione di peccatore non impedisce a Dio di entrare nella sua vita e di scegliere proprio lui prima come uomo da amare e poi come suo discepolo: “non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.

È la storia di Simone, ma è la storia di tante persone che hanno cercato e cercano la vocazione della propria vita, cercano di realizzare il progetto che il Signore ha tracciato per ognuno, desiderano intrecciare il proprio cammino con la Parola di Dio che sempre viene ad interpellare le nostre vite e a chiederci di cambiare rotta, di intraprendere un viaggio in cui noi stessi spesso non crediamo. È la storia di chi avverte che il Signore ha parlato alla propria vita e, contro ogni logica, sente il cuore infiammarsi dentro e decide di seguire Chi è stato capace di rivelargli la propria identità, lo ha chiamato per nome e promette che Lui sarà in grado di realizzare un progetto che va oltre ogni aspettativa umana, oltre ogni umana immaginazione. È la storia di tanti uomini coraggiosi che hanno messo da parte dubbi, delusioni, paure, preoccupazioni e hanno visto in quella voce che ha parlato al loro cuore la possibilità di trasformare la propria vita in dono per molti. Potrà essere anche la tua storia se ti lascerai invadere dallo stupore di fronte al Dio che viene a cercarti tra la folla chiassosa per venire a realizzare nella tua vita il più grande progetto d’amore che mai sia stato compiuto.

 

 

31 gennaio: IV Domenica del T.O.

“..egli, passando in mezzo a loro,

si mise in cammino”

 L'Annunziare ai poveri un lieto messaggio, proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, rimettere in libertà gli oppressi, predicare un anno di grazia del Signore” … senza la vendetta di Dio … il “programma” di Gesù, che appositamente aveva omesso quell’ultima frase del profeta Isaia, vuole portare una novità nelle coscienze, vuole completamente capovolgere le idee comuni di un Dio che pratica la giustizia vendicandosi contro gli oppressori. Il suo obiettivo è quello di accogliere i poveri, i prigionieri, i ciechi, gli oppressi, gli afflitti, dare ad essi la dignità di uomini liberi da ciò che incatena le loro vite, la loro condizione sociale, insegnare alla gente che Dio non è solo per pochi eletti … Dio è per tutti, il Signore ha una proposta di vita per chiunque desidera la salvezza: non importa se non sei una vedova di Israele, il Signore ti raggiungerà ovunque vivi per mostrarti che non c’è carestia che possa impedire a te e a tuo figlio di sopravvivere finchè altra acqua non verrà dal cielo (1Re 17, 7-16) e non importa se tu non sei un lebbroso di Israele, il Signore manderà a te un annuncio di speranza che ti metterà di nuovo in cammino verso la guarigione (2 Re 5, 1-14). È questa la novità che porta Gesù, una novità che dovrebbe ancor più riscaldare il cuore di chi ascolta, suscitare in ciascuno una maggiore speranza … ma purtroppo Gesù è “solo” il figlio di Giuseppe, una prospettiva di vita così grande non può essere pronunciata da un semplice falegname che per di più opera il bene lontano dalla sua terra, dalla sua città natale. Viviamo anche oggi le stesse difficoltà della gente di Nazareth, spesso tentiamo di uccidere Gesù che ci viene a portare una novità nella nostra vita, che viene a chiederci di cambiare prospettiva, di allontanarci dai nostri soliti pensieri, dalle nostre convinzioni che spesso non consentono a Dio di operare nella nostra vita, nel nostro ambiente; allontaniamo il Signore che viene a pronunciare su di noi una Parola di speranza. Preferiamo abbandonarci nelle nostre convinzioni, perseguire delle strade che sono lontane da Dio, chiudere gli occhi e il cuore di fronte alla verità di noi stessi che ci viene annunciata nascondendoci dietro la difficoltà di intraprendere un cammino, lo sforzo di cambiare rotta, la paura di abbandonarci all’amore di un Dio che non fa tanta confusione, che non si manifesta in maniera così eclatante, che non parla attraverso un megafono ad alto volume ma entra in maniera silenziosa nella nostra vita, nel silenzio della nostra stanza, urla senza voce nel deserto del nostro cuore, viene con amorevole e indiscreta presenza ad amarci come nessuno ha mai fatto fino ad ora … ed è proprio questo che vuole insegnarci: ad amare come Lui, a saper fare della nostra vita un dono totale, a desiderare e a ricercare sempre la verità di noi stessi senza temere nulla, consapevoli che Lui conosce ogni nostro pensiero, ama tutto ciò che vive in noi, fortifica ogni nostra debolezza. “Egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino” … il Signore non ha paura delle nostre minacce, non si lascia spaventare dalla nostra inquietudine, continuerà a camminare al nostro fianco, a mostrarci la strada dell’Amore.

 

 

24 gennaio: III Domenica del T.O.

«Oggi si è compiuta questa Scrittura

che voi avete ascoltato»

 

Luca ci assomiglia: come noi proviene e vive in un ambiente lontano dalla spiritualità, come noi è sollecitato da mille stimoli, da novità religiose "alla moda", come noi non ha mai visto Gesù in vita sua, come noi (spero!) è rimasto profondamente coinvolto dalla predicazione di un ebreo di nome Paolo, giunto ad Antiochia per parlare di un tale Gesù morto e risorto, come noi è cresciuto nella consapevolezza che Dio è tenerezza infinita. Leggendo Luca ne rintracciamo l'evoluzione interiore, il percorso, il carattere, così come riusciamo a conoscere le persone quando iniziamo con esse un'intensa corrispondenza.

Luca è stato educato nella religione dei padri, zeppa di divinità capricciose e strane, umorali e biliose, che imitano, nel loro Pantheon, i difetti e i limiti degli uomini. Divinità lontane, incomprensibili, scostanti, messe in ridicolo dall'annuncio di Paolo. Dio è diverso, dice l'ebreo di Tarso, è un padre pieno di tenerezza, che cerca e ama ciascuno dei suoi figli. E Luca ne fa esperienza. Spinto da Paolo, dopo alcuni anni di discepolato, Luca accetta di scrivere un resoconto ordinato delle cose accadute tra le prime comunità. Storico puntiglioso e appassionato, Luca dedica molto tempo ad ascoltare i testimoni diretti e a redigere uno splendido vangelo, il vangelo della mansuetudine di Cristo.

 Luca ha a cuore la sua serietà di storico, ci tiene a confermare la fede in cui è rimasto coinvolto: non sono favole quelle in cui ha creduto, né pie elucubrazioni. Ha dato del tempo, Luca, a questa ricerca e ci tiene a precisarlo. Grande Luca! Fa bene a dirlo: neanche lui avrebbe immaginato che, a duemila anni di distanza, siamo ancora qui a giocare a fare gli intellettuali smaliziati, a guardare con sufficienza le pretese di storicità dei vangeli, a scrutare con arroganza il cristianesimo, a lasciarci turbare (!) dalle affascinanti teorie di un romanziere furbetto. Siamo convinti che la religione sia qualcosa di utile sì, male non ne fa', insegna il bene, ma che in fondo in fondo tutto si risolva in una pia esortazione che non può certo passare al vaglio della storia o della scienza. Il vangelo è e resta uno splendido esempio di libro religioso, Gesù è una figura ammirevole, ma tutto si confonde: morale, favola, dottrina... Luca scuoterebbe la testa, invitandoci a prendere più sul serio la nostra fede, a dedicare del tempo alla nostra preparazione, a renderci conto che la fede va nutrita, informata, capita, indagata. E invece no: le quattro nozioni imparate di malavoglia al catechismo sono, spesso, l'unico approccio al cristianesimo che abbiamo conosciuto.

Salvo poi essere convinti di sapere molto sulla fede: spesso fior di professionisti in tema di fede si impantanano miseramente nell'ignoranza nell'affrontare temi come l'etica, la storicità dei vangeli e amenità del genere! Siamo seri: il problema è la nostra pigrizia, il problema è la dimenticanza: non ci importa della nostra interiorità, non investiamo perché in fondo non ci crediamo. Smettiamola di giocare a fare gli atei, non nascondiamo la nostra mediocrità dietro una pretesa culturale poco seria e documentata, portiamo rispetto per coloro che, davvero, hanno cercato e studiato e indagato. Mondo impigrito, il nostro, che affida ad altri l'analisi per poi mandare a memoria un riassunto delle conclusioni masticate dai tuttologi di turno. Vuoi veramente cercare la fede? Indaga. Cerchi davvero Dio? Informati. Vuoi davvero dare senso alla tua vita? Fidati. Sì perché – ci ricorda Luca – la fede nasce dalla testimonianza di chi ha visto e creduto.

 Gesù inizia il suo ministero nella sinagoga di Nazareth: inaugura ufficialmente la sua missione con un discorso programmatico nel quadro di un'assemblea liturgica, che richiama quella descritta nella I lettura. Dopo che è stato proclamato il brano della Legge, a Lui è concesso di leggere un brano dei Profeti. Nel rotolo di Isaia "trovò" il passo contenuto in 61, 1-2. In questo testo il profeta annuncia il tempo della salvezza, che sarà caratterizzato dal lieto annuncio ai poveri e dalla liberazione degli oppressi. L'incaricato di questa missione la svolgerà con la forza dello Spirito del Signore che agirà su di lui e attraverso di lui. Tale annuncio profetico non poteva non accendere la speranza dell'uditorio: "Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui", in attesa che spiegasse quel passo, incoraggiando ad aspettare con fiducia la salvezza promessa. L'"omelia" di Gesù sorprende e spiazza l'assemblea, perché è di una novità sconvolgente. "Allora cominciò a dire: Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi". La promessa di Isaia si compie proprio in Lui. E si compie "oggi". Il tempo della salvezza è oggi, perché Lui, Gesù, è qui. La salvezza, attesa per lunghi secoli, oggi è qui, è presente nella sua persona. E' Lui che ha ricevuto lo Spirito, è stato consacrato e inviato da Dio. In effetti, è "pieno di Spirito Santo" (Lc. 4,1), che è disceso su di Lui al battesimo e che lo sostiene con la sua "potenza". "Lo Spirito del Signore è sopra di me": Gesù esprime la consapevolezza che tutto nel suo essere e operare è sotto la presa, sotto l'influsso dello Spirito Santo. Non dovrebbe essere così anche di noi? Inoltre, riferendosi a questo passo di Isaia, dichiara che la sua missione messianica e profetica consiste nell' "evangelizzare i poveri". E' questa l'attività centrale nel programma che il Signore ha fissato al suo messaggero in Is.61. Le altre opere che seguono (la liberazione dei prigionieri, dei ciechi e degli oppressi) sono esempi e forme concrete del lieto annuncio ai poveri. Opere che nella presentazione di Luca riguardano soprattutto la liberazione dalle malattie. Con Gesù che predica e opera guarigioni ha inizio l' "oggi" della salvezza. L'ultima opera della serie: "predicare un anno di grazia del Signore". E' l'anno del Giubileo, in cui venivano cancellati i debiti e gli schiavi erano rimessi in libertà. Viene in questo modo evocata la salvezza messianica come il grande condono e la liberazione definitiva. L'attività di Gesù è un'attività "giubilare".

Applicandosi il programma di Is.61, 1-2, Gesù manifesta la scelta che ha fatto dei poveri, sofferenti, emarginati. L'"oggi" non indica soltanto il tempo di Gesù, ma anche il tempo della Chiesa. Essa con l'evangelizzazione dei poveri (annuncio e servizio concreto a quanti soffrono) manifesta l'"oggi" della salvezza messianica. Consente a Gesù di continuare a proclamare storicamente la buone notizia ai poveri. "Quando i cristiani compiono le opere di misericordia, 'è Cristo stesso che fa queste opere per mezzo della sua Chiesa, soccorrendo con divina carità gli uomini' (Paolo VI). Se dunque evangelizzare è fare incontrare gli uomini con l'amore di Cristo, appare evidente che il servizio ai poveri è parte integrante dell'evangelizzazione e non solo frutto di essa". Per questo, è essenziale "misurare il proprio sguardo sullo sguardo di Cristo: è importante dunque l'azione pratica, ma conta ancora di più la nostra partecipazione personale ai bisogni e alle sofferenze del prossimo. Così la carità della Chiesa rende visibile l'amore di Dio nel mondo e rende così convincente la nostra fede nel Dio incarnato, crocifisso e risorto" (Benedetto XVI).

 

10 gennaio: Battesimo del Signore

“Tu sei il Figlio mio, l’amato”

 

Il popolo è curioso, nel cuore di ognuno c’è il desiderio di sapere se colui che sta battezzando è il Cristo, il messia, se quel battesimo che stanno ricevendo sta avvenendo per opera delle mani di un Dio fatto uomo, che sta li davanti a loro…nessuno immaginava che proprio quel Dio, era in mezzo a loro … quel Dio si era veramente spogliato della sua natura divina e voleva diventare del tutto simile all’uomo: chiedeva la stessa cosa che chiedevano i tanti giunti al Giordano. Ha percorso lo stesso cammino dei tanti peccatori, lo farà per tutto il resto della sua vita. Nessun peccato è presente in Lui, ma non vuole sottrarsi a quel gesto di umiltà che compiono tutte le persone davanti a Giovanni… il gesto del battesimo significava una vera conversione di chi lo riceveva, una trasformazione di vita che portava ad essere uomini nuovi: “fate dunque opere degne della conversione…chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare faccia altrettanto; non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato; non maltrattate e non estorcete niente a nessuno…” tutte queste cose diceva Giovanni a quelli che si avvicinavano a lui…poi si avvicinerà Gesù, il Figlio di Dio, colui che battezzerà in Spirito Santo e fuoco…ecco Lui chiede lo stesso battesimo, non vuole essere diverso dagli altri, inizia il suo ministero pubblico e sta lì per chiedere a Dio Padre di donargli lo Spirito Santo, quella forza che lo accompagnerà per tutta la sua missione, che opererà attraverso di Lui per tutta la sua vita terrena. È uno dei gesti più belli e densi di significato di Gesù, è una lezione di umiltà da cui ognuno dovrebbe attingere per comprendere fino a che punto siamo stati amati, siamo stati resi fratelli di un Dio che ci donerà la salvezza, di un Dio che saprà donare completamente la sua vita … è un gesto, è un inizio, ma è proprio questo gesto che ci fa sentire meno soli, che ci fa comprendere come Dio cammina con noi, come Gesù entra realmente nella mia, nella nostra storia senza rifiutare nulla di me, nulla assolutamente nulla di ciascuno di noi. Lui, Dio, desidera essere come me, vuole farmi comprendere che la mia conversione è un camminare al fianco di un Gesù che è anche mio fratello, uomo come me, non al di sopra, non lontano, distante, ma al mio fianco … è Lui che mi accompagna al Giordano della mia nuova vita, la sua umanità mi dice che ho tutte le forze per poterla trasformare, ho tutto ciò che mi occorre per poter salvare la mia vita. Gesù dopo il battesimo entra in preghiera, in unione intima con Dio, chiede lo Spirito Santo a Dio Padre, chiede l’alimento che renderà possibile ogni sua azione, ogni sua scelta: questo lo renderà non solo Figlio ma l’amato! Dio si compiace di coloro in cui abita il suo Spirito, di coloro che sono guidati dallo Spirito nel cammino verso la propria salvezza. La preghiera di Gesù deve dunque insegnarci proprio questo, che non è importante solo scegliere la conversione, scegliere una vita nuova, nella scelta bisogna chiedere continuamente a Dio di essere a Lui intimamente uniti mediante il dono dello Spirito, che permetterà a ciascuno di compiere il suo cammino, ad ognuno di andare incontro al Padre consapevoli del suo amore, consapevoli di essere di Lui figli profondamente amati, profondamente accettati. È questo l’amore di Dio, amore per l’Uomo, per l’uomo in cui abita Dio, per l’uomo che sceglie le sue vie, per l’uomo che desidera volare alto, per l’uomo che prende in mano la sua storia e la trasforma in opera di Dio.

 

 

27 dicembre: Santa Famiglia

“Gesù cresceva in sapienza, età e grazia”

 

Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini. Ha dodici anni Gesù, inizia il suo cammino in mezzo agli uomini: lo ritroviamo nel tempio di Gerusalemme seduto in mezzo ai maestri intento a fare domande, ad ascoltarli, a dare risposte. In questo breve passo del Vangelo di Luca scopriamo il piccolo Gesù nella sua famiglia, è accompagnato dai suoi genitori nelle sue prime esperienze di vita. Vivono a Nazareth e, dice il testo, “stava loro sottomesso”. È l’obbedienza di un Dio alla volontà del Padre, di un Dio incarnato che non disdegna la via umana, quella di ogni uomo che nei primi anni di vita ha bisogno di una guida, di chi si occupi di lui. E’ qui ritratta una famiglia, è la famiglia di Gesù: una famiglia premurosa… “tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”, dice Maria a Gesù quando lo ritrova, dopo tre giorni di ricerca, e la stessa Maria subito dopo dovrà subire un colpo duro, forse il primo messaggio diretto del piccolo Gesù: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ecco che nel cuore di Maria si fa sempre più chiaro quanto speciale sia quel “fanciullo” che sta crescendo, quel fanciullo il cui destino le era stato preannunciato dall’angelo Gabriele: “Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Maria aveva ascoltato queste parole appena qualche anno prima ed erano state proprio queste parole ad aprirle il cuore, a renderla strumento di Dio, a consentirle di aprirsi completamente alla sua grazia. In quelle parole dolci, in quella promessa così importante non si nasconde un “felicità umana”, quella che potrebbe provare una mamma al vedere il proprio figlio realizzato, quella di un padre nel veder crescere il proprio figlio come lui aveva immaginato, c’è qualcosa di più; la felicità di Maria dovrà essere quella di vedere il proprio Figlio inchiodato ad una croce, vedere il corpo e il sangue di suo figlio dato in offerta per gli ultimi, per i peccatori, per il mondo intero. Il re promesso è un Re che non siederà su un trono di tessuti preziosi, il suo trono sarà la Croce, la sua corona sarà una corona di spine. Quella gioia, quella felicità della mamma di Gesù dovremo coglierla allora nel suo silenzio, nel suo serbare nel proprio cuore ciò che Suo Figlio è venuto ad annunciare al mondo, nel suo camminare insieme a Gesù fin sotto la sua croce, senza abbandonarlo mai, condividendo in ogni momento ogni sua scelta, vivendo il suo “avvenga per me secondo la tua parola” quotidianamente nell’obbedienza del Figlio al Padre, nell’accettare sotto la croce la maternità dell’intera umanità. Ecco la famiglia di Nazareth, una famiglia che cammina insieme a Gesù, una famiglia che, dopo aver accolto la nascita di Gesù, non desidera imprigionarlo con le catene del proprio amore ma accetta che quel figlio ha una grande missione da compiere, che quel figlio non è il proprio figlio, ma è il Figlio di Dio, che il proprio grembo, la propria paternità e maternità è un’offerta a Dio, è uno strumento posto nelle mani di Dio per permettergli di realizzare il suo progetto di salvezza per l’umanità intera. La famiglia di Nazareth vive nel silenzio e custodendo nel cuore la volontà di Dio incarnata nel figlio Gesù, la famiglia di Nazareth è ogni famiglia che ha fatto nascere Gesù nella propria casa e che è disposta, insieme a Lui, a fare la volontà di Dio, a gioire anche nel dolore qualora la volontà di Dio diventa incomprensibile, a cercare Dio quando, lungo il cammino, si accorge di averne perso le tracce e a ritornare sui propri passi, in cerca di Lui, disposti ad ascoltare anche parole dure, messaggi di rinuncia, domande che mettono a nudo la propria fragilità, i propri limiti: “perché mi cercavate?” chiede Gesù alla propria famiglia … e tu, “famiglia di Nazareth”, perché hai pensato di aver smarrito Gesù, perché hai creduto che Gesù si sia allontanato dal tuo cammino? Ecco tu conosci dove puoi trovarlo, tu sai dove l’hai lasciato, tu conosci dove Egli opera … avvicinati a Lui nel silenzio, ritorna a Lui e ascolta cosa ha da dirti, accogli la sua volontà sulla tua vita e soprattutto amalo col cuore di madre e padre che hai, accettalo e custodiscilo nel tuo cuore dove Egli ha scelto di nascere.

 

20 dicembre: IV domenica di Avvento

"In fretta": chi ama non indugia

Maria ha accolto Gesù nel suo grembo, ha pronunciato il suo Si…ed ecco che Gesù fa irruzione nella sua vita, nasce dentro di lei e la pone in cammino! Maria nella sua fretta esprime l’opera del Signore nella sua vita, ha bisogno di portare Gesù, ha bisogno di condividere con qualcuno il grande amore che sta vivendo… ora che è diventata donna, ora che sta per diventare Madre, ora che sente in Lei compiersi la volontà del Signore! Che grande dono! Maria conosce la verità, Maria conosce l’opera di Dio, sa cosa è accaduto nel suo grembo, sa Chi sta crescendo dentro di Lei! E’ una gioia incontenibile, una gioia che Lei non può tenere per sé, deve portarla agli altri, deve uscire dalla sua casa, deve mettersi in cammino….va da Elisabetta, sua parente, “in fretta”, sfida il cammino da percorrere malgrado il suo stato interessante…doveva essere preoccupata, Maria, come tutte le donne per il suo bambino ma sa che quel bambino, il suo Signore, ha una volontà più grande, ha da dire al mondo qual è l’essenza di un cristiano, ha da portare agli altri la gioia, quella vera! Ha bisogno di Maria il piccolo Gesù, ha bisogno di Lei per crescere, ha bisogno di Lei per essere portato da Elisabetta… oggi lo dice anche a noi, ci chiede di non restare fermi nel nostro silenzio, nel nostro piccolo mondo, ci chiede di non preoccuparci delle nostre paure, di non temere per le difficoltà…se la strada si fa ripida, se tutto ciò che ci sta accadendo sembra difficile da capire, se dentro di noi sta nascendo un amore che nessuno può comprendere, se abbiamo interiormente pronunciato quel fiat, allora non dobbiamo temere perché il Signore ci sarà accanto, perché il Signore abiterà in noi e colmerà di Spirito Santo le persone cui porteremo il suo mistero, saremo portatori di gioia, portatori di pace. Ma Chi stiamo portando nel nostro cuore? Quale Amore stiamo facendo crescere in questi giorni che ci avvicinano sempre più a quest’evento così importante per ciascun cristiano? Chi ci prepariamo ad accogliere? Quale annuncio ci è stato fatto? Cosa sta venendo a dire alla nostra vita il Signore che si prepara a nascere? Non possiamo non rispondere a queste domande, non possiamo avvicinarci a Gesù bambino e sperare che qualcosa nella nostra vita cambi se non abbiamo pienamente coscienza di quanto sia importante per la nostra vita l’amore di Dio, se non sappiamo quale posto gli stiamo preparando… Maria ha Gesù nel suo grembo, Maria ha posto Gesù nel luogo dove Lui può crescere, può divenire parte indissolubile di Lei, dove può nutrirsi del suo amore di mamma. È senza dubbio un’amore speciale quello di Maria, ma il nostro può essere altrettanto grande perché Gesù è venuto al mondo non per una sola persona, non soltanto per una donna o per i pochi che l’hanno realmente incontrato. Gesù nasce per tutti, è un dono di Dio per chiunque abbia il coraggio e la forza di accoglierlo nella propria vita e sappiamo questo cosa vuol dire…Maria per accogliere Gesù poteva essere lapidata, rischiava che nessuno avrebbe compreso un così grande mistero…una donna che stava coronando il suo sogno di donna, stava per sposarsi. Ecco, non questo ci viene chiesto oggi, Gesù non ci chiede un sacrificio così grande, ma chiede a ciascuno secondo le proprie forze di fargli spazio, chiede a ciascuno di avvicinarsi a Lui unicamente per comprendere la grandezza del suo Amore, unicamente per prendere coscienza di quanto siamo importanti agli occhi di Dio, di quante meraviglie possiamo compiere nella nostra vita se solo ci abbandoniamo a quest’amore, di quanta gioia può nascere nel nostro cuore se solo sentissimo, come Giovanni oggi, l’avvicinarsi di Gesù, la sua presenza costante nella nostra vita. Se facessimo questo non riusciremmo neanche noi a stare seduti, in fretta lasceremmo tutte le nostre tristezze, le nostre preoccupazioni, i nostri limiti e correremmo per le nostre strade con la pace nel cuore, col sorriso stampato sul viso, con la consapevolezza che stiamo compiendo la volontà del Signore.

 

 

13 dicembre: III domenica di Avvento

“Che cosa dobbiamo fare?”

 

“Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” era l’esortazione di Giovanni durante la sua predicazione, ma le folle subito si domandarono: “che cosa dobbiamo fare?” E’ inevitabile, davanti a qualcuno che annuncia la salvezza, davanti a chi dice che “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” non si riesce a resistere, non si riesce a non pensare a se stessi, a come si può partecipare ad un così grande incontro annunciato! Ogni anno, in questo periodo di Avvento, ciascuno si fa la stessa domanda, ogni credente ha questo grande interrogativo nel cuore: “cosa devo fare? Come posso prepararmi all’incontro con Gesù?” E a pensarci bene, questa non è solo una domanda di Avvento, è la domanda che spesso ci poniamo quando ci sentiamo persi, quando percepiamo che abbiamo smarrito la strada, quando sentiamo nel cuore nascere l’interrogativo forte del perché la nostra sempre più frequente tristezza, la nostra difficoltà nell’affrontare un quotidiano troppo spesso faticoso, un quotidiano in cui non avvertiamo, come in questo periodo, l’avvicinarsi di un momento di gioia, la speranza di un incontro che può cambiarci la vita. “Cosa devo fare?” è anche l’interrogativo di chi ritiene di aver incontrato il Signore, di chi, giorno per giorno, vive intensamente l’incontro con Dio… credo che questa domanda alberga anche nei cuori di tanti religiosi, di tanti sacerdoti che quotidianamente devono fare delle scelte, devono prendere delle decisioni che non riguardano solo se stessi, ma intere comunità, persone in difficoltà che necessitano di scelte giuste, persone lontane da Dio che attraverso un gesto, un’attenzione potrebbero avere l’incontro decisivo, potrebbero finalmente ritrovare la strada per la propria salvezza. E’ la domanda di ogni uomo, di chiunque vuole riporre in Dio le proprie scelte, voglia trovare in Dio la propria strada, avverte che solo in Dio si può vivere una vita piena…ci si avvicina a Lui, si avverte che Dio è vicino e ci si chiede come è possibile prepararsi, come possiamo essere degni della sua grazia, del suo dono di salvezza. E Giovanni oggi ci risponde, ad ognuno secondo il proprio ruolo sociale, il proprio compito tra la gente: ai pubblicani, coloro che riscuotevano tributi, chiede di non esigere dalla gente nulla più di quanto previsto e ai soldati di non maltrattare le persone e di accontentarsi delle loro paghe, senza estorcere denaro agli altri. E alla gente comune? Alle folle? Chiede di condividere, chiede di essere caritatevoli con chi non ha da mangiare né come vestirsi. Anche questa è giustizia, è un dovere di chiunque abbia la possibilità più degli altri di vivere degnamente:come ai soldati ed ai pubblicani viene chiesto di svolgere il proprio dovere in maniera degna, secondo quanto stabilito dalla legge, così l’essere socialmente più avvantaggiati di altri è visto come un obbligo di carità nei confronti di chi non ha niente. Essere caritatevoli, essere disponibili, essere prossimi a chi ci vive accanto è un dovere, non è un di più che ci rende preziosi, che ci fa essere migliori degli altri. Tutti possediamo qualcosa e non si tratta solo di ricchezze materiali, forse oggi non abbiamo più bisogno di quelle, non tutti, possediamo delle ricchezze, dei doni che non possiamo non condividere: la disponibilità, anche solo di ascoltare, di essere presenti, un sorriso, anche quando non ne abbiamo voglia, quando siamo imbronciati, un gesto d’affetto, anche quando desideriamo più riceverlo che farlo agli altri, uno sguardo amorevole, anche quando chi ci sta di fronte ci ha fatto soffrire, ci ha feriti, una preghiera, anche quando avremmo voglia di pensare solo a noi stessi…ognuno può essere capace di queste cose, anche il più povero di questo mondo perché queste sono ricchezze che il Signore ha donato a chiunque perché sa che sono quelle ricchezze di cui tutti hanno bisogno: è necessario esserne dispensatori, essere disponibili a sacrificare ogni giorno la propria individualità, il proprio egoismo e aprirsi agli altri nei modi più disparati, ognuno secondo le proprie capacità, i propri doni. È questo che il Signore ci chiede, la fratellanza, il sentirsi sempre in dovere nei confronti del proprio fratello, il sentire che chi ti sta di fronte è qualcuno che ha bisogno di te, anche solo di un tuo semplice gesto. Se solo avessimo la capacità di chiederci, ogni volta che ci troviamo di fronte a qualcuno, cosa potremmo fare per lui probabilmente non avremmo più tempo per giudicarlo, per trovare ciò che in lui non va, un alibi per la nostra indisponibilità. È strano ma il Signore per accogliere Lui ancora una volta ci chiede di accogliere nostro fratello e ci chiede, attraverso i pubblicani e i soldati, di non pretendere più di quanto ci è dato ricevere… quante volte non siamo contenti di nulla, quante volte, pur vivendo nella ricchezza e nella serenità affettiva, desideriamo altro, desideriamo ciò che non possediamo! Il Signore dice di no, il Signore dice di accontentarsi della proprio paga, di essere ben contenti di avere ciò che ci è stato donato. Quanto è difficile questo per chi non ha nulla, per chi vive una grande sofferenza, per chi pensa che la vita non gli ha concesso nulla buono….

«Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia!

Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te

è un salvatore potente.

Gioirà per te,

ti rinnoverà con il suo amore,

esulterà per te con grida di gioia».

 

È questa la promessa, il Signore ti rinnoverà con il suo amore! E cosa c’è di più grande? Quale dono più grande il Signore può fare ad un uomo se non il proprio amore? Con l’amore di Dio nel cuore ogni sofferenza si può superare, ogni ferita può trasformarsi in gioia, ogni difficoltà può essere affrontata con il sorriso e con la serenità di chi ha un grande Speranza, quella che Dio non l’abbandonerà mai. “Gaudete!”, siate lieti, dice san Paolo perché il Signore è vicino!

 

 

8 dicembre: Immacolata Concezione della B.V.M.

“Ecco concepirai un figlio,

lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù

 

Quando si dice che la pienezza di "grazie" di Maria sorpassa quella degli Angeli e dei santi, si è tentati talvolta di immaginare questa pienezza in un modo esclusivamente quantitativo. Vien da pensare: "In una piccola creatura come può esistere tutta questa grazia?...." Questo, da parte nostra, è un errore di immaginazione perché la "grazia" non è un pezzo di oro che aggiungendosi ad altri pezzi costituisce un blocco di oro più o meno considerevole: la grazia non è quantità. La grazia è una qualità. E particolare. Quando la grazia scende su di noi diventa forza, diventa energia. La grazia in se stessa è anche apertura a Dio, apertura che rende una creatura capace di riceverLo. La grazia, quindi, non solo è un aiuto, ma è anche un allargamento: con essa la creatura riesce a ricevere da Dio molto di più di quello che poteva ricevere prima di essere aiutata dalla grazia. Più una creatura riesce a ricevere da Dio, riesce a unirsi a Dio (in una unione personale) più è disponibile a ricevere anche nel futuro. In Maria il grado di unione con Dio sorpassa incomparabilmente quello di tutte le altre creature. Questa unione è un mistero, infatti nella Bolla "Innefabilis Deus" viene detto: nessuno all'infuori di Dio può raggiungerla col pensiero. Noi, sull'argomento, cerchiamo di balbettare, di intuire, ma non sappiamo fare altro. Maria riceve lo Spirito Santo nella "concezione", nell'incarnazione, nella Pentecoste, e... Lo Spirito Santo è una forza che agisce in continuazione quando si è in condizione di riceverLo. Questo concetto vale anche per tutti noi, solo che a volte noi non siamo "aperti" alla grazia perché siamo distratti. Dio manda sempre la Sua grazia, e in alcuni momenti manda grazie speciali, quali "affidi, "incarichi" particolari: la Madonna ha avuto un incarico diverso da quello che può aver ricevuto qualsiasi altra madre. Dio manda le Sue grazie, ma bisogna essere pronti ed attenti a riceverle. Invece, la maggior parte delle volte noi, nella nostra giornata, siamo troppo presi dagli impegni quotidiani e quindi distratti dal pensiero di Dio tanto da non permettere a Lui di fare di noi e in noi quello che vuole. Il nostro grande rimpianto sarà di non aver avuto il coraggio di "fermarci" qualche minuto nella giornata per pregare e per cercare di stabilire un "contatto" con il Signore. Quando Gesù dice: "Pregate sempre" vuol dire: "Mantenetevi sempre in contatto con il Signore perché la Sua grazia vi faccia crescere progressivamente". In Maria la sintonia con Dio c'era già prima del concepimento di Gesù, prima della sua incarnazione. Non bisogna fare grandi o strane cose per essere in sintonia con Dio, basta fare il consueto, ma farlo insieme a Lui e con una coscienza divina (cum-scio = so con Dio), e nello stesso tempo, con una operatività che rispetta lo stile di Dio, cioè l'amore e non l'odio, il risentimento, l'invidia o la "luna" come molti hanno. La parte operativa della Madonna è sempre stata secondo lo stile di Dio che è poi lo stile dell'amore. Amore che non significa (come di solito intendiamo noi) solo un sentimento, amore che significa fare sempre quello che è il bene degli altri: mettere gli altri e non noi al primo posto. Essere in sintonia vuol dire fare ciò che vuole Dio in ogni momento della propria esistenza: non si deve pensare che per il fatto che una persona, una volta in vita sua, fa un atto grandioso, ha risolto il "problema" della sintonia. No!, la vita è fatta di tante piccole cose. Maria avrebbe potuto rifiutarsi di diventare serva di Dio e Madre di Gesù, ma non lo ha fatto perché il suo era un atteggiamento di vera umiltà, di disponibilità (o devozione) a Dio. Chi è devoto è disponibile. La Madonna aveva capito da sempre che nell'amore non si deve cercare solo la propria soddisfazione, o nei migliori dei casi, il proprio arricchimento, fosse anche quello spirituale. Esiste anche l'egoismo spirituale, non solo quello materiale: ci sono delle persone che si arricchiscono spiritualmente e non danno nulla agli altri; persone che non sono disponibili a far arrivare la Parola del Signore agli altri: vanno ai "seminari", ai "deserti", alle settimane di spiritualità.. ma agli altri non sanno dare nulla. E' cercando il bene della persona amata, è donando a lei che si cresce: questo la Madonna lo sapeva e lo metteva in pratica. Più si dà gratuitamente, più si è. Ciascuno di noi cerchi di imitare Maria nell'atteggiamento che è stato la sua caratteristica di sempre: piena di grazia. Preghiamo il Signore che questa diventi anche la nostra caratteristica, se non di sempre almeno dei momenti migliori.

 

 

 

 

6 dicembre: II° domenica d'Avvento

«Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!»

 

“Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” … è il messaggio di oggi, è ciò che Giovanni predicava in tutta la regione del Giordano, quel Giovanni che balzò di gioia nel ventre di Elisabetta quando Gesù per la prima volta gli si avvicinò, “…benedetto il frutto del tuo grembo” esclamò Elisabetta; proprio Giovanni glielo aveva annunciato, dal suo grembo aveva percepito la presenza di Dio, aveva avvertito l’arrivo del suo Dio, quel Giovanni che Zaccaria stesso definirà profeta dell’Altissimo… “andrai innanzi al Signore a preparargli le strade…”. E’ questo il cantico di Zaccaria, proferito appena si sciolse la sua lingua, per dare al mondo un messaggio di speranza, per testimoniare ai presenti l’opera che il Signore andava compiendo… “verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace”! E oggi Giovanni viene ad annunciarci che il Signore è vicino, che la sua gloria sta per manifestarsi. Ci chiede di preparare il nostro cuore, di predisporci all’incontro, di meditare sulla nostra vita perché il Signore verrà per salvarla, verrà per colmare quel vuoto che spesso avvertiamo dentro di noi…quel burrone, quel vuoto sarà riempito, l’Amore di Dio abiterà ogni spazio lasciato vuoto dai tanti silenzi che la morte, il dolore, l’abbandono, il distacco ci lascia dentro; l’Amore di Dio ci aiuterà a scalare i monti delle nostre difficoltà, quelle che faticosamente cerchiamo di affrontare quotidianamente con le nostre sole forze, il Signore renderà meno dura la salita, ci sorreggerà nello sforzo di sfidare quei limiti che noi stessi poniamo alle nostre capacità; l’Amore di Dio ci accompagnerà lungo le strade tortuose e impervie che dovremo percorrere, saranno per noi strade dritte e spianate perché avremo la possibilità di sorreggerci sul Suo braccio, avremo un grande compagno di viaggio che mai ci permetterà di posare un piede in un posto se Lui stesso non l’abbia già testato. Spesso in questo tempo dimentichiamo che quel tenero bambino che stiamo per incontrare è lo stesso uomo che ci fissa dalla Croce, quell’uomo con le braccia aperte sul mondo che ha desiderato più di ogni altra cosa di donare tutto se stesso per amore dell’uomo, per amor mio e per amor tuo! Quell’uomo oggi ti chiede di non riflettere sulla morte, ma sulla vita, la tua vita… quella vita che Lui ha amato più della sua e che oggi forse ha bisogno di essere presa in pugno, illuminata da una luce nuova, amata dall’amore di un Dio che sceglie di essere come te e di donarsi completamente a te. “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” dice Giovanni, è questo il grande annuncio, la buona notizia che quest’uomo che ha incontrato Dio nel suo deserto personale, porta al mondo, grida per le strade del suo mondo. L’eco arriva anche da noi, è questo il tempo del nostro deserto, il tempo in cui nel silenzio e nella preghiera possiamo incamminarci incontro al Signore che viene…lungo il cammino rifletteremo, lungo il cammino ripercorreremo la nostra storia personale, ci sembrerà difficile, avvertiremo il peso di sentirci soli, senza un evidente sostegno ma al termine della strada scopriremo che Qualcuno ha camminato accanto a noi, che Qualcuno ha osservato ogni nostro passo e ci ha tenuti per mano perché il Signore è già venuto, il Signore ci ha già scelti, il Signore, dalla mangiatoia alla croce, non ha mai distolto lo sguardo dal nostro cuore.

 

 

29 Novembre: 1° domenica d'Avvento

«Vegliate in ogni momento»

 

Sono queste le ultime parole di Gesù prima dell’inizio della sua Passione, si rivolge ai discepoli, li ammaestra, li ammonisce. Le ritroviamo oggi all’inizio di questo tempo per noi così prezioso, così importante: è il tempo dell’avvento, è un tempo di preparazione, è il tempo dell’attesa di Gesù che viene incontro all’uomo, di un Dio che diventa uomo, dell’Emmanuel che viene per far brillare la nostra vita, per portare la verità nella nostra storia. L’evangelista descrive il momento del ritorno di Gesù con immagini forti, sconvolgenti. Ci parla di segni nel cielo, di mare in tempesta, di angoscia di popoli, di gente che muore per la paura, per l’attesa di ciò che sarà…mi piace pensare al cuore dell’uomo: ci vedo lo stesso sconvolgimento, lo stesso fragore, la stessa paura quando questo cuore diventa accogliente, quando questo cuore si prepara ad ospitare Cristo, inizia ad assaporare la presenza di Cristo: tutto si sconvolge, tutta la vita, ciò che è stato, ciò che si è vissuto, inizia ad essere visto con occhi diversi…le dissipazioni, le ubriachezze, gli affanni vissuti e tutto ciò che sembrava di aver imparato da essi diventano un peso, diventano un fardello troppo pesante. Siamo davanti all’Amore, Gesù è “l’amore che nasce nel cuore di un uomo”, e davanti a Lui tutto ciò che di sbagliato abbiamo vissuto ci fa paura, ci fa sentire tutta la nostra povertà, i nostri limiti. Ma Gesù non viene per umiliarci, Gesù non viene per appesantirci, viene per liberarci dalle nostre paure, viene per salvare la nostra vita. L’amore non condanna, l’amore non accusa, l’amore non mortifica…l’amore comprende, l’amore sana, l’amore si prende cura, l’amore sostiene, rafforza, valorizza, l’amore libera….ti libera dall’uomo che ti ha tenuto imprigionato,  ti libera dal peccato che ti ha convinto di essere bastante a te stesso, di non essere importante per gli altri, di non essere scelto per la felicità, per una vita piena…l’Amore ti ridona te stesso, per come Lui stesso da sempre ti ha pensato! E’ questo il tempo, è questa l’ora di aprirsi all’Amore…se nel cuore, nella mente avverti una speranza, senti che Cristo può venire anche per te, senti che Gesù sta posando il suo sguardo sulla tua vita allora non fermarti, allora ascolta la tua voce interiore, nel silenzio, nella preghiera… giorno dopo giorno il Signore verrà a trovarti e non ti chiederà “perché”, a Lui non interessa, lo conosce già, ma verrà per ascoltarti, verrà per sentire la tua vita, verrà per amare anche la tua storia. Se il tuo cuore andrà in subbuglio, tu non aver paura, tu non spaventarti perché Gesù calmerà quella tempesta, Gesù porterà il sereno, parlerà al tuo cuore.

“Non abbiate paura, aprite, anzi spalancate le porte a Cristo. Non abbiate paura. Cristo sa cosa è dentro l’uomo, solo Lui lo sa. Permettetegli quindi, vi prego, vi imploro con umiltà e fiducia, di parlare all’uomo. Solo Lui ha parole di vita, di vita eterna!”

Giovanni Paolo II

 

 

22 Novembre: Cristo Re dell'Universo

«Sei tu il re dei Giudei?... Tu lo dici: io sono re»

 

- Osservo i movimenti di Pilato, mi faccio attento ai verbi che il Vangelo riferisce a lui, fin dal primo versetto e lo seguo, perché in questo momento è lui la guida verso Gesù, è lui che apre la strada per raggiungere il mio maestro, il mio re. "Entra di nuovo", "chiama Gesù", "parla con Gesù". Il suo corpo, la sua mente, le sue parole sono rivolti a Gesù, alla ricerca di Gesù, al desiderio di un contatto con Gesù, anche se lui non è consapevole. Se penso alla mia vita, devo ammettere che non sempre sono disposto a tutto questo, che molte volte mi è difficile partire, uscire, entrare, domandare, chiamare, stare in dialogo con il Signore. Perché non faccio mia questa realtà, questa grazia, perché non entro anch'io nel pretorio, in questa piazza troppo quotidiana, forse, troppo squallida e inquinata, impura? Perché non vendo tutto e vado anch'io, così, dietro a Gesù?

- Le parole che Gesù rivolge a Pilato sono molto forti, colpiscono subito al cuore, vanno al centro: "parli da te o parli con parole di altri?"; sembra quasi che mi chieda: "Sei proprio tu che mi cerchi, che mi conosci e mi ami?" Il Signore desidera un rapporto personale con me, vuole incontrarmi in profondità, là dove nessun altro mai potrà arrivare; mi aspetta per uno scambio d'amore reciproco, faccia a faccia, cuore a cuore; Lui non sopporta le lontananze, le nebbie, le indifferenze. Dice infatti: "Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14, 23) e: "Ti fidanzerò a me nella fedeltà" (Os 2, 22), "farò con te un'alleanza eterna" (Ez 16, 60). Quando sono con Lui, quando rimango nel suo abbraccio, nella sua parola, io parlo da me, parlo con il mio cuore, con la mia esperienza, o parlo sempre con parole di altri, con l'esperienza sentita da altri? Sono capace di entrare o di lasciarmi attirare in un rapporto vero, intenso, vitale, con il Signore? E se ho paura di questo, perché? Cosa c'è che mi separa da Lui, che mi tiene a distanza?

- "Consegnato" è una delle parole più forti e sconvolgenti di questo brano e di tutto il Vangelo. Gesù si rivela a me anche come il consegnato, l'offerto, il donato e vive questa realtà in tutta la sua pienezza; incarna in sé questa parola divina per trasfigurarla, per renderla positiva anche per me. Consegnarsi al Padre e quindi a tutto ciò che Egli dispone nella nostra vita, non è perdersi, ma trovarsi, riconquistarsi, per Lui, giorno dopo giorno. Capisco tutto questo guardando a Gesù e seguendolo lungo le pagine della Scrittura. Mi soffermo su questa parola e cerco di mangiarla, di ruminarla e trattenerla nel mio cuore, mettendola a confronto con la mia vita, coi miei comportamenti di ogni giorno. Vedo che è un cammino lungo da percorrere, è una conversione, un cambiamento di rotta. Decido, in questo istante, dentro la grazia della Parola del Signore, di voltarmi indietro e di andare da Lui così, consegnandomi al suo amore, al suo abbraccio benedicente.


- Per tre volte Gesù ripete che il suo regno "non è di questo mondo", invitandomi, così, con forza a passare in un'altra realtà. Ancora una volta Lui mi sconvolge, proponendomi un altro mondo, un altro regno, un altro potere. E' il regno dei cieli, ormai vicino, per il quale occorre convertirsi (Mt 4, 17); è il regno del Padre (Mt 6, 10); è un regno dove non ci sono scandali, inciampi gettati ai fratelli da fratelli, né iniquità (Mt 13, 41); dove il più grande è il più piccolo (Mt 18, 4); dove entra chi è povero (Mt 19, 23). Per vederlo e per entrare in esso occorre farsi nuovi, rinascere dall'alto, dall'acqua e dallo Spirito (Gv 3, 3-5); occorre aspettarlo, conquistarlo, acquistarlo a prezzo di ogni altra ricchezza. E' un regno senza violenza, senza potere. E' diverso: il regno di Dio è totalmente nella luce, nella pace, nella dolcezza e nella vita, perché è "oltre", è "al di là" di ciò che appare e si può costatare come realtà mondana. E', infine, il regno della mitezza e dell'amore, che giunge fino alla croce, come mi insegna Gesù in questi versetti. Mi vengono incontro altre sue parole, in questo momento: "Non potete servire due padroni" e sento che non posso appartenere a due regni; devo scegliere, devo amare l'uno o l'altro, devo camminare su una strada o su un'altra. Dove andrò? Verso dove decido di muovermi? Quale regno sto aspettando, con la speranza nel cuore?


- La battuta finale del brano è stupenda: "Ascolta la mia voce". E' Gesù che parla e che si rivela come buon pastore, che, mentre dà la vita per le sue pecore, continua ancora, instancabile, a parlare loro con quelle sue parole d'amore che sono inconfondibili e inimitabili. Chi mai ha parlato così? Nessuno. "Le mie pecore ascoltano la mia voce" (Gv 10, 27). Io, che corro tutto il giorno per le strade, che sono assorbito da mille lavori, impegni, incontri, dove volgo le orecchie?, a chi sto attento?, a chi penso?, chi aspetto, alla sera, quando sono stanco?, dove mi riposo? Io sono dalla Verità, che è Gesù o da dove prendo origine? Ogni mattina ricevo vita nuova, ma in realtà, da chi mi lascio generare?

 

 

15 Novembre: XXXIII Domenica T.O.

 

« Il cielo e la terra passeranno,

ma le mie parole non passeranno»

 

Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea avevano chiesto a Gesù spiegazioni su come riconoscere il giorno e quali sarebbero stati i segni che avrebbero preannunciato la distruzione del tempio da Lui appena annunciata: “vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà pietra su pietra, che non sarà distrutta”! La risposta di Gesù è quella che sarà chiamata il suo discorso escatologico, la sua predizione del destino ultimo dell’uomo!

Gesù inizia parlando dell’inganno di coloro che verranno nel Suo nome, di guerre, di terremoti, di carestie…. “Ma voi badate a voi stessi!”, esorta; parla delle difficoltà e dei dolori che i discepoli dovranno soffrire per causa sua, per testimoniare e proclamare il Vangelo… “non preoccupatevi di ciò che dovrete dire, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: poiché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo”, rassicura; parla dell’odio che ci sarà tra uomini dello stesso sangue e quello che avranno verso i discepoli a causa del Suo nome… “chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato”, incoraggia!

Parla infine di una grande tribolazione, sta parlando dell’ultimo giorno, quando “il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”… è il grande giorno, è il momento decisivo, è il giorno degli eletti…

Chi avrà perseverato, chi avrà annunciato con coraggio, chi avrà combattuto le proprie guerre personali, chi sarà stato percosso, odiato per causa Sua, chi ha agito in Suo nome potrà gioire, potrà ammirare la potenza e la gloria del figlio dell’uomo … verrà per lui, verrà per riunire tutti nel suo regno, verrà per condurli al cospetto di Dio! … "Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti". E’ una grande speranza, è la Speranza cristiana, è il seme da cui nasce l’impegno quotidiano, la perseveranza nel bene, l’esercizio nella carità, l’amore e il rispetto per i fratelli, il desiderio di donare ogni giorno qualcosa in più di se stessi per annunciare il Vangelo, per portare l’amore di Dio lì dove Dio è dimenticato, bestemmiato, trascurato, sostituito dall’odio, dal potere … dai falsi cristi, dai falsi profeti! Ma Gesù è molto chiaro, questa non è semplicemente una promessa ma un annuncio, un impegno: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”, afferma! E ci chiede di essere vigili, di scrutare i segni, di percepire il Suo avvicinarsi, l’avvicinarsi dell’incontro... “Vegliate!”, ci dirà, per essere pronti all’incontro, per ammirare il Cristo che viene a condurci dal Padre, per essere degni di stare alla presenza di Colui che, vinta la morte mediante il sacrificio di se stesso, può oggi annunciare che ci desidera con Lui, ci vuole nel suo regno per farci godere pienamente dell’Amore infinito del Padre, per rivelarci e consegnarci il senso ultimo della nostra vita … “Per questo gioisce il mio cuore … perché non abbandonerai la mia vita negli inferi … mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra”.

 

 

 

8 Novembre: XXXII Domenica T.O.

«Vi gettò due monetine»

Vi gettò due monetine, un soldo! Signore Gesù chi era quella vedova povera?Chi era quella donna “senza nome” che venne presso il tesoro? Qual era la sua storia? Cosa la spinse a fare quel gesto all’apparenza semplice, povero come colei che lo fece ma ricco, impegnativo, significativo agli occhi tuoi che stavi lì, nel silenzio ad osservare ognuno? È ancora un povero Gesù che mi parla oggi di te, è ancora un povero privato non solo delle ricchezze economiche ma anche dall’affetto dell’amato ad insegnarmi cosa è buono, cosa è gradito ai tuoi occhi… Non ha un nome, Signore, l’hai privata anche di quello, non ha un volto, perché tu Signore non ti sei soffermato a descriverlo, eppure è una donna che oggi mi chiede tanto, interpella la mia fede, mi chiede quanto grande è oggi la mia disponibilità, la mia capacità di accogliere te Gesù, di fidarmi di te. Cosa sono oggi per me le due monetine? Qual è la mia ricchezza più grande di cui faccio fatica a privarmi? Non si tratta di soldi, Gesù, oggi possediamo tante altre ricchezze, siamo legati ad atteggiamenti, a persone, al nostro benessere… le nostre ricchezze possono essere anche i nostri egoismi, il nostro orgoglio, il legame con persone da cui non vogliamo distaccarci… ognuno ha le sue ricchezze Gesù, tutto ciò che crediamo faccia la nostra felicità. Gettarle via…non possiamo accettarlo, Gesù, ci sembra illogico; ti possiamo trovare tutte le ragioni per cui ci sembra invece giusto tenerle con noi, conservarle, perseverare in esse! Ma forse questa vedova oggi mi dice altro, forse oggi, tu Gesù, stai tentando ancora una volta di farmi andare al di là dell’apparenza di un semplice gesto e mi vuoi far scavare dentro di me per farmi comprendere in che modo io possa trovare la vera felicità, la vera gioia! La vedova le gettò…ma le due monetine caddero in un grande tesoro…non è un dettaglio Gesù! Era un tesoro di ricchi, di poveri, di peccatori, di giusti … ognuno ha fatto la sua offerta e quell’offerta non è stata gettata nel nulla ma è diventata un tesoro! Gesù forse vuoi dirmi proprio questo, la mia offerta non è un gettar via, la mia privazione non è un liberarmi da ciò che oggi ritengo possa farmi del bene ma è un mettere nelle tue mani qualcosa che oggi, pur se contribuisce al mio benessere, “alla mia fame” mi impedisce di trasformare la mia vita in un tesoro ai tuoi occhi! E non mi stai chiedendo il superfluo, Gesù, mi chiedi il tutto, mi chiedi ciò che per me è più importante, ciò che io oggi sento essere fondamentale per la mia “sopravvivenza”! Gesù è una questione di fede, Gesù se io non ci riesco è perché forse non mi fido abbastanza, non riesco ancora a credere che tu possa veramente far brillare la mia vita, che Tu hai la capacità di trasformare il gesto di un povero in una ricchezza per molti! Forse il non aver dato il nome a quella vedova, il non aver descritto il suo volto è perché tu, Gesù, hai un sogno… vorresti che quel nome fosse il mio nome, quel volto fosse il mio volto, quelle due monetine il mio tutto…vorresti che io mi spogliassi delle mie ricchezze per diventare povero, delle mie sicurezze affettive, per diventare vedovo … vorresti farmi diventare ricco di un tesoro grande, ricco di Te, solo di Te Gesù!

 

 

1° Novembre: Tutti i santi

«…grande è la vostra ricompensa nei cieli »

È un grande dono il discorso che oggi Gesù fa ai discepoli, è un faro, una via maestra che conduce direttamente “davanti al trono e davanti all’Agnello”; sono le indicazioni per la santità, rappresentano quegli atteggiamenti e quelle impostazioni di vita che identificano i veri Cristiani, coloro riceveranno una grande ricompensa nei cieli.

Chiunque abbia mai letto la storia di un Santo si renderà conto che sono proprio questi atteggiamenti che essi hanno saputo rendere vivi nella loro vita, hanno saputo attuare ciascuno secondo la specifica volontà del Signore nella loro storia. Oggi ognuno di noi è invitato a leggere queste affermazioni, a meditarle, a riflettere sul significato che ciascuna di esse possiede ed ognuno troverà la risposta, l’ambito di applicazione perfettamente inquadrato nel proprio cammino.

Credo che in questa solennità non esista cosa più bella che cogliere questa opportunità per la nostra vita…ognuno di noi è chiamato alla santità, ad indossare quella veste bianca, a prendere un ramo di palma tra le mani e a lodare Dio, ognuno può ricevere quel sigillo che identifica il cristiano salvato e stare al cospetto di Dio. Oggi ci viene detto come fare, oggi attraverso le parole di Gesù possiamo conoscere ciò che il Signore chiede a tutti coloro che desiderano il Paradiso, a coloro che vogliono vivere per sempre alla presenza del Signore.

Leggendo e rileggendo le Beatitudini mi accorgo di quanto difficile sia incarnarle, quanto grande sia ciò che il Signore suggerisce…riflettendo sull’oggi della nostra vita mi accorgo anche che sempre più persone fanno difficoltà a comprenderne il senso e addirittura pensare di farlo proprio risulta essere un’utopia. Il problema è che non ci si crede abbastanza, il problema è che leggiamo le beatitudini dimenticando ciò che abbiamo nel cuore, leggiamo un messaggio d’amore con gli occhi di chi non si sente innamorato, di chi l’amore nel cuore non ce l’ha.

Credo allora che il segreto dei Santi, ciò che fa della vita di un uomo un percorso di santità è la sua capacità di amare Dio con tutte le forze, con tutto se stesso. Se riusciamo a desiderare che cresca dentro di noi questo amore allora qualunque cosa oggi ci sembrerà “un troppo” per noi, diventerà “un troppo poco”, sentiremo che non riusciremo a fare a meno di combattere con noi stessi per riuscire ad incarnare ciò che oggi vediamo scritto nelle beatitudini … la povertà di spirito, la sofferenza, la mitezza, il desiderio della giustizia, l’essere misericordiosi, la purezza di cuore, l’operare la pace, il sopportare con coerenza le persecuzioni nel nome del Signore non possono che appartenere ad un cuore che prima di ogni cosa ama!

L’amore per Gesù è il principio di ogni nostro desiderio per il regno dei cieli, senza l’amore non possiamo desiderare di essere Amati, di vivere alla presenza dell’Amato, di vederLo, di esserene consolati…. È questo che ci spinge a migliorare la nostra vita, ad “assomigliare” sempre di più al beato che oggi Gesù ci presenta come modello di vita, è questo che dà al beato quell’alito di vita che gli permette di abitare in noi. Non apriamo allora questo testo se prima non abbiamo scoperto quanto grande sia il nostro desiderio di amare Dio, e non pretendiamo di amare Dio se prima non prendiamo coscienza di quanto Lui stesso ci abbia amati e continua ad amarci in tutto ciò che facciamo e per tutto ciò che abbiamo nel cuore. Riprendiamo allora tra le mani la sua Croce, meditiamo le sofferenze e l’amore con cui Gesù ha vissuto gli ultimi momenti della sua vita e scopriremo Chi è colui che oggi ci vuole Beati… “sono realmente figlio di Dio!”, esclameremo, sarà il nostro inizio, sarà il primo passo verso la santità!

 

 

25 ottobre  XXX Domenica T.O.

«Che cosa vuoi che io faccia per te?»

 

Bartimèo e Gesù: un cieco e un Rabbunì che si incontrano lungo la strada… l’uno, cieco, mendica, l’altro, un maestro, è diretto verso Gerusalemme, va incontro alla sua Passione e alla sua Morte. Quante cose il cieco non sa di Gesù… ne ha sentito parlare, lo aspettava lungo quella strada chissà da quanto tempo, ma non ha la possibilità di vederlo in volto, di scrutare i suoi gesti, non ha la possibilità di incrociare il suo sguardo, di guardarlo negli occhi, forse ha paura che Gesù vada via insieme alla folla senza che si accorga di lui, ma nonostante questo sa che Gesù solo può cambiargli la vita, lo avverte; sente che quella è la sua occasione per guarire da ciò che lo rende diverso dagli altri, da ciò che gli impedisce di guardare il mondo, di percepirlo in modo diverso. E allora comincia a gridare, malgrado i rimproveri grida ancora più forte! Immagino le strade attraversate da Gesù  che si riempiono della voce di Bartimèo, urla come un forsennato per farsi sentire, certamente lui non può accorgersi di ciò che gli accade intorno ma nel dubbio urla, nel dubbio chiama disperatamente Gesù!

Questa è la fede di Bartimèo, questa la forza nascosta nel suo dolore di essere cieco che gli permette di credere in Qualcuno, che fa crescere nel suo cuore la fiducia in Gesù. Getta via il mantello, balza in piedi perché ha fretta…lascia i suoi spiccioli senza curarsi di nulla e corre verso Colui che l’ha chiamato, verso la salvezza. È bastato questo, Gesù gli fa solo una domanda: “cosa vuoi che io faccia per te”, non gli chiede cosa ha combinato nella sua vita, non lo rimprovera di nulla, non gli chiede quanto ha amato, ma solo cosa desidera da lui…e lo salva! Gesù in quel grido ha sentito oltre, dietro quelle parole urlate ha percepito una fede viva, fervida di un uomo che ha saputo attendere il passaggio di Gesù, pazientemente e al suo arrivo non ha aspettato che Gesù si accorgesse di Lui, ma l’ha chiamato, si è fatto sentire, l’ha implorato: “Abbi pietà di me!”.

È questa la meraviglia, Gesù vede proprio questo nel cuore delle persone…spesso urliamo, stiamo male, desideriamo una vita diversa, una vita nuova e facciamo anche finta di pregare, di chiedere a Gesù di salvarci ma la realtà è che fingiamo, la realtà è che siamo più ciechi di Bartimèo perché non ci rendiamo conto di quando Gesù sta passando nella nostra vita! Eppure Lui passa, Lui attraversa anche la nostra storia ma noi non lo sentiamo, non percepiamo nel nostro cuore che con Gesù abbiamo una grande possibilità, insieme a Gesù possiamo veramente trasformare il nostro cammino. Dobbiamo imparare a vedere come un cieco, a vedere le nostre povertà con gli occhi di chi non può vedere altro che se stesso, il suo cuore perché è quello che Gesù osserva, è quello che Gesù ama, è quello che Gesù salva! E impariamo a gridare a squarciagola perché Gesù potrebbe passare proprio oggi, forse ora e se tu griderai forte certamente ti chiamerà per salvarti, per dirti vai incontro al mondo con un cuore nuovo, un cuore consapevole dell’amore di Dio…non temere di disturbarlo, non temere di rubargli del tempo perché Lui intanto va, non si ferma, continua il suo viaggio nella storia, verso le Gerusalemme che quotidianamente lo attendono per farlo morire ancora una volta, morire d’amore!

 

 

17 ottobre  XXIX Domenica T.O.

 

il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire,

ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti

 

Gesù ha appena annunciato per la terza volta la sua passione "...il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà" ma a quanto sembra non è bastato questo nuovo annuncio per far comprendere ai discepoli il senso della sua "missione" nel mondo, il senso della sua morte in croce. Giacomo e Giovanni fanno una richiesta insensata, inopportuna: vogliono sedere accanto a Gesù nel Regno di Dio! E non lo chiedono anche per gli altri... lo chiedono solo per se stessi tanto da suscitare l'indignazione di tutti gli altri discepoli, segno che il desiderio di primeggiare, di essere degli eletti abita nel cuore di tutti. Forse è proprio con queste parole di Giacomo e Giovanni che inizia la Passione di Gesù, forse questi desideri dell'uomo sono proprio ciò che lo farà soffrire di più, lo porteranno a morire su un Croce: Croce di un Dio che insegna a bere il calice amaro della mortificazione, del sacrificio totale di sè solo per amore dell'uomo.

Chi potrà sedere alla destra di Gesù, nella sua gloria? Gesù provoca e in un certo senso risponde....: coloro che possono bere il calice che Lui beve e essere battezzati nel battesimo in cui Lui è battezzato...! E i due discepoli ancora non capiscono il senso di quest'espressione, troppo accecati dai desideri di essere grandi, di essere primi e rispondono che loro possono farlo! Ma loro non possono realmente farlo, non possono perchè in loro non abita ancora il vero senso del servizio, quello che presto Gesù spiegherà a tutti i dodici: il Figlio dell'uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti!

- Il battesimo di Gesù fu un battesimo per mano di un uomo, Giovanni Battista, che predicava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati e Gesù, sebbene senza peccato, si sottomise al battesimo per obbedienza, perchè quel battesimo era voluto da Dio, istituito da Dio e, aggiungerei, per umiltà; San Paolo nella lettera ai Filippesi scriverà: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce". Gesù umiliò se stesso, Gesù voleva essere in tutto simile agli uomini, pur essendo Dio! Qui invece i due discepoli vogliono prendere il posto di un Dio, desiderano decidere quale posto occuperanno nel Regno...nella loro domanda è insita la loro mancanza di umiltà, la loro diversità con Gesù.

- Poco prima di morire un soldato grida a Gesù: "se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla Croce!", ma Gesù vi resta, Gesù, Figlio di Dio, vuole bere interamente il suo calice per obbedienza, per amore, fino in fondo, anche nella sofferenza più cruda della crocifissione, malgrado gli insulti, le provocazioni degli uomini per i quali lui stava per morire, non si sottrae, ma si abbandona alla volontà di Dio, consegnandosi totalmente nelle sue mani. I suoi discepoli invece lo abbandoneranno, i suoi discepoli davanti all'orrore della sua morte violenta lo rinnegheranno, non saranno con Lui fino alla fine.

In questi piccoli esempi c'è la coerenza di Gesù e la fragilità dei discepoli, la debolezza umana...questo ci fa sentire male, ci sentiamo piccoli davanti ad un mistero così grande, davanti ad una vita che continua a parlare ancora oggi, che ci spinge ad essere migliori. La nostra vita appare povera, insensata, i nostri comportamenti incoerenti, a volte stupidi, pieni di egoismo. Ma Gesù è divenuto uomo per ciascuno di noi, Dio è Padre perchè ama ciò che siamo, con le nostre debolezze, i nostri limiti, il nostro cuore. Gesù non si stanca, Gesù anche oggi ci chiama a sè, affettuosamente, pronto per insegnarci ancora una volta qual'è la nostra missione, quale senso può avere la nostra vita se vissuta nel servizio verso tutti, indistintamente...è questo che ci rende grandi agli occhi di Dio, questa dovrebbe essere la nostra unica preoccupazione. Il resto lo farà Dio, il resto sarà Dio a deciderlo....immagino che accanto a Lui non ci siano solo due posti ma tanti, tantissimi: i nostri e di tutti quelli cui avremo portato anche una piccola briciola del suo amore!

 

 

 

11 ottobre  XXVIII Domenica T.O.

“Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri,

e avrai un tesoro in cielo”

 

“La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio;

essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla,

e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.

Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio,

ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto”.

 

 È il brano della seconda lettura di oggi, è tratto dalla lettera di San Paolo Apostolo agli Ebrei e interpreta pienamente i sentimenti di quel “tale” che corse incontro a Gesù e gli si gettò in ginocchio….quel tale che attendeva il passaggio di Gesù, attendeva di incontrarlo, di guardarlo negli occhi.

Aveva una domanda, qualcosa che lavorava dentro di lui, scavava nel profondo di un’anima che ama Dio, che quotidianamente osserva i comandamenti,

che nella propria vita sta cercando con tutte le proprie forze di farci entrare Dio.

Eppure a quest’anima manca qualcosa, quel tale voleva altro, quel tale sentiva un gran desiderio nascosto dentro di lui cui non sapeva neanche dargli un nome…

l’ha chiamato vita eterna, ma si potrebbe chiamare abitare per sempre alla presenza del Signore,

vivere consapevoli dell’amore di Dio, sentire l’appartenenza a quell’Amore che lo sta divorando dentro…

si avverte nella sua corsa, si avverte nel suo prostrarsi davanti a Gesù, in ginocchio, nella fretta con cui pone la domanda! Vuole sapere cosa deve fare … che altro deve fare!

Gesù avverte tutto questo, lo fissa, mette il suo sguardo nel suo e lo ama! Si, lo ama di un amore tutto particolare, Gesù capisce cosa c’è in quel tale, Gesù ricambia col suo sguardo ciò che fin dalla giovinezza vive come un fuoco che consuma in quel cuore che non trova consolazione, che non sa più cosa fare.

Lo ama! Ed ecco che la parola di Dio diventa come spada, tagliente…penetra nell’anima … discerne i sentimenti e i pensieri del cuore! “Và, vendi quello che hai e dallo ai poveri…e vieni, seguimi!”.

È la richiesta più difficile che poteva fare Gesù a quel tale, è per lui il sacrificio più grande che sente rivolgersi per avere la vita eterna. Si fece scuro in volto, si rattrista. Possedeva molti beni e Gesù gli sta chiedendo di rinunciarvi, di darlo ai poveri, di venderli.

Dov’è la difficoltà, qual è il motivo di tanta tristezza, come mai tutta quell’agitazione, quell’euforia tutto d’un colpo si spegne, muore? “Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto”! è questo il motivo! Gesù in quello sguardo ha compreso cosa mancava a quell’uomo, ha compreso quanto il suo desiderio di avere la vita eterna, la sua offerta quotidiana al Signore nell’osservare i comandamenti, il suo desiderio di piacere a Dio fosse incatenato a qualcosa che non lo lasciava libero, che non gli permetteva di amare liberamente il Signore,

di seguirlo! Le sue catene erano i suoi beni, il suo attaccamento alla ricchezza!

L’osservanza dei comandamenti, la fedeltà alla parola di Dio non bastano a colmare la sete dell’Amore di Dio, il desiderio del cuore di chi ama il Signore! Gesù lo sa e per quanto complesso sia lasciare tutto, liberarsi dalle catene delle nostre ricchezze materiali, umane chiede di farlo, chiede di lasciare tutto, qualunque cosa possa impedire di seguire Gesù, di andare incontro alla vita eterna!

E’ una scelta tanto difficile quanto necessaria se si vuole cancellare quel turbamento,

vincere quella tristezza, spezzare quelle catene perché è l’unico modo per fare un’offerta totale di sé,

per dire al Signore con la propria vita che non c’è nulla cui non si è disposti a rinunciare pur di stare alla presenza di Dio, è un riconoscere per se stessi che Dio solo basta!

Allora Gesù parla di casa, fratelli, sorelle, madre, padre, figli, campi … sono le nostre ricchezze,

a volte possono rappresentare le nostre catene, i nostri vincoli, ciò che ci tiene separati da Dio;

scegliere di lasciare gli affetti, la propria casa, il proprio lavoro per seguire il Signore o semplicemente compiere delle scelte da cristiano che ci mettono contro i nostri affetti ci sembra illogico, contro i nostri sentimenti, è qualcosa che ci divide dentro, che ci fa sentire in colpa, sembra che le nostre scelte possano nuocere a chi ci vive accanto, a chi ci ha sempre amati … e ciò fa soffrire, lacera il cuore.

Ma Gesù è chiaro, Gesù non chiede qualcosa senza dare a ciascuno la forza e la speranza di riuscire in ciò che sta chiedendo: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

E’ questa la speranza, è questo ciò che deve guidare chi sceglie per il Signore, chi compie un’offerta totale di sé, chi in Dio ripone tutta la propria ricchezza! È questa la ricchezza più grande di un cristiano: la consapevolezza che il Signore saprà trasformare ogni cosa, che anche ciò che noi riteniamo impossibile può diventare in Dio possibilità, futuro, certezza…già ora, in questo tempo!

 

 

27 settembre:  XXVI Domenica T.O.

«Chi non è contro di noi è per noi»

Lo scenario del Vangelo di oggi è lo stesso della settimana scorsa: Gesù sta attraversando la Galilea e, lungo la strada, istruisce i suoi discepoli. Sono diretti a Gerusalemme e lì non ci sarà più tempo per Gesù di parlargli in tal modo, ha bisogno di farlo ora, lungo il cammino. Attraverseranno molte regioni, tanti villaggi perché la strada per Gerusalemme sarà molto lunga…troviamo un Gesù confidenziale e un Gesù che ammonisce, che parla dritto al cuore dei suoi discepoli. In queste domeniche Gesù entrerà anche nel nostro cuore e ci insegnerà la strada da percorrere per giungere alla verità che solo nella Croce troverà la sua dimora, la sua completa rivelazione. Ma bisogna prepararsi alla Croce per comprendere la verità in essa nascosta, per riconoscervi inchiodato il Figlio di Dio e con Lui il mistero racchiuso in questo dono d’amore, in questo gesto per noi di speranza e insieme di salvezza.

Gesù oggi ci parla di una grande famiglia, una famiglia allargata: è la famiglia riunita in Suo nome. Nessuno deve impedire che altri possano essere membri eletti di questa famiglia, l’atteggiamento di Giovanni è lo stesso di tante persone che guardano con occhi sospetti chi opera nel nome di Gesù ma senza seguire i suoi discepoli. Non sono i discepoli a rendere possibile di operare nel nome di Dio, ma è Dio stesso a farlo e chi opera nel nome di Dio è nella verità, la sua opera porta frutto perché da Dio desiderata e da Dio concessa. Non glielo impedite dunque, dice Gesù, perché essi, come voi, operano nel nome di Dio e sono quindi per Dio. Gesù è chiaro, cancella dalla mente di chi ascolta ogni equivoco: nessuna opera viene dall’uomo… operare nel nome di Dio significa permettere a Dio di servirsi di noi per compiere meraviglie: nessun miracolo può essere compiuto nel nome di Dio da chi è contro Dio, poiché chi è contro Dio non permette a Dio di abitare in lui e operare attraverso di lui. E chi nel nome di Dio opera il bene, fosse pure un sol bicchiere d’acqua, è da Dio amato, non perderà la sua ricompensa!

Poi Gesù diventa duro, improvvisamente sembra assumere un tono di minaccia…inizia a parlare dello scandalo: “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli”, “Se la tua mano ti è motivo di scandalo”, “se il tuo piede ti è motivo di scandalo”, “se il tuo occhio ti è motivo di scandalo” … tutto il discorso è sulle conseguenze del male, su ciò che lo scandalo provoca in chi lo produce. Sono parole orribili, parole forti, parole che entrano profondamente nel nostro cuore. Sembrano intimorirci, il nostro Gesù inizia a farci paura! Ma se guardiamo dentro queste parole ci accorgiamo che sono parole di giustizia, sono parole che ci fanno paura perché ci ricordano il dolore…sì, il dolore di chi nella propria vita ha fatto anche l’esperienza del male, di chi in un modo o in un altro, con le sue azioni, ha recato del male intorno a sé. Non ci scandalizziamo di questo, anche i santi nel loro cammino di perfezione e di somiglianza a Gesù giudicano se stessi dei grandi peccatori e ciascuno di noi ogni giorno, in tante mancanze può allontanarsi da Dio e cadere in tentazione. Ci sono poi tante persone che vivono in peccato per periodi molto lunghi, che hanno per lunghi anni sprecato la loro vita operando il male per sé e per gli altri….ma le loro storie hanno un valore inestimabile quando il loro cammino si incrocia con quello di Gesù, quando il loro cuore incontra l’amore puro, l’amore che brucia, che riempie la loro vita di un senso nuovo. È nel momento dell’incontro con Dio che il male operato inizia a pungere, a farsi sentire forte, doloroso; il guardarsi dentro diventa allora un sacrificio immenso, sembra di vivere un inferno: è il mettersi faccia a faccia con Dio, è l’aver preso coscienza che può abitarti dentro un grande amore, che uno sguardo si è posato su di te e ti ama come mai hai provato prima…allora tutto si illumina, tutto il buio che attentamente hai tenuto nascosto viene illuminato dall’amore di Dio. Ma in quel buio c’è anche il tuo male e allora soffri, ti penti, hai bisogno che il tuo Dio perdoni le tue scelte sbagliate, ti accolga nella casa dove hai deciso di ritornare, hai bisogno di pregare per le persone cui hai causato del male e, come dice Gesù, saresti disposto a tagliarti una mano, a cavarti un occhio piuttosto che ritornare nel peccato, piuttosto che rivivere ciò che ti ha fatto e ha fatto soffrire. È per questo che allora Gesù ammonisce! Lui è lungimirante, conosce il nostro cuore, sa quanto dolore siamo capaci di farci entrare ma conosce anche la nostra capacità di amare, il nostro bisogno di ritornare a Lui e vivere del suo amore …e allora ci vuole salvi, vuole proteggerci da quelle fiamme che non si estinguono! Ma ha bisogno di te, ha bisogno della tua scelta, ha bisogno che tu dica di no al peccato, che tu sappia rinunciare al male. E non può essere la paura che deve guidare la nostra scelta, non la minaccia che apparentemente si nasconde dietro questo discorso di Gesù…nel nome di Gesù possiamo operare questo miracolo nella nostra vita, sulla Parola di Dio possiamo gettare le reti che ci imprigionano ad un’esistenza senza amore!

 

 

20 settembre:  XXV Domenica T.O.

«Se uno vuole essere il primo,

sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».»

 

Gesù insegna, Gesù oggi cammina accanto ai discepoli, lungo la strada, lontano da chiunque potesse disturbare un discorso importante che Egli deve fare ai suoi discepoli,

a coloro che presto si troveranno soli e increduli di fronte alla dura realtà.

Gesù cerca di prepararli, prova a raccontargli ciò che accadrà, prova a rivelare il disegno di Dio sul Figlio dell’uomo…ma Gesù trova i discepoli impreparati, trova uomini incapaci di comprendere la rivelazione, sordi al disegno di Dio e timorosi di chiedere spiegazioni, quasi a nascondere la vergogna di mostrare al Maestro l’incapacità di accettare, nella propria logica umana, una così crudele realtà: il loro Maestro ucciso per mano degli uomini! Un Maestro, il Messia, il Figlio di Dio non è forse destinato ad essere il più grande tra tutti? Come potrà essere ucciso? Come potrà essere consegnato in mano ai suoi uccisori?

Nella logica umana, nel cuore dell’uomo la grandezza di un uomo equivale alla sua potenza, alla sua capacità di essere al di sopra delle forze umane: il Salvatore dunque non può morire per mano di uomini altrimenti non è il Salvatore, non è il Figlio di Dio!

Anche sulla Croce verrà lanciato a Gesù la stessa provocazione: “Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla Croce!... Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso?”.

Quante volte, dominati dalla paura, dall’incapacità di accettare il nostro cammino, dalle difficoltà che incontriamo per realizzare un progetto, un sogno ci ritroviamo davanti al Signore con animo simile a quello dei discepoli… il Signore non è poi tanto grande, non è tanto buono con noi, non può proprio tutto perché noi glielo chiediamo e lui non risponde, lo imploriamo e Lui sembra non esserci; ci sentiamo trattati ingiustamente dalla vita, sembra che tanti eventi negativi ci siano accaduti senza che noi abbiamo fatto nulla per meritarli… noi che sempre abbiamo pregato il Signore, sempre ci siamo rivolti a Lui con fede sentiamo che la nostra fede vacilla, sembra che il Dio che abbiamo fatto abitare nel nostro cuore ci stia tradendo,

ci stia mostrando un volto duro, un volto mai prima conosciuto.

E forse dentro di noi inizia a maturare l’idea che il Signore non è onnipotente, il Signore non può tutto!

Bisogna giungere a Cafarnao per comprendere!

Se lungo il cammino ci siamo solo soffermati su chi fosse il più grande, su chi potesse veramente contare, entrati in casa con Gesù, nell’intimità con Lui potremo ascoltare una parola importante, potremo raccoglierci e meditare su ciò che Gesù ci rivela del Figlio dell’uomo: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» e ancora, dopo aver abbracciato un bambino: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

È questa la logica di Dio, è questa la grande rivelazione che deve scuotere i nostri cuori,

è questo ciò che non dovrebbe farci dormire la notte, dovrebbe spronarci continuamente “sulla strada”

della nostra vita: essere servitori di tutti, essere gli ultimi!

La morte in Croce di Gesù è morte di un “ultimo”, è morte di un miserabile! Gesù è il più grande perché ha saputo mettersi a servizio dell’uomo, Lui che era Dio ha saputo donare tutto se stesso per l’uomo, la sua morte ce lo rivela, le sofferenze che ha patito, gli insulti e gli oltraggi ne sono il segno.

Tutto è mosso dall’amore, un amore grande, infinito…il servizio non può che nascere dall’amore, da un amore che non chiede nulla per sé, che non ha bisogno di sentirsi “importante”, il “più grande” perché il suo unico interesse è donarsi, è ricercare il bene dell’altro, a qualunque costo, anche al costo della vita.

E’ questa la grandezza di Dio, è questo che oggi Gesù cerca di ripeterci, di farci comprendere…l’accoglienza che ci chiede dei bambini è in fondo l’accoglienza dell’ingenuità, della purezza, dell’abbandonarsi…ci chiede di accogliere e fare nostro ciò che nel bambino è così palese, così chiaro:

il bambino da solo non può nulla, ha bisogno dei genitori, ha bisogno di amore, ha bisogno di qualcuno che si prenda cura di lui…se riuscissimo a sentire la paternità di Dio, saremmo come bambini guidati dall’amore di un Dio che mai ci abbandona e mai desidera che la nostra vita si perda nel nulla;

tanti avvenimenti della nostra vita, tante storie sapremmo allora accoglierle certi che anche quegli avvenimenti, anche quelle difficoltà hanno un senso per il nostro cammino che oggi non comprendiamo,

ma che siamo disposti ad accettare perché sappiamo che nostro Padre le permette per qualcosa di più grande, per qualcosa che noi oggi non siamo in grado di comprendere e, come bambini,

ricambieremmo con un sorriso, con un abbraccio che solo in Dio può trovare consolazione!

 

 

13 settembre:  XXIV Domenica T.O.

«Chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà»

 

Gesù è con i suoi discepoli, è in cammino verso Cesarèa di Filippo, tanti miracoli ha già compiuto Gesù: il cieco di Betsaida, il sordomuto di Sidone, la ragazzina posseduta da uno spirito immondo nella regione di Tiro e Sidone, i tanti malati nel paese di Genesaret…Aveva compiuto le due moltiplicazioni dei pani, aveva dato tanti insegnamenti, aveva camminato sulle acque…tanti, tanti prodigi! Ora Gesù, lungo la strada, chiede ai discepoli cosa pensa di lui la gente e soprattutto cosa loro pensano di lui. Ad una prima lettura sembra che Gesù voglia semplicemente capire cosa hanno compreso di Lui, che esperienza hanno fatto di Gesù le persone che hanno assistito a tutti i suoi prodigi, che gli sono stati vicino in ogni circostanza, le persone che Lui stesso aveva accuratamente scelto. Pietro sembra non deludere Gesù, sembra che Pietro abbia capito profondamente chi è Gesù: “Tu sei Cristo”, risponde, senza esitare, tu sei il messia, l’unto, l’inviato di Dio, il Salvatore. Questo Pietro pensa di Gesù, questo è ciò che in tutto il tempo  è andato maturando nel suo cuore, questa la convinzione più grande a cui è giunto quest’uomo, questo discepolo che aveva camminato sulle acque con Gesù, che l’aveva già riconosciuto come Figlio di Dio! Pietro ha detto a se stesso chi è la persona che gli cammina accanto, chi è quell’uomo che gli ha cambiato la vita, che un tempo lo aveva attirato a sé promettendogli di farlo diventare pescatore di uomini…è un passo importante per la vita di Pietro perché riconosce la vera natura di Gesù, riconosce che Gesù è il messia, Gesù è inviato da Dio per la salvezza del suo popolo. Pietro lungo la strada verso Cesrèa fa ciò che ogni uomo di fede dovrebbe dire innanzitutto a se stesso: chi è Gesù per te? Chi è Gesù nella tua vita? Che ruolo dai a Gesù nella tua storia? Se non sappiamo rispondere a queste domande, se non abbiamo ancora maturato dentro di noi chi è Gesù per noi non riusciremo a trasformare la nostra vita, non permetteremo a Dio di entrare pienamente nella nostra storia. Pietro l’ha compreso, ha riservato uno spazio speciale a Gesù, l’ha definito il messia, colui che è venuto per cambiare radicalmente la vita di ogni uomo. È questo che spinge Pietro a seguire Gesù, è questo che dà la forza ai discepoli di andare incontro ad ogni pericolo insieme a Gesù, di testimoniarlo in ogni dove. Ed è questa convinzione, maturata nel nostro cuore, che potrebbe permetterci di fare il grande salto di qualità, di dare un sapore diverso a tutto ciò che facciamo, a tutto ciò che viviamo quotidianamente perché, con questa convinzione nel cuore, non riusciremmo a non portare Gesù in ogni nostro gesto, non riusciremmo a contenere la gioia di aver scoperto chi può donarci veramente il senso della nostra esistenza.

Gesù però non si ferma a questa domanda, sa che Pietro, come ogni uomo, deve fare ancora un passaggio, deve ancora comprendere veramente cosa significa seguire Gesù, cosa significa far entrare Gesù nella propria vita, cosa comporta dire a sé stessi che Gesù è il Cristo: parla per la prima volta della Passione, delle sofferenze che dovrà patire, del rifiuto dagli uomini, della morte! E Pietro non comprende, Pietro lo rimprovera, in disparte, nel segreto…è anche il nostro atteggiamento, è il nostro modo di fare quando incontriamo le difficoltà, rimproveriamo Gesù, nel silenzio del nostro cuore, non accettiamo ciò che riteniamo illogico, ciò che non riteniamo di dover vivere, di dover patire. Ma questa è la logica di Dio: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». È una promessa di salvezza, è un mistero che il cuore dell’uomo non può comprendere se prima non ha incontrato l’amore di Dio, se prima non ha veramente detto a se stesso: Gesù è per me il Cristo! Rinnegare se stesso è in fondo questo: rinunciare alle proprie logiche, fidarsi, lasciarsi andare, dire di no a tutto ciò che ci impedisce di seguire Gesù; perdere la propria vita significa donarla a chi intende trasformarla, salvarla, è un dire si ad un amore più grande che non segue logiche terrene…è Dio che l’ha donata per primo, è Dio che coraggiosamente si avvia sul calvario, è Dio che allontana da sé chi gli vuole impedire di donarsi! La Croce di Gesù e la nostra diventano allora per noi strumento, diventano per noi mezzo di salvezza, la strada che ci porta a Dio!

 

 

6 settembre:  XXIII Domenica T.O.

«Effatà»

Oggi un sordomuto incontra Gesù, viene portato da Gesù…è una persona con una grave infermità:

i suoi orecchi non odono né suoni, né rumori e la sua bocca non emette alcun suono comprensibile a chi gli vive accanto.

Qualcuno ha compassione di lui e lo porta da Gesù convinto che Lui solo può liberarlo da questo male.

Queste persone si rendono conto di quanto sia difficile vivere senza avere la possibilità di ascoltare ciò che ci accade intorno e quella di poter esprimersi, quella di farsi comprendere dalle persone che ci circondano. Se riflettiamo su queste infermità ci rendiamo conto che esse agiscono su qualcosa che è molto importante per le persone: la comunicazione.

Certo esistono tanti modi per comunicare, anche un gesto, un atteggiamento del corpo permette di comunicare, mediante gli altri organi di senso riusciamo comunque in parte a comprendere e a farci comprendere da chi ci circonda. Ma l’ascolto e la possibilità di parlare permettono a ciascuno di noi di esprimersi e di comprendere pienamente noi stessi e gli altri.

Mi chiedo se esistono degli atteggiamenti nelle persone che possono rispecchiare la condizione del sordomuto pur non avendo nel proprio corpo questo problema… credo di si, credo che ci siano tante situazioni in cui ciascuno di noi soffre della stessa infermità pur non essendone cosciente.

Ci capita spesso di incontrare persone chiuse in se stesse, persone che hanno fatto della propria vita un fatto privato, chiuso al mondo; persone che non permettono a nessuno di potergli parlare e che con nessuno riescono a comunicare il proprio vivere, le proprie difficoltà, le proprie gioie…tutte quelle persone che vivono una realtà che non si apre agli altri, chiusa in se stessa; persone che non godono, pur avendone la possibilità, del confronto, dell’ascoltare qualcuno che ha qualcosa da dire alla propria vita.

E ci sono anche persone che fingono di essere completamente nel mondo, che hanno delle ottime relazioni e grandi doti di comunicazione ma stanno semplicemente sprecando l’opportunità che il Signore ci ha dato di sfruttare questi doni perché parlano della propria vita ma non parlano di sé, ascoltano ciò che accade intorno a sé ma non sentono che Qualcuno sta parlando proprio a loro.

E’ come una grande discoteca in cui c’è musica alta, molto alta perché tutti devono sentire, tutti devono emozionarsi, devono farla vibrare nel proprio corpo ma quella musica è troppo alta, ti distrae da te stesso, non ti permette di comunicare. In quella musica spesso esci fuori da te stesso, sembra che sia talmente alta da superare la voce interiore che parla di quello che sei veramente, sembra che ascoltando quella musica riesci a dimenticare qualunque cosa hai nella testa…è l’atteggiamento di chi vuole evadere da sé, non vuole comunicare agli altri ciò che veramente è, cercando un posto dove c’è confusione, dove tante cose possono distrarti. Anche in questo diventiamo come il sordomuto.

È la paura, è il timore di affrontare il proprio io, di scendere dentro le proprie ferite e i propri limiti; ci chiudiamo come un riccio rifugiandoci nel nostro piccolo mondo in cui nessuno può entrare, dove non è necessario dire chi siamo né ascoltare che qualcuno ce lo dica.

Ma arriva il momento in cui Gesù ci chiama in disparte, in cui qualcuno ti vuole portare fuori dalla confusione, fuori dalla folla rumorosa che tu non hai neanche la capacità di ascoltare; arriva il momento in cui Qualcuno vuole guarirti e farti sentire ciò che realmente hai bisogno di sentire e vuole ascoltare ciò che urgentemente tu hai bisogno di comunicare. Al Signore basta toccare i tuoi orecchi e bagnare con la sua saliva la tua bocca, Lui alza gli occhi al cielo e chiede a Dio Padre di darti questa possibilità: Apriti! grida, Apriti e sarai guarito, apriti al tuo Dio e potrai essere te stesso, potrai godere dei doni che ti sono stati dati. Il Signore chiede questo per te, di non restare chiuso, di non essere ripiegato su te stesso altrimenti la tua vita perderà di sapore, perderà di musicalità. Il suo è un grido d’amore per te che vale la pena di ascoltare è un imperativo che se tu riesci a fare proprio vedrai che tutto intorno a te avrà un suono diverso, avrà un gusto e un sapore nuovo!

Allora Effatà sia la parola che oggi noi ascolteremo con maggiore attenzione e mediteremo come parola pronunciata per noi, per ciò che di oscuro e doloroso abbiamo rinchiuso nel nostro cuore! Abbiamo il coraggio di portarlo a Gesù che, in disparte, lo guarirà!

 

 

30 agosto:  XXII Domenica T.O.

Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me.

 

Proviamo a passare in rassegna le tre accuse che Gesù muove contro lo spirito farisaico:

il formalismo, il legalismo, il moralismo.
Il formalismo consiste nel dare la precedenza alla forma più che alla sostanza, all’esterno più che all’interno. Questo capita anche a noi quando ci preoccupiamo più della bellezza fisica che dell’onestà etica, più dell’inquinamento atmosferico che di quello morale, più dell’igiene del corpo che di quella dell’anima; quando ci diamo pensiero piuttosto di essere “belli fuori” anziché “puliti dentro”. Così, viene da chiedersi: è giusto indignarsi per la pedofilia, per la violenza sessuale contro le donne, ma poi, in nome di una malintesa libertà di espressione, approvare e magari, guardandola, far salire l’audience di certa TV spazzatura?


Il legalismo porta a preferire la legge allo spirito, a porre la norma al di sopra del valore, ma anche qui Gesù si è pronunciato con linguaggio tagliente: il sabato è per l’uomo, non l’uomo per il sabato.

Cristo non abolisce la legge, ma va oltre; non si accontenta delle apparenze, ma scende in profondità: guarda al cuore. Una religiosità di tipo farisaico si presta ad essere misurata in termini di “meriti”, ossia di crediti da rinfacciare a Dio. Ma si può pesare e calcolare solo ciò che appare all’esterno. Il legalismo può tutt’al più produrre una osservanza non una obbedienza, una pratica non un amore; al limite il legalismo può esprimere delle belle parole, che rassomigliano però tanto alle perle delle annunciatrici della TV: luccicano, certo, ma sono false. Merita di essere ricordato il giudizio inesorabile dell’ex-fariseo Saulo di Tarso: “Non avete più nulla a che fare con Cristo, voi che cercate la giustificazione nella legge: siete decaduti dalla grazia” (Gal 5,4).


Il moralismo dimentica che il cristianesimo è innanzitutto la bella notizia dell’amore di Dio per noi e riduce tutto a precetti da osservare, a norme da rispettare: un cumulo opprimente di proibizioni e divieti asfissianti. In quest’ottica la salvezza non è più grazia ma merito, non dono ma conquista, non gioia ma penoso dovere e fatica spossante. Il vangelo non è più lieta notizia, ma affanno e angoscia. È inevitabile allora che nell’uomo si crei il complesso del giusto, con la fiducia nelle proprie meticolose osservanze anziché nell’amore benevolo di Dio. Il miraggio disperante dell’autogiustificazione porta inesorabilmente a cercare di farsi belli davanti al Signore, illudendosi di poterne catturare il favore, e spinge a fare di tutto - anche gli sforzi più ostinati - pur di conquistare i suoi premi, piuttosto che accettare di essere amati gratuitamente da lui. Così il cuore si ammala di “sclerocardìa”: diventa duro, calcificato, e ci si fa giudici spietati del cuore degli altri. Quando si dimentica che Dio è misericordia, ci si scorda della propria miseria, e si guarda solo, con occhio inflessibile, a quella degli altri.

 

Affidiamo la conclusione di questa riflessione ad uno scrittore francese, il filosofo esistenzialista ateo, Jean Paul Sartre, superiore in questo a ogni sospetto: “Bisogna aver conosciuto l’amore, prima della morale, altrimenti è lo strazio”. In altre parole: se non crediamo di essere amati da Dio, non riusciremo mai ad amare né lui né il prossimo: uno strazio senza fine.

 

23 agosto:  XXI Domenica T.O.

“Signore, da chi andremo?”

. Le parole di Gesù sul “pane di vita” avevano seminato il vuoto attorno al Maestro di Nazaret.  Dopo la sconcertante promessa di dare addirittura la sua carne da mangiare, la mormorazione contro il rabbi galileo ha contagiato perfino “molti” discepoli, che non riescono a metabolizzare quel linguaggio duro e tanto inquietante del Maestro. “Molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui”, riferisce sbigottito l’evangelista Giovanni. Invece di andare dietro a Gesù, tanti dei primi suoi compagni fanno inversione di marcia e si defilano dal gruppo. Il momento è alto e tesissimo: senza ricorrere ad espressioni-paraurti, Gesù pone l’interrogativo inatteso e scottante: “Forse volete andarvene anche voi?”.

L’umanissima risposta di Simon Pietro, a nome degli altri Undici, è fulminante, quanto la domanda del Maestro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna;

noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.

Anche la 1ª lettura ci riporta un momento decisivo e altamente drammatico della storia di Israele.

 Il Signore aveva eletto il popolo ebraico, lo aveva liberato dalla schiavitù, lo aveva sollevato come su ali di aquila, colmandolo di doni, con benevolenza tenerissima e squisita gratuità.
Ora che questo popolo sta per prendere possesso della terra promessa, il Signore esige una decisione: “Chi scegliete, YHWH o gli dèi stranieri?”. Gli dèi “al di là del fiume”, il Giordano, esigono di meno del Signore, molto di meno, sono molto più accomodanti; non vietano questo e quello; basta qualche agnellino in sacrificio per comprarne il favore bizzarro.

La risposta quel giorno, nella storica assemblea di Sichem, fu: noi scegliamo di servire il Signore!

E così il popolo poté entrare nella terra promessa.

Anche noi siamo stati scelti dal Signore quando ci ha chiamati alla vita e poi ci ha inseriti nella sua famiglia con il battesimo, ci ha ammessi alla sua stessa mensa nell’eucaristia. A nostra volta, abbiamo rinunciato a Satana, ci siamo impegnati a non cedere alla seduzione degli idoli, per scegliere di servire fedelmente il Signore.

 Ma sappiamo il seguito di questa... umano-divina commedia: mentre Lui rimane fedele, noi ripieghiamo facilmente verso il compromesso, cercando di servire tacitamente due padroni. E così la storia va avanti, oscillando continuamente tra i due poli, tra Dio e il nostro vitello d’oro, mescolando fifty-fifty fede e infedeltà, adorazione e superstizione, vangelo e oroscopo, devozione ai santi e adesione ai miti correnti.

Il nostro rischio non è quello di diventare increduli, ma idolatri: non sono idoli seducenti l’avere, il potere, l’apparire? Certo, non siamo tentati di venerare la statua della dea Venere o del Dio Marte,

ma di idolatrare i valori - o presunti tali - della Bellezza fisica, del Piacere a tutti i costi, del Successo senza scrupoli, del Denaro, del Benessere, dell’Immagine, della Moda...
Oggi viviamo in un tempo in cui non possiamo più essere cristiani per abitudine, per tradizione, per convenienza o per convenzione sociale. Mai come oggi ci viene continuamente riproposta la domanda di Gesù: “Volete andarvene anche voi?”. Almeno una volta all’anno la Chiesa ci convoca a rinnovare solennemente la nostra alleanza con Cristo Signore, la notte di Pasqua, e in ogni eucaristia domenicale.
Ma poi di volta in volta, in casa o sul posto di lavoro, a scuola o nel tempo libero, in banca o in ospedale, ci si presentano occasioni in cui non possiamo zoppicare da ambo i piedi, e siamo chiamati a scegliere: o con Cristo o contro Cristo; o per la vita o per l’aborto; o per la fedeltà coniugale o per il divorzio; dobbiamo optare tra l’inchiodare sulla croce il nostro io possessivo e vorace oppure crocifiggerci qualcun altro. La scelta è tanto più necessaria oggi, in un momento in cui, come cristiani, non possiamo assistere impotenti o rassegnati alla crisi culturale e sociale dei nostri giorni. Stiamo vivendo tempi in cui essere cristiani è tornato a costare, ma questo, se rende la nostra scelta più difficile e urgente, la fa risultare anche più preziosa e feconda.

16 agosto:  XX Domenica T.O.

 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo

 

Tutto questo discorso di Gesù è un tutt’uno con quello che abbiamo meditato nelle due domeniche precedenti ed era la risposta di Gesù ad una domanda che la folla gli rivolge: “che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”. A questa domanda Gesù risponde molto semplicemente: “Questa è l’opera di Dio: credere in colui che Egli ha mandato”. Inizia così il discorso che verrà ricordato come il discorso nella sinagoga di Cafarnao in cui Gesù spiega alla folla chi veramente Lui è e qual è la sua opera in questo mondo. Lo dice chiaramente, senza riserve, senza parabole e senza giri di parole. Gesù è il pane vivo, disceso dal cielo!

Aiutaci a capire Gesù! Fa che nei nostri pensieri, nelle nostre occupazioni, nel nostro cuore non ci sia altro desiderio che di comprendere questo grande mistero. Gesù in fondo non ci chiedi altro, ci dici solo di credere in Te, nella tua vita terrena, nel tuo sacrificio d’amore; ci chiedi di comprendere che Tu sei quell’unico pane che può sfamare il nostro desiderio di avere una vita piena. Non abbiamo bisogno di altro, non ci servono segni, non occorrono altre opere. Tu le hai compiute tutte, hai donato Te stesso, hai sofferto per ciascuno di noi, hai fatto della Tua vita un grande gesto d’amore. Ma in fondo Gesù io non ci credo, io non ci ho mai creduto pienamente, malgrado gli sforzi, malgrado Tu costantemente me lo ricordi e non fai mancare alle mie esperienze la tua attenzione, ai miei incontri il tuo sguardo, alla mia preghiera il tuo abbraccio. No Gesù io non ci credo perché in me non c’è la vita, in me non dimora la vita eterna. La tua non è una promessa per un futuro lontano, per la fine dei miei giorni, la tua è parola per l’oggi, per il mio quotidiano…ma la mia vita non è veramente fiorita, la mia vita spesso reclama di essere amata, non c’è ancora spazio per te, non l’ho saputo creare, eppure continuo a mangiarti, eppure mi sforzo di custodirti: mangio ma non mi nutro, bevo ma non mi disseto…

Aiutami a credere che quel pane è la Tua carne per la mia vita! Aiutami a capire che in quel pane ci sei Tu! Tu con l’amore che hai per me, Tu col desiderio di trasformarti in me, di rimanere in me, Tu che mi chiedi solo di fidarmi di Te, di credere con tutte le mie forze alla tua parola… Mi prometti la vita, quella vera, quella vissuta per Te, per l’Amore, e mi prometti che questa vita non finirà, durerà in eterno: un lungo abbraccio, un lungo vivere nel Tuo Amore, un eterno godere della tua luce e della tua grazia.

 

9 agosto:  XIX Domenica T.O.

 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.

Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno

I giudei non credono in Gesù, non riescono a comprendere il mistero che sta dietro la sua nascita (“di lui non conosciamo il padre e la madre? Come può dire Sono disceso dal cielo?) e ancor più a quelle parole di salvezza che mostrano il suo vero volto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. Parole dure, parole difficili, incomprensibili al cuore dell’uomo che si interroga sulla vita, che fa fatica a credere in se stesso, che difficilmente si abbandona con fiducia all’Altro. L’Altro che ti dice chi sei, che ti propone un viaggio, ti sostiene con le parole di un Padre. Il timore dei Giudei di seguire un “falso”, di credere alle parole di una persona che in fondo è “solo” un uomo esprime tutta la nostra incapacità di mettere la nostra vita nelle mani di Dio. In quel mormorio c’è tutta la nostra asprezza, il nostro sdegno, l’ira e le maldicenze di cui parla S. Paolo nella seconda lettura; sono atteggiamenti questi dell’uomo che fa fatica a credere in Dio, che punta solo su sé stesso, che ripiegato in sé stesso non comprende ciò che oggi ci dice Gesù: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato”. E’ questa la consapevolezza che ognuno dovrebbe sentire forte nel suo cuore: è il Padre che ci attira a sé! Il nostro desiderio di bene, di vivere una vita piena di Dio, piena di amore è già segno che il Padre ci sta chiamando a sé, ha posato su di noi il suo sguardo e ha risposto al nostro grido liberandoci dalla paura. Sapere di essere in cammino verso Dio, che i nostri più intimi desideri provengono da Dio risponde a quella mancanza di fiducia di cui parlavamo all’inizio. E’ questo che Gesù vuol far comprendere a chiunque si mette sulle strade del Signore e, per la difficoltà del cammino, spesso tende a gettare la spugna, a sentirsi sfiduciato: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri», grida Elia nel deserto sentendosi minacciato dagli Israeliti, ma è anche il grido di chi quotidianamente sente il peso di un cammino che spesso è difficile da comprendere per chi ti vive intorno, in una società in cui un gesto d’affetto, il desiderio di fare verità, l’impegno per vivere una vita sana e pura, la volontà di dedicare la propria vita agli altri è giudicato segno di debolezza e di stupidità. Ma ecco che il Signore nutrirà quel corpo stanco, quello spirito debole e “Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb” dice il testo. Il nostro pane oggi è Gesù Eucaristia, è il corpo di Gesù che diventa per noi forza nella difficoltà, coraggio nella paura di scegliere per il bene, fiducia in Dio che sempre dona la Sapienza per intraprendere la strada giusta, carità che sempre si rinnova nel cuore di chi malgrado tutto crede che Gesù è quel pane e quel pane è un sacrificio d’amore infinito.      

 

2 agosto:  XVIII Domenica T.O.

 

“Chi viene a me non avrà fame

e chi crede in me non avrà sete, mai!”

Ancora una volta ritroviamo una folla di persone che cercano Gesù, lo cercano ovunque, attendono da Lui qualcosa…e ancora una volta Gesù guarda nel loro cuore e risponde a questa insistenza come colui che conosce profondamente i desideri più nascosti del cuore di un uomo. Alla folla non interessa il quando, non il come… a ciascuno di noi non interessa sapere in che modo il Signore si manifesterà, quale sarà il modo per incontrarlo ma vogliamo sapere il perché, vogliamo conoscere cosa ci spinge a cercare Gesù, quali sono le nostre attese, i nostri desideri, cosa vogliamo veramente da Lui? Ecco che la risposta ce la dà Gesù oggi, ce lo dice chiaramente: voi mi cercate perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Ognuno di noi nella propria vita ha fatto esperienza di Dio, ognuno a suo modo, attraverso un’esperienza di preghiera, attraverso un incontro con una persona speciale, altri nel quotidiano sperimentando la vicinanza del Signore, altri ancora credono di non averlo incontrato, attendono il grande giorno, nutrono un desiderio nel cuore, una speranza che verrà a cambiare il corso della loro storia…è il Signore che agisce, è Dio che ha seminato in ciascuno questo desiderio e, senza accorgercene, ci riscopriamo già alla presenza di Dio, con un cuore che ama. Anche questa è esperienza del Dio che chiama, del Dio che attrae, che attira a sé…del Dio che ama con l’Amore che sazia, che riempie e tutto avvolge. Queste esperienze di Dio, questi incontri con il Signore nel corso della propria vita rispondono al perché di questo lungo cercare, di questa speranza che nutriamo interiormente: abbiamo bisogno di incontrarlo di nuovo, abbiamo bisogno di restare alla sua presenza. E’ l’amore, è la preziosità dell’incontro con Dio, è la sensazione di pace che abbiamo provato, è l’intuizione e insieme la certezza che un Padre ci ama di un amore infinito, così come siamo, senza veli, senza bisogno di maschere, è la consapevolezza che qualunque cosa, qualunque, siamo disposti a mettere nelle sue mani sarà perdonata, sarà trasformata, diventerà seme di salvezza per noi. Dio è tutto questo e molto, molto di più…Lui ci ha donato un Figlio, il pane di Dio! Un Figlio morto per amore, un figlio che ha sofferto fino a dare la propria vita per amor tuo, per tutto ciò che anche tu oggi non hai il coraggio di accettare, per tutte le tue sofferenze che quotidianamente affronti… e muore ancora ogni giorno per le tante mancanze che ognuno di noi ha nei confronti dei fratelli, inchiodato su una croce ma con le braccia spalancate sul mondo, protese verso te che lo stai cercando. Ecco Dio è anche questo! E’ amore donato, è in quel pane che ogni giorno diventa sacrificio d’amore, è in quel vino che ricorda il suo sangue versato. Il pane e il vino con cui noi possiamo nutrire il nostro spirito, possiamo custodire nel nostro corpo e attraverso cui possiamo imparare a donarci, a sacrificarci, a perdonare…ad amare!

Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!

 

 

 

19 luglio:  XVI Domenica T.O.

«Gesù ebbe compassione».

 

Gesù sapeva e sa leggere molto bene la vita di noi uomini.. Conosce le nostre tante ansie, le difficoltà, le speranze e sa stare al centro, nel modo giusto, a tutto questo. Lui è l'Amore per eccellenza e quindi chi meglio di Lui conosce le sofferenze, le fatiche e le speranze degli uomini?

Lo leggiamo bene nel Vangelo di oggi, un vangelo che è una vera icona di delicatezza squisita, umana, e di una compassione senza limiti, come due grandi braccia spalancate ogni momento per capire, abbracciare, dare speranza all'umanità. E' davvero Gesù il "buon pastore", che ieri, oggi e sempre, con la discrezione che a volte ci sfugge, sa leggere i nostri cuori.

"In quel tempo – racconta Marco – gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono quello che avevano fatto e insegnato".

E' la continuazione del Vangelo di domenica scorsa, quando Gesù mandò i suoi a due a due perché andassero nei villaggi ad annunciare che il Regno di Dio era vicino. Li aveva esortati di andare nella più assoluta povertà, e farsi accogliere nelle varie case rimanendo e portando la pace. Deve essere stata una grande fatica quella di avventurarsi come dei missionari nei vari villaggi, pronti a raccogliere accoglienza o rifiuto.

Tornati, ed essendo stati spettatori delle meraviglie che Dio operava per mezzo di loro, certamente sarà stato un incrociarsi di racconti, che commossero Gesù. Avrà sorriso dell'entusiasmo dei suoi, dimentichi delle fatiche, ma coglie il loro bisogno di fermarsi un momento. Disse loro: "Venite in disparte in un luogo solitario e riposatevi un poco". Era infatti, molta la folla che andava e veniva e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario in disparte.

 

Sulla barca con Gesù, i discepoli, stanchi, avranno certamente preso sonno. Ed è facile immaginare la commozione di Gesù nel vedere i suoi riposare dopo tanta gioiosa fatica. Sicuramente li vegliava come Lui sa fare con chi sa vivere operando il bene, come sono tutti i suoi discepoli.
Come piacerebbe anche a noi, stare su quella barca, a riposare, sotto lo sguardo di Gesù. Chi non vorrebbe avere la stessa sorte?
Ma il riposo dura poco. "Molti li videro partire e capirono, e da tutte le parti cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. Sbarcando vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise ad insegnare molte cose" (Mc. 6,30-34).
Ed è davvero anche oggi immensa la folla che cerca conforto, speranza. E Gesù subito si lascia prendere dalla compassione. Ed è davvero tanta anche oggi la folla che cerca disperatamente chi possa donare speranza. Basta avere occhi carichi di amore, come quelli di Gesù, per vedere le tante miserie. Il nostro mondo anche oggi sembra sia alla ricerca di uno che sappia avere compassione, ma soprattutto doni speranza.

In questi giorni, i mass media ci bombardano sugli italiani che vanno in ferie. Lo fanno in un modo che nulla ha del ristoro di cui parla Gesù. Presentano immagini e luoghi che rispondono più alla logica del consumismo, mirato al profitto, che nulla o poco concede a quel "salire in barca con Gesù" per riposare. Ed è veramente un'offesa alla voglia di uscire dalla ferialità, fatta di fatiche, di impegni e di sofferenze, questo di presentare il bisogno di riposo come una occasione di fare a brandelli la tranquillità dell'anima di cui abbiamo bisogno. Sembra che proprio tutto, agli occhi del materialismo, debba essere macinato da questa assurda morte della quiete dell'anima. Il cuore di ogni uomo ha bisogno di altro. Ha bisogno di trovare quella tranquillità interiore che è come vedere il cielo sgombro di nubi, mostrare la bellezza del cielo.

Ha bisogno di capire i tanti perché, troppe volte dolorosi o confusi, che la vita propone. Ha bisogno di quel silenzio, riempito però della Parola e della presenza dello Spirito, che sa dipanare le difficoltà.

 

 

12 luglio:  XV Domenica T.O.

«Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due».

Il vangelo di oggi ci racconta quello che si potrebbe considerare una sorta di tirocinio  missionario per i primi discepoli. Finora Gesù se li è scelti uno ad uno, li ha poi chiamati tutti insieme e ha fondato la comunità dei “Dodici”. Ora li convoca di nuovo, ma per realizzare il secondo dei due obiettivi per cui li aveva radunati attorno a sé: il primo era “perché stessero con lui” - ci aveva informato Marco - e il secondo, “per mandarli ad annunciare” (il vangelo) (Mc 3,14s). L’inviato ad evangelizzare non è più padrone di se stesso. Scrivendo ai cristiani di Roma, Paolo si qualifica come “schiavo di Cristo Gesù”, e nella lettera ai cristiani di Filippi si autodefinisce come “afferrato da Gesù Cristo” (3,12). Il missionario non ha un suo progetto da realizzare, né una parola propria da dire. Non si è apostoli per decisione personale, ma per chiamata. E la chiamata chiede un grande amore: non si va in missione per interesse o per bisogno, ma per amore, e non primariamente per amore degli uomini, ma di Gesù Cristo. “Noi siamo vostri servitori per amore di Gesù Cristo”: è sempre Paolo che parla (2Cor 4,5).Inoltre si va in missione a due a due, non da soli, né in ordine sparso, né tanto meno da pionieri “sfusi”, ma sempre come cristiani “fusi” in un cuore solo e in un’anima sola, in comunione piena, al cento per cento, legati a Cristo, il primo missionario, e a tutti gli altri. Il messaggio fondamentale dei cristiani “apostoli” sarà necessariamente la loro stessa vita, un segno di unità, un seme di comunione. Si narra che un giorno s. Francesco d’Assisi disse ad un fraticello di prepararsi per andare insieme con lui a predicare in paese. E uscirono tutt’e due, passarono in una piazzetta dove si faceva il mercato, ma Francesco non predicò; entrarono nelle due, tre chiese incontrate lungo il percorso, ma neanche lì Francesco predicò, né disse al frate di farlo. Finalmente tornarono in convento, e il fraticello deluso domandò al santo: “E la predica?”, e Francesco di rimando: “Ma non l’abbiamo fatta?!”. Quasi a dire: la prima missione avviene attraverso la nostra relazione di fraternità vissuta e testimoniata. Una relazione autentica, improntata a vera carità, è di per sé un “fatto di vangelo”, che, molto più e meglio di tante parole, annuncia la parola di Gesù: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).
Un’altra caratteristica dei missionari cristiani è la povertà: non devono “portare niente per strada... né pane, né bisaccia, né denaro nella cintura”. Il Maestro li vuole liberi e leggeri, senza appoggi e senza favori, sicuri solo dell’amore di lui che li invia, forti solo della sua parola che devono annunciare. Vengono permessi solo il bastone e i sandali, l’equipaggiamento dei pellegrini, perché tali sono i messaggeri del Regno di Dio, non managers superoccupati e ultragarantiti, non funzionari inamovibili, non divi in tournées. Ma forse nell’eccezione del bastone e dei sandali, è da vedere una sottile allusione all’equipaggiamento degli ebrei che dovevano mangiare l’agnello pasquale con “il bastone in mano e i sandali ai piedi” (Es 12,11). Quasi a dire: i discepoli del Signore devono andare ad annunciare la sua Pasqua, il suo passaggio dalla morte alla vita, il suo peregrinare da Risorto per le strade del mondo.

 

5 Luglio: XIV Domenica T.O.

«Era per loro motivo di scandalo».

Paradossalmente quello che doveva profilarsi come un successo garantito, si tramutò per Gesù  ben presto in un clamoroso disastro: “e non vi poté operare nessun prodigio”, annota amaro e asciutto l’evangelista. La traiettoria del rifiuto è accuratamente e minuziosamente ricostruita da Marco: si parte dall’ascolto (“molti ascoltavano”), si passa allo stupore (“rimanevano stupiti”), quindi alla perplessità (“da dove gli vengono queste cose?”), per finire nel disprezzo (“un profeta non è disprezzato che nella sua patria”).
Come mai i compaesani di Gesù saltano dalla meraviglia all’incredulità? L’evangelista ci aiuta a trovare la risposta: perché “si scandalizzavano di lui”. Lo scandalo è una pietra contro cui si inciampa e si cade. Dio - secondo i nazaretani - era troppo grande per abbassarsi a parlare attraverso un uomo così semplice! È lo scandalo dell’incarnazione: con Gesù sbattiamo contro l’evento sconcertante di un “Dio fatto carne”, che pensa con mente d’uomo, lavora e agisce con mani d’uomo, ama con cuore d’uomo, un Dio umano che suda, mangia e dorme come uno di noi. Come è possibile? Noi lo vorremmo sovrumano come un super-man, e ci piacerebbe essere almeno un po’ come pensiamo che sia lui; non accettiamo che lui sia come noi effettivamente siamo.
Ecco la radice dell’incredulità. Tutto sommato è facile dire: “questo Gesù è proprio un Dio!”; è molto più difficile riconoscere: “Dio è proprio questo Gesù!”. Noi pensiamo che doveva risultare abbastanza semplice per i suoi concittadini credere in lui, perché se lo vedevano davanti in carne ed ossa, mentre noi dobbiamo credere in lui senza vederlo, e non ci rendiamo conto che a far inciampare i nazaretani è stato proprio l’eccesso di familiarità con il loro concittadino diventato illustre. Appunto perché conoscevano l’umiltà delle origini di Gesù e della sua condizione, gli abitanti di Nazaret si rifiutarono di entrare nella “logica” umanamente così illogica di Dio il quale, per farsi vicino a noi, si è spogliato della sua gloria, “assumendo la condizione di schiavo, e facendosi simile agli uomini” (Fil 2,7). Così, anziché lasciarsi mettere in questione da Gesù, i suoi paesani mettono in questione lui: perché Dio si dovrebbe rivelare in “costui” e non piuttosto in un altro nostro concittadino, magari più ricco, più nobile o più potente? La conclusione, drammatica, è quella che tira s. Giovanni nel prologo al suo vangelo: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11).
 Anche per tanta gente di oggi, che pure si dice cristiana, si verifica una situazione analoga a quella degli abitanti di Nazaret rispetto a Gesù: il vangelo non suscita l’impressione di qualcosa di nuovo e sconvolgente perché si crede di conoscerlo e lo si dà per scontato. Oggi tanti cristiani, quando ascoltano il vangelo, hanno spesso la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di imparaticcio e di risaputo, e così la loro reazione non è più lo stupore, ma lo sbadiglio, non è la meraviglia, ma l’assuefazione: è quello stanco e soddisfatto appagamento delle cose già sentite e risentite, sapute e risapute.
La conclusione è che “c’è bisogno di un rinnovato annuncio anche per chi è battezzato”.
Innanzitutto occorre ripartire dal cuore della fede, che non è una serie di formule da accettare, o di norme da osservare o di riti da praticare, ma è una persona: Gesù Cristo, unico Signore e Salvatore di tutti. Ma perché Gesù - la sua opera, la sua persona - sia davvero una lieta notizia di salvezza, è necessario non ridurlo mai a oggetto o argomento di cui discutere, ma è indispensabile lasciarsi incontrare da lui come soggetto vivente, che “mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20), che mi viene incontro come la via, la verità, la stessa vita.
Inoltre occorre non appiattire mai la sconcertante paradossalità del vangelo sul buon senso corrente, altrimenti ne viene fuori un “vangelo modellato sull’uomo” (Gal 1,11).
Quanto detto fin qui non si potrebbe realizzare senza la testimonianza viva e concreta, bella e attraente di persone, famiglie e comunità cristiane che vivono “paradossalmente”, secondo criteri che sono in netta antitesi con il senso comune.

 

28 giugno:  XIII Domenica T.O.

«Non temere continua solo ad aver fede!».

 

Finora l’evangelista Marco ci ha presentato Gesù che lotta corpo a corpo contro il male, e vince: lotta contro i mali dello spirito di tanti poveri “diavoli”, posseduti dal Maligno, e vince; lotta contro le devastanti malattie del corpo, come la lebbra, e vince; lotta contro le forze indomabili della natura, come quella notte della tempesta sul mare, e vince. Sarà allora capace di vincere anche l’ultimo nemico, la morte? A questa domanda capitale l’evangelista non risponde citando dalla bocca del Maestro di Nazaret sottili elucubrazioni sulla sofferenza e sulla morte; peraltro il suo insegnamento al riguardo è stato sempre piuttosto ridotto all’essenziale. S. Marco preferisce farci vedere l’insegnamento di Gesù, per come esso si è effettivamente svolto, fatto cioè più di gesti che di parole, e perciò l’evangelista ci riporta un evento concreto e specifico: il risuscitamento di una ragazzina di dodici anni.

S. Marco, infatti, sa bene che Gesù non è venuto tanto a spiegare la morte, ma ad eliminarla.
Nel racconto di questo miracolo l’evangelista incunea un altro episodio, la guarigione di una donna che da dodici anni soffriva di perdite di sangue. A causa di questa malattia che la rendeva “maledetta” agli occhi della gente e la relegava in una penosa situazione di impurità legale, la poveretta doveva assolutamente evitare ogni contatto umano: insomma, da quando aveva cominciato a patire per quelle terapie umilianti, costose e inconcludenti, anzi controproducenti, viveva come condannata ad una morte civile cronicizzata, interminabile.
Abbiamo sentito il racconto dei due rispettivi prodigi operati da Gesù: Marco li descrive quasi come una sorta di “marcia trionfale” verso la vita. Il percorso del Maestro parte dalla riva del lago, dove veniamo a sapere che la figlia di Giairo è agli estremi. Per strada apprendiamo dell’avvenuta guarigione della donna emorroissa e della morte sopraggiunta della ragazzina. Quando arriviamo alla casa del capo-sinagoga, nel cortile esterno è già in corso la celebrazione del funerale.
Si tratta di due racconti ad incastro, con un unico centro: la fede. Giairo deve affermare la sua totale fiducia nel Signore, nel momento in cui tutto lo spinge a disperare: “Non temere - gli dice Gesù - continua solo ad aver fede!”. L’emorroissa deve passare da un calcolo interessato che la spinge alla ricerca della salute, a un rapporto personale con il Maestro: solo allora sarà salvata, e lo sarà per la fede, come l’aiuta a riconoscere espressamente Gesù: “Figlia, la tua fede ti ha salvata”. Il messaggio è trasparente, e si può concentrare in una domanda, che riguarda noi, non Dio: il punto non è se Dio è veramente capace di farci passare dalla morte alla vita, ma se l’uomo è sinceramente disposto a passare dall’incredulità alla fede.

 Infatti Gesù ha ripreso in mano le sorti dell’uomo e ha dato volto al Dio che chiamava teneramente Abbà: è il Dio che “non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza. Le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte” (1ª lettura). Dio fa trionfare la vita, perché è il Signore “amante della vita” (Sap 11,26). Ma Gesù va ancora più in là, rispetto alla sapienza di Israele: ci rivela che non solo non è stato Dio a volere la morte dell’uomo, perché “la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo”, ma che il Signore “non abbandonerà la nostra vita nel sepolcro, né lascerà che i suoi fedeli vedranno la corruzione” (cfr. Sal 16). Quando l’evangelista Marco raccontava i miracoli di cui oggi abbiamo sentito nel vangelo, Gesù aveva già vinto la morte con la sua risurrezione, e i cristiani credevano che se Cristo è risorto, anche noi risorgeremo.
Questa fede che per i primi cristiani era talmente sicura che per essa erano pronti a dare la vita, per tanti di noi oggi si è fatta nebulosa e incerta, al punto che molti confondono risurrezione con reincarnazione. Il cristianesimo invece sta o cade con l’annuncio della risurrezione di Cristo e perciò anche della risurrezione dei nostri corpi mortali: il cristianesimo non solo crede queste due verità, intimamente intrecciate e del tutto inscindibili, ma solo il cristianesimo le crede.
Il problema allora oggi non è dato dal fatto che i cristiani non sono la maggioranza nel mondo, ma che sono pochi i cristiani che vivono nella prospettiva della risurrezione. Non è perché la consapevolezza del dono e del compito di questa fede si è fatta più fiacca e confusa, che oggi il messaggio cristiano risulta complessivamente sfocato e così poco incisivo nel contrastare quella irrespirabile atmosfera di morte che, come una nube tossica, si fa sempre più densa e opprimente sul nostro mondo?

 

 

21 giugno

Dio, non t'importa che moriamo?
 

Nella nostra vita ci possono essere momenti in cui, a causa di una delusione negli affetti, negli affari o nella carriera, temiamo di essere inghiottiti dal vuoto e ci sembra che ogni luce si spenga, ogni varco si chiuda e ogni forza si esaurisca, perché Dio se ne è andato. E dal cuore esplode il grido: «Dove sei, Dio?».
Quella notte sul lago in tempesta i discepoli di Gesù hanno fatto un’esperienza terrificante. Fino allora avevano conosciuto un Maestro travolgente: capace di infiammare le folle, tenero e potente con i malati, vigoroso e imbattibile nella lotta contro i demoni, autorevole come nessun altro quando parla dell’amore di Dio, capace di incatenare con quel suo sguardo magnetico uomini muscolosi e massicci come loro. Ma adesso si trovano in mezzo alla burrasca, sotto un cielo nero pesto, su una povera barca che volteggia impazzita, trascinata su e giù dalle onde schiumose di un lago diventato improvvisamente intrattabile e ringhioso come un mastino inferocito. Loro - i compagni di Gesù - il lago lo chiamano mare e fin da piccoli hanno imparato a temerlo perché solo a prezzo di molto sudore concede qualche pesce da vendere, mentre non si sazia mai di sottrarre giovinezza e salute - e non poche volte perfino la stessa vita - a quei poveri diavoli di pescatori dei villaggi circostanti. Per questo il mare per loro è simbolo del male, soprattutto quando scoppia l’uragano e il lago di Cafarnao rassomiglia a un enorme ossesso scatenato.
Ma ora, nel cuore in subbuglio dei discepoli, alla paura si aggiunge l’angoscia: come mai, mentre essi tremano di spavento, il Maestro dorme sonni beati, a poppa, tranquillamente adagiato su un cuscino? Sicurezza invincibile per la propria sorte personale, comunque vadano le cose? Indifferenza superiore e distaccata per la sorte di quegli uomini che, pure, per lui hanno lasciato lavoro e famiglia? Dal petto dei discepoli in preda al panico esplode il grido accorato: “Maestro, non t’importa che moriamo?”. Ecco il virus del sospetto che ha aggredito la loro mente e ha scatenato la tempesta dell’angoscia nel loro cuore: mettono in dubbio che a Gesù importi veramente di loro, della loro vita e incolumità. Con quel rimprovero spudorato gli apostoli dimostrano di non fidarsi di Gesù, di non credere fino in fondo nel suo amore, nella sua volontà disinteressata di prendersi cura delle persone a lui affidate, nella sua premura gratuita nei confronti degli amici, soprattutto quando versano, come ora, letteralmente in... brutte acque.
A rabbi Gesù, invece, importa della vita dei suoi compagni, e come! In lungo e largo nel vangelo brilla la incessante, instancabile generosità del Maestro, che preferisce sempre il bene dei suoi al proprio successo e alla propria incolumità personale. Costantemente antepone la vita dei discepoli alla propria. Quando verranno per arrestarlo nel Getsemani, l’unica preoccupazione sarà per i Dodici: “Se è me che cercate, lasciate che questi se ne vadano” (Gv 18,8).
Ecco quindi la risposta del Maestro al grido angosciato dei compagni di traversata, una risposta da par suo: pronta e autorevole, solenne ed efficace, rapida e risolutiva. “Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: ‘Taci, calmati!’”.
Dunque il mare si comporta come un energumeno spiritato?, e Gesù lo tratta come solo un esorcista esperto e infallibile, qual è lui, sa fare. Neanche stavolta manca il colpo; e il risultato non si fa attendere: “Il vento cessò e vi fu grande bonaccia”. Ma Gesù è rimasto colpito al cuore dall’incredulità dei discepoli; di qui il suo rimprovero: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”.

La lezione è chiara: il contrario della paura non è il coraggio, ma la fede!
 Oggi la nostra si presenta come la cultura dell’incertezza. Siamo perennemente in ansia: per le malattie in agguato, per i possibili rovesci finanziari, per l’incubo di insuccessi matrimoniali, professionali o anche pastorali. Soffriamo di una profonda insicurezza, nonostante - o proprio per questo, almeno in Occidente - siamo più protetti e garantiti. Abbiamo cure mediche più efficaci, trasporti più sicuri, territori più e meglio difesi. Oggi noi possiamo controllare tante cose: la fertilità delle donne e la nascita dei figli, le forze della natura, l’andamento dell’economia. Ma paradossalmente è proprio la cultura del controllo a generare angoscia. Dopo l’11 settembre ci siamo scoperti tutti più indifesi e vulnerabili. E spesso ci sembra di essere esposti al naufragio: quante volte ci sembra di dover affrontare - nella traversata della vita - tempeste paurose che rischiano di travolgerci?!
L’unica forza che può salvarci è la fede-fiducia in Dio, il quale è infinitamente più sapiente, più potente, più benevolo di noi: “Gettate in lui - raccomandava s. Pietro - ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi” (1Pt 5,7). “Un giorno la paura bussò alla porta; la fede andò ad aprire: non c’era nessuno”.

 

 

14 giugno: Corpus Domini

 Da sempre abbiamo in testa che a Dio piaccia la morte, il sangue. Non per caso l'uomo ha pensato anticamente che Dio volesse i sacrifici umani.
Tradotta in termini nostri, questa mentalità religiosa significa che per andar bene a Dio devo sacrificarmi, mortificarmi, fare qualcosa che mi scomoda, mi fa star male. Questo è l'unico modo che ho per influire su Dio, portarlo dalla mia parte, ottenere quello che voglio. Non ho strumenti per piegare Dio, l'unica cosa che mi dà 'potere' su di lui è il sacrificio, dargli qualcosa di mio. Bisogna mercanteggiare con Dio, e la merce di scambio è la mia vita: tempo, denaro, cose, etc. Più do più ricevo, maggiore il sacrificio maggiore il favore di Dio: è il classico "do perché tu mi dia". Pensiamo che fare/dare delle cose per Dio ci dia diritto alla sua protezione; se Dio poi non ci aiuta ci sentiamo imbrogliati.
Questa idea però è fasulla. Dio non è così, e non ci chiede proprio niente. Anzi, è lui a darci tutto. E tutto quello che ci dà lo dà gratis. Il problema è che non ci crediamo, attribuendo a Dio un secondo fine, perché proiettiamo il nostro modo di essere su di lui.
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio» (Gv 3,16). Si capovolge la nostra idea. Dio non chiede la mia vita, mi dà invece la sua. Dobbiamo cambiare idea su Dio. È Dio stesso che dà la vittima per il sacrificio: Gesù, che si dona al Padre e a noi. Attraverso essa, mangiandola, noi entriamo in comunione con Dio. Celebrare l'Eucaristia significa celebrare il dono di Dio e accettarlo sempre nuovamente, facendone il proprio nutrimento. Ci nutriamo di Gesù, vittima bruciata nell'olocausto dell'amore di Dio: "Il suo corpo per noi immolato è nostro cibo e ci dà forza, il suo sangue per noi versato è la bevanda che ci redime da ogni colpa". Tutto questo - ripetiamolo - è gratis, non dobbiamo meritarlo. Non ci è dato perché siamo (stati) bravi, ma perché Dio ci ama.
Certo: accettare questo dono ci impegna. Se ci rendiamo conto del dono, se facciamo esperienza della gratuità di Dio, non possiamo restare come prima. Ricevere il dono gratuito e totale di Gesù ci impegna a rispondere donando gratis e completamente. Quando l'amore è accolto genera una risposta di amore, l'unica risposta adeguata. Non cerco più di calcolare il dare e l'avere: smetto di calcolare e desidero rispondere alla gratuità di Dio con la mia gratuità.
Se ciò non avviene, "ho accolto per nulla la grazia (= la gratuità) di Dio" (2 Corinzi 6,1): il suo dono in me non produce niente, rimane sterile. Non c'è sorpresa, non nasce la lode, la meraviglia, la voglia di rispondere con la gratuità. Non me ne accorgo nemmeno, insensibile resto nella vecchia mentalità mercantile.
Il sacrificio di Gesù si rinnova nella Messa perché chi vi partecipa goda nuovamente di questo dono di Gesù, e si metta in gioco offrendo a Dio se stesso. Dio guarda di nuovo con amore al gesto del Figlio e ci invita a rispondere con il nostro amore.
La Messa ci spinge a fare come Gesù. In essa chiediamo a Dio che faccia anche di noi un dono, un sacrificio, un'offerta a Dio, e in lui ai fratelli. Il sacrificio di Gesù fa della nostra vita un sacrificio che offriamo a Dio. Lo chiediamo allo Spirito Santo: "egli faccia di noi un sacrificio perenne a te gradito". Questo è il sacerdozio comune dei fedeli: ogni battezzato è sacerdote, perché può fare della propria vita un dono che Dio gradisce. Senso più alto non può esserci che questo unirsi a Cristo, "sacerdote vero ed eterno".
 

 

7 giugno: Santissima Trinità

Immersi nella Trinità

Gesù, avvicinatosi loro.... Ancora non è stanco di avvicinarsi, di farsi incontro; si impegna, fino all'ultimo, in questo reciproco cercarsi di Dio e dell'uomo. E disse: battezzate. Verbo la cui radice significa immergere. Immergete ogni vita dentro l'oceano di Dio, e sia sommersa e sollevata dalla sua onda mite e possente. Fate entrare ogni creatura nella vita di Dio. In queste che sono le ultime parole di Cristo, sta il cuore della nostra fede: vivere di Dio. Immersione felice e sofferente. Felice, come intuisce Mosè, quando dice: tutto è dato perché siate felici voi e i vostri figli. I comandamenti sono posti a difesa di una possibile lunga felicità. Immersione sofferente, dice Paolo, nella croce che è dono di sè, un potere che non è possesso. Battezzate nel nome del Padre, cuore che pulsa nel cuore del mondo; e poi nel nome della fragilità del Figlio morto nella carne, e nel nome della forza dello Spirito che lo risuscita. La Trinità viene allora a significare che la vita di Dio non può essere estranea né alla fragilità della carne, né alla forza della vita; né al dolore né alla felicità dell'uomo. La Trinità diventa storia concreta di fragilità e di forza, affidata non ad acute intelligenze, ma a pescatori illetterati che dubitano ancora, che sanno di non sapere, che si sentono piccoli piccoli, ma invasi e abbracciati dal mistero (A. Casati). Perciò lo preserveranno, pur senza capire tutto, come un vento in cui naviga l'intero creato. Insegnate a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Non è detto: insegnate i comandamenti; neppure: ordinate di osservarli. È detto invece: insegnate a viverli, mostrate come si viva il vangelo. È facile trasmettere nozioni, ancora più facile dare ordini. Ma la vera missione è trasmettere vita, valori, energia, strade per vivere in pienezza. Tutto ciò che vi ho comandato: amatevi; tutto ciò che ho detto del Padre: che è amore, dono della vita agli uccelli dell'aria, ai gigli del campo, ai figli dell'uomo, questo insegnate. Insegnate ad amare, come si insegna un'arte che si conosce, un cammino dell'anima che si è percorso. Insegnate ad essere felici, direbbe Mosè. Insegnate a donare, cioè ad essere vivi, direbbe Paolo. Io sarò con voi tutti i giorni. Sarò con voi, senza condizioni, anche quando dubitate e non riuscite a insegnare nulla a nessuno. Con voi, tutti i giorni, come seme che cresce, inizio di eternità, anima di comunione. La Trinità intera è in me, fin dall'origine, in me creato non semplicemente a immagine di Dio, ma ad immagine della Trinità, di un Padre che è la fonte della vita, di un Figlio che mi innamora, di uno Spirito che accende di comunione tutte le nostre solitudini.

24 maggio: Ascensione del Signore

"Il Signore agiva insieme con loro"

E' questa la promessa, questa la certezza che sarà sempre viva nel cuore dei discepoli di Gesù: chi crede in Dio, nel suo nome potrà compiere meraviglie; nel suo nome potrà trasformare ogni sorta di tentazione in strumento per giungere ad una comunione profonda con l'amore del Padre; ogni insicurezza, paura dei propri limiti, in gesti concreti, in possibilità per la propria vita, in riuscita delle opere suggerite dal cuore; ogni pericolo, ogni minaccia in forza e padronanza di sè; ogni avversità e seme di morte in germe di vita; ogni gesto in opera d'amore per i fratelli.

Chi ha Gesù nel cuore, chi si fida della sua parola, chi crede nella promessa che Gesù ci ha fatto e che in Gesù ha trovato compimento, sperimenta ogni giorno ciò che Marco dice oggi in questo passo del Vangelo: "Il Signore agiva insieme con loro". La presenza del Signore nei nostri gesti, nelle nostre azioni, nelle nostre parole, importanti o meno che siano, grandi o piccoli che si compiano, si sperimenta nel frutto che essi danno e in ciò che il nostro cuore avverte: l'amore di Dio sempre vivo, immenso, costante, quell'amore che ci permette di superare ogni ostacolo, ogni difficoltà; quell'amore che ci dà la forza che da soli non riusciremmo mai ad avere; quell'amore che ci permette di sperare anche quando tutto intorno a noi sembra contrario.

Il Signore non vuole essere solo un pensiero, magari il pensiero più bello che riusciamo a fare in un momento positivo della nostra vita; il Signore non vuole essere solo una poesia d'amore o una preghiera scritte in rime. Il Signore vuole essere nella tua vita, il Signore vuole essere presente nelle tue mani callose, nei tuoi piedi lacerati, nel tuo cuore affranto, sulla tua lingua incapace di farsi comprendere, nella tua mente affollata da mille pensieri. Il Signore vuole essere nella tua vita e diventare la tua vita, l'unica ragione per cui tu oggi vivi. E questo perchè il Signore è amore, l'unico amore che può renderti felice, l'unico amore che può ridarti dignità, l'unico amore che può aiutarti a vivere pienamente ciò che anche tu giudichi stolto e insensato. Perchè Lui può trasformarlo, perchè Lui sa amarlo. E tu hai la possibilità, tu solo hai la capacità di realizzare tutto questo: devi solo credere, devi solo avere fede, devi solo permettere a Gesù di entrare nella tua vita e consentirgli di trasformartela. Lui troverà il modo, Lui sarà capace di stupire anche te che, con timore, stai pensando di abbandonarti perchè il Signore crede in te, il Signore ha donato completamente la sua vita proprio per te. La nostra disponibilità di oggi diventerà la speranza nella vita di tanti fratelli che Dio metterà sul nostro cammino.

 

17 maggio: VI domenica di Pasqua

Nell'Amore di Cristo per amare gli altri

Oggi  siamo al cuore del messaggio cristiano,  meditiamo ciò che davvero può essere considerato l'assoluto del vangelo: Dio è amore e non può che amare.  E' solo perché facciamo l'esperienza di essere amati da Dio che finiamo col dirigere il nostro cuore sulle sue strade. 

 Mai come in questo tempo l'uomo manifesta in mille modi il desiderio di essere amato, eppure mai, come in questo tempo, questo desiderio è svilito, castrato, tarpato. L'amore si vende, si esalta, si smercia, si abbellisce, il sentimento, che nel nostro cuore viene trattato come un'emozione da gestire a proprio uso e consumo, rischia di lasciare l'amaro in bocca.

Quante coppie sperimentano il fallimento del loro rapporto, scontrandosi con le concrete esigenze del quotidiano! Non è diventato il mito della modernità, l'amore? In un tempo di insicurezze e di crollo degli ideali, non ci si rifugia forse in questo sogno di tenerezza che viene talmente caricato di attese da diventare irrealizzabile? Mistero della contraddizione umana! Sentiamo che siamo fatti per qualcosa di straordinariamente grande e bello (l'amore, appunto), eppure questo desiderio non riusciamo a realizzarlo in pienezza. 

Dio ha qualcosa da dire su tutto questo. Sì: l'unico a poterne parlare con cognizione di causa, di questo amore, visto che l'ha creato, è proprio Lui. Perché allora rivolgerci alle cisterne screpolate dei venditori di sogni invece che accostarci alla sorgente che zampilla fredda acqua dissetante? 

Dio, oggi, il nostro Dio, ci racconta che è vero, l'amore è la cosa più importante della vita dell'uomo.

L'essere nel cuore di qualcuno, essere apprezzato e stimato per quello che si è in profondità, non per quello che si appare o si costruisce, l'essere prezioso nella memoria di qualcuno, essere avvolto da una tenerezza che fa dimenticare il dolore, questo e solo questo è il pieno destino dell'uomo. Viviamo la nostra vita elemosinando amore, viviamo la nostra vita nella segreta speranza di vedere il nostro cuore colmato di gioia. Ebbene:  Dio la pensa allo stesso modo, Gesù è venuto perché (lo dice lui!) la nostra gioia sia piena (non a pezzettini) e per farlo dona la sua vita.

L'unico problema: trovarci. Già, spesse volte il circuito d'amore viene interrotto dalle nostre lentezze e chiusure, dalla nostra fatica e dal nostro peccato. Se capissimo che Dio ci chiede soltanto di lasciarci amare! Di lasciarci raggiungere dalla sua misericordia! Ed è ovvio che l'amore cambia, mi cambia. Già lo fa l'amore di una persona. Figuriamoci l'amore di Dio! Un amore senza condizioni, gratis, Dio non ci ama perché amabili ma – amandoci – ci rende amabili e capaci di superare la parte oscura che abita nel profondo di ciascuno di noi.

E, di fatto, Giovanni nella sua prima lettera ci chiama ad essere testimoni dell'amore. Con i fatti. Amare l'altro (chiunque esso sia) significa mettere lui al centro della mia attenzione, significa lasciare che la sua vita, i suoi interessi, il suo modo di essere venga rispettato, accolto, valorizzato.

Essere cristiani significa guardare l'altro (chiunque esso sia) negli occhi e dirgli: "Ti voglio bene". Magari non sono d'accordo su come la pensi, su cosa fai, ma ti voglio bene, desidero il tuo bene, ti aiuto, per quanto io ne sia capace, a raggiungere il bene.

O la nostra comunità, nella coscienza dei propri limiti, si lasci avvincere dall'amore di Dio per diventare testimone credibile di questo amore, o la nostra fede diventa inutile osservanza. Se il nostro cuore non brucerà più d'amore il mondo morirà di freddo.

 

10  maggio: V domenica di Pasqua

"Rimanete in me, e io in voi..."; sono le parole con le quali il Signore Gesù 

ci chiama alla comunione con lui, una comunione di vita.  Colpisce  l'insistenza con la quale Gesù ci invita a rimanere in lui. Tutto questo per sottolineare la condizione indispensabile, l'importanza vitale dell'unione del discepolo con il suo Maestro per un'esistenza autentica e ricca di frutti. Siamo invitati a rimanere alla presenza del Signore, a lasciarsi incontrare da lui, a stare con lui, perché senza di lui non possiamo fare nulla. Rimanere uniti a Lui significa rimanere nella verità; essere alla scuola della verità vuol dire lasciare che la parola di Gesù ci purifichi e tolga da noi tutto ciò che non è in sintonia con lui.
Apriamo il nostro cuore alla speranza, perché, con Cristo, è davvero possibile vivere un'esistenza piena di frutti: il "molto" detto con altrettanta insistenza da Gesù rivela chiaramente che non siamo condannati all'insuccesso, che la nostra esistenza non è come una vite disseccata. Anzi, la linfa vitale, sgorgando dalla grazia dei sacramenti e dall'unione spirituale con il Signore, ci dà la garanzia dei frutti abbondanti. 

Per una tale crescita, occorre però, essere potati e lasciarsi potare: Ogni tralcio che porta frutto (il Padre mio) lo pota perché porti più frutto (Gv. 15, 2). Che significa potare? Significa recidere i germogli superflui e parassitari (i desideri e gli attaccamenti disordinati), perché concentri tutta la sua energia in una sola direzione e così cresca davvero. Il contadino è attentissimo, quando la vite si carica d'uva, a scoprire e tagliare i rami secchi o superflui, perché non compromettano la maturazione di tutto il resto. La persona che nella vita vuole fare troppe cose, coltiva un'infinità di interessi e di hobby, si disperde. Bisogna avere il coraggio di fare delle scelte, lasciar cadere interessi secondari per concentrarsi su alcuni primari. La potatura è come la scultura che leva pezzi di marmo che sono di troppo per far emergere l'opera d'arte.
Un giorno Michelangelo, passeggiando in un giardino di Firenze, vide, in un angolo, un blocco di marmo che sporgeva da sottoterra, mezzo ricoperto di erba e di fango. 

Si fermò di scatto, come se avesse visto qualcuno, e rivolto agli amici che erano con lui esclamò: 

"In quel blocco di marmo è racchiuso un angelo: debbo tirarlo fuori". 

E armandosi scalpello, cominciò a togliere pezzi di marmo finché non emerse la figura di un bell'angelo. 
Anche Dio ci guarda e ci vede così: come dei blocchi di pietra, ancora informi e dice tra sè: "Lì dentro è nascosto ognuno di noi... voglio tirarlo fuori!" E prende lo scalpello che è la croce e comincia a lavorarci, comincia a potare... Tra le opere di Michelangelo ce ne sono alcuni cosiddette "incompiute"... 

Figure appena abbozzate... Forse Michelangelo non ha avuto tempo per terminarle? 

Forse nella sua capacità di vedere dentro... le ha lasciate così, 

affinché possiamo prendere coscienza di ciò che noi siamo: esseri incompiuti, in formazione... 

Rimanere in Cristo è permettere allo Spirito di lavorarci secondo l'immagine del Figlio, Uomo perfetto.

 

 

3 maggio: IV domenica di Pasqua

Gesù ai suo apostoli svela che egli è l'unico Pastore, che sa dove condurli, che lo fa seriamente, che lo fa con passione. La sua morte non è stata un incidente di percorso, ma l'offerta della sua vita per le sue pecore. Gli apostoli hanno vissuto con Gesù per tre lunghi anni. Solo dopo la resurrezione superano l'approccio superficiale che hanno avuto a Gesù e cominciano ad esplorare le profondità del Mistero. 
Chi conduce la mia vita?
L'autonomia e l'indipendenza sono realtà più teoriche che pratiche: siamo impregnati di pregiudizi, distratti dalle attese di chi ci sta intorno, sedotti dal modello di vita che ci raggiunge attraverso i media. 

Sono molti i pastori della nostra vita: il temperamento, l'educazione, ciò che gli altri si aspettano da noi,

 i modelli sociali... É normale, inevitabile che sia così: rendersene conto è il primo passo per scegliere e cambiare. Per scegliere quale pastore ci convenga seguire.
Gesù è caustico e ci offre un criterio di giudizio: gli altri pastori ci guidano per un loro tornaconto, sono mercenari. Lui, invece, offre la sua vita per amore delle sue pecore. Il sospetto è più che legittimo: chi mi chiede di adeguarmi agli standard della contemporaneità molto spesso mi vende le soluzioni, chi si aspetta da me delle cose lo fa più per sé che per me.
Gesù no, il suo interesse è il mio bene, il suo unico desiderio è che io possa pascolare in prati erbosi e dissetarmi a sorgenti d'acqua. Egli è morto per indicarmi la strada, ha donato la sua vita per la mia.
Gesù dice di essere l'unico pastore che mi ama, che mi conosce e mi valorizza. Gli altri padroni sono mercenari, mi amano per avere un tornaconto. Vero, molto vero: al datore di lavoro stai  simpatico se produci, a volte anche i tuoi amici e i tuoi parenti ti amano a patto di comportarti secondo ciò che essi si aspettano. All' allenatore vai bene se diventi un campione. 
Dio ci ama gratis, quando lo capiremo? Non ci ama perché siamo buoni ma, amandoci, ci rende buoni.
Il suo amore senza condizioni è vero e serio: Gesù sceglie di donare la sua vita, non vi è costretto, lo desidera e lo fa', perché davvero ci ama...
Anche noi, a sua immagine, siamo chiamati ad amare, a dire ai fratelli che non credono quale è il vero volto di Dio, ad allontanare i mercenari che ci considerano validi solo se produciamo o consumiamo. Vivere da pecore (non da pecoroni!) significa prendere sul serio le parole di Gesù, riferirsi a lui nelle scelte quotidiane, amare e amarci come lui ci ha chiesto, insomma vivere da risorti, da salvati.
Non si tratta di salvare il mondo, il mondo è già salvo, si tratta ci creare degli spazi di verità  in cui ognuno possa essere se stesso, possa realizzare il desiderio di  Dio.
Nel realizzare questo grande sogno, aspettando che il Regno contagi ogni uomo e lo renda felice, aspettando il ritorno glorioso del Maestro, ognuno scopre di essere amato e di avere un progetto (grande) da realizzare. Che sia un premio Nobel o una colf poco importa, ognuno ha un destino da realizzare, una vocazione da vivere.
In questa domenica tutta la Chiesa prega per le vocazioni: che ogni uomo scopra il suo ruolo e la sua chiamata a diventare santo cioè come Dio, amante come lui.

 

26 Aprile: III domenica di Pasqua

Gli apostoli, un po' scoraggiati per le troppe emozioni vissute, stentano a riconoscere Gesù; eppure piano piano, come Tommaso, come i due di Emmaus che ricompaiono all'inizio di questo brano, come a Maria di Magdala nel giardino, i loro cuori si aprono.
Tre sono gli aspetti che vengono coinvolti dalla venuta del Signore risorto: uno intellettuale ("aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture"), uno affettivo ("per la grande gioia") e uno operativo ("Di questo voi siete miei testimoni"). Sono tre aspetti essenziali della fede, perché Gesù non resti un "fantasma", qualcuno di evanescente, ma diventi per ciascuno di noi un commensale, un compagno di viaggio. L'aspetto intellettuale anzitutto: nel nostro mondo iper-specializzato, in cui sono necessari vent'anni di studio per ottenere una qualifica, lasciamo la fede nel mondo dell'approssimativo e dell'infantile. Il Signore ci apre la mente all'intelligenza delle Scritture: dedichiamo tempo a leggere e capire la Parola, a renderla viva nella nostra vita. Abbiamo il coraggio dell'ascolto, del capire, come i discepoli di Emmaus che in quel crepuscolo ricevettero da Cristo stesso la spiegazione delle Scritture. Un secondo aspetto viene coinvolto dalla presenza del Cristo: quello affettivo; i discepoli provano una grande gioia, quasi un turbamento, nel vedere il Signore. Finché non saremo conquistati dalla bellezza e dalla gioia che scaturisce dalla presenza del Cristo, non potremo veramente dirci cristiani. Infine l'aspetto della testimonianza, della concretezza, del contagio: la fede diventa testimonianza. Attenti: niente crociate con il crocifisso in mano, per carità, ma la capacità di rendere ragione del nostro comportamento. Il Signore è venuto per portarci la pace interiore, il perdono che è la profonda riconciliazione con noi stessi e con gli altri. Lasciamoci raggiungere senza paura: il Signore ancora oggi ci ripete: "sono proprio io!"

 

19 aprile: II domenica di Pasqua

Passare dal “vedere per credere” al “credere per vedere”. 

L’evangelista Giovanni ha aperto il suo racconto con questa annotazione: “la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato”, per farci rendere conto che, in continuità con quanto abbiamo ascoltato domenica scorsa, siamo ancora nel giorno della Risurrezione, il giorno che lo aveva visto impegnato, insieme a Pietro e alla Maddalena, in quella corsa frenetica che li aveva portati a contemplare un sepolcro vuoto, delle bende per terra e un sudario ben “piegato in un luogo a parte”. Segni di un vuoto e di un’assenza che attendevano di essere colmati dal dono di una presenza. 

Ed ecco che, mentre i discepoli - ancora turbati per aver trovato il sepolcro vuoto - si ritrovano insieme per tentare di superare lo smarrimento che attraversava il loro cuore, il Signore si manifesta loro… ma - ci dice il racconto - “Tommaso non era con loro”. E non credo di sbagliarmi nel dire che la sua assenza quel giorno di Pasqua all’annuncio e alla manifestazione del Signore risorto è stata provvidenziale… la sua assenza aiuta il gruppo degli undici, e ciascuno di noi, a passare dal “vedere per credere” al “credere per vedere”. 

Per noi è più preziosa l’incredulità di Tommaso che non la fede dei discepoli perché come lui anche noi tante volte viviamo la fatica di ricostruire la nostra fede a partire dallo scandalo e dalla stoltezza della croce. 

Chi di noi, del resto, dinanzi i momenti di sconforto e di delusione non ha vissuto le sue stesse difficoltà, la sua stessa fatica?
E, allora è una grazia, in questa seconda domenica di Pasqua, incontrare nuovamente la sua persona che ci aiuta a dare voce all’umanità di ciascuno di noi, davanti all’incredibile mistero del Risorto. 

Tommaso ci è ripresentato per scuoterci e per ravvivare la gioia della Pasqua, aiutandoci a passare dalle semplici sensazioni alla certezza della fede. Si ripresenta con il solito attributo di “incredulo” e con l’onore (pensate al detto “sono come san Tommaso…”) di essere tirato in causa ogni volta che l’uomo per credere vuole vedere.
Ma è solo credendo che possiamo vedere Cristo adesso, o meglio lo intravediamo, lo riconosciamo presente “dentro” la vita quotidiana, nella monotonia dei nostri giorni, a volte lieti, a volte tristi… 

È l’invito che ci rivolge sempre Giovanni nella II lettura che abbiamo ascoltato, quando ci dice che chiunque crede che Gesù è il Cristo fa esperienza della vita che viene da Dio, una vita che vince ogni morte, ogni monotonia, una vita che, grazie alla fede nell’opera di Dio, sconfigge il mondo.
Ecco allora che la ripresa della vita ordinaria sarà, per noi, il luogo in cui vivere la concretezza della fede. 

Non a caso oggi è la domenica della Divina Misericordia. Solo un Amore così grande poteva toccarci fino al più profondo della nostra incredulità per rivelarci la potenza della sua Passione. 

Cristo appare risorto con i segni delle sue ferite, alle mani, ai piedi, al costato. 

E di là, proprio attraverso quei segni così vicini alla nostra umanità, quasi spiragli attraverso cui mettere il nostro sguardo come Tommaso, noi oggi intravediamo la sua eterna Misericordia.
Preghiamo, allora, in questa messa invocando l’aiuto e l’intercessione di san Tommaso, patrono, come dice un mio amico,  di tutti coloro che buttano il cuore oltre l'ostacolo, perché, quando sperimentiamo il fallimento della vita,  ci aiuti a ritrovare l’entusiasmo.
Preghiamolo perché quando ci ritroviamo feriti dalle nostre incredulità, ci aiuti a rifissare lo sguardo sullo splendore del risorto di cui abbia accolto l’annuncio pasquale. 

E, allora, Pasqua significherà per noi accettare ed amare la nostra e l’altrui fragilità, facendo di essa il luogo in cui il Signore può manifestare la sua misericordia e lo splendore della sua risurrezione.

 

 

10 aprile: Venerdì santo

Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto

E siamo così al Venerdì Santo, giorno della passione e della crocifissione del Signore. Ogni anno, ponendoci in silenzio di fronte a Gesù appeso al legno della croce, avvertiamo quanto siano piene di amore le parole da Lui pronunciate la vigilia, nel corso dell’Ultima Cena. "Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti" (cfr Mc 14,24). Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità. Come di fronte all’Eucaristia, così di fronte alla passione e morte di Gesù in Croce il mistero si fa insondabile per la ragione. Siamo posti davanti a qualcosa che umanamente potrebbe apparire assurdo: un Dio che non solo si fà uomo, con tutti i bisogni dell'uomo, non solo soffre per salvare l’uomo caricandosi di tutta la tragedia dell’umanità, ma muore per l’uomo.

La morte di Cristo richiama il cumulo di dolore e di mali che grava sull’umanità di ogni tempo: il peso schiacciante del nostro morire, l’odio e la violenza che ancora oggi insanguinano la terra. La passione del Signore continua nella sofferenze degli uomini. Come giustamente scrive Blaise Pascal, "Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo" (Pensieri, 553). Se il Venerdì Santo è giorno pieno di tristezza, è dunque al tempo stesso, giorno quanto mai propizio per ridestare la nostra fede, per rinsaldare la nostra speranza e il coraggio di portare ciascuno la nostra croce con umiltà, fiducia ed abbandono in Dio, certi del suo sostegno e della sua vittoria. Canta la liturgia di questo giorno: O Crux, ave, spes unica – Ave, o croce, unica speranza!"

                                                                                                                                         (Benedetto XVI)  

 

Riflessione  

 

A far "santo" questo venerdì non è la sofferenza di una morte in croce, ma è l'amore "fino alla fine" che ha portato il Figlio di Dio a morire in croce. Questo è l'amore più forte della morte perché sa abbracciare anche la morte e superarla con l'amore. È l'unico giorno in cui non si celebra la messa: il grande Sacerdote, il mediatore fra il cielo e la terra, infatti, ha le mani inchiodate, è sospeso fra cielo e terra e grida l'oscurità e il silenzio del cielo su una terra dove s'è fatto buio. Il crocifisso è il Dio spogliato, annichilito, tutto dato; per questo è il Dio per ognuno, senza alcuna distinzione, il Dio anche per gli atei, o per quelli che non riescono ad esprimere la propria fede in alcun modo perché anch'essi inchiodati, poveri, inermi, vittime.
Tutti davanti alla croce, dunque, ma anche tutti sulla croce. "Coraggio, allora – scriveva don Tonino Bello – tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell'abbandono. Non imprecare, sorella che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non abbatterti fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza".
Il Vangelo dice che "da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra" Un tempo lunghissimo per chi agonizza inchiodato, ma non infinito: "Tra poco – continua don Tonino – il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga".
Torna alla memoria anche un altro racconto del vescovo don Tonino: "Nel duomo vecchio di Molfetta, c'è un grande crocifisso di terracotta. L'ha donato, qualche anno fa', uno scultore del luogo. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l'ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: collocazione provvisoria. La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell'opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata... Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo... Coraggio, fratello che soffri. La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre collocazione provvisoria. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane... Coraggio, fratello che soffri. C'è anche per te una deposizione dalla croce. C'è anche per te una pietà sovrumana. Ecco già una mano forata che schioda dal legno la tua. Ecco un volto amico, intriso di sangue e coronato di spine, che sfiora con un bacio la tua fronte febbricitante. Ecco un grembo dolcissimo di donna che ti avvolge di tenerezza. Tra quelle braccia materne si svelerà, finalmente, tutto il mistero di un dolore che ora ti sembra assurdo... Tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga".

 

9 aprile: Giovedì santo

"Li amò sino alla fine"

 

Nella Messa del pomeriggio, chiamata in Coena Domini, la Chiesa commemora l’istituzione dell’Eucaristia, il Sacerdozio ministeriale ed il Comandamento nuovo della carità, lasciato da Gesù ai suoi discepoli. Di quanto avvenne nel Cenacolo, la vigilia della passione del Signore, san Paolo offre una delle più antiche testimonianze. «Il Signore Gesù, - egli scrive, all'inizio degli anni cinquanta, basandosi su un testo che ha ricevuto dall’ambiente del Signore stesso - nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e , dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me". Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (1Cor 11,23-25). Parole cariche di mistero, che manifestano con chiarezza il volere di Cristo: sotto le specie del pane e del vino Egli si rende presente col suo corpo dato e col suo sangue versato. E’ il sacrificio della nuova e definitiva alleanza offerta a tutti, senza distinzione di razza e di cultura. E di questo rito sacramentale, che consegna alla Chiesa come prova suprema del suo amore, Gesù costituisce ministri i suoi discepoli e quanti ne proseguiranno il ministero nel corso dei secoli. Il Giovedì Santo costituisce pertanto un rinnovato invito a rendere grazie a Dio per il sommo dono dell’Eucaristia, da accogliere con devozione e da adorare con viva fede. Per questo, la Chiesa incoraggia, dopo la celebrazione della Santa Messa, a vegliare in presenza del Santissimo Sacramento, ricordando l’ora triste che Gesù passò in solitudine e preghiera nel Getsemani, prima di essere arrestato per poi venire condannato a morte.

                                                                                                                                                  (Benedetto XVI)

Riflessione

 E’ diversi giorni che leggo e rileggo questo stupendo brano della parola di Dio. La mia attenzione si ferma sempre lì, sulle mani di Gesù che stringono i piedi dei discepoli.
Mi immagino la faccia dei dodici, le occhiate furtive tra di loro, l’imbarazzo. Che sia veramente impazzito? Lo seguono con lo sguardo, in silenzio. Si alza da tavola. Si spoglia dei suoi vestiti. Si copre con un grembiule. Prende un secchio, dell’acqua e si mette a lavare i loro piedi. Uno per uno. Senza fretta. Li asciuga con il grembiule che si è annodato in vita. E poi si riveste e si risiede ancora con i suoi. Silenzio. Nuovo imbarazzo.
La mia attenzione si ferma lì e ogni volta sono invaso dallo stupore. Gesù non prende tra le mani la testa dei discepoli, con tutti i loro sogni, gli ideali e i propositi. Il Figlio di Dio si mette in ginocchio davanti alla ciurma scompaginata dei suoi amici e prende tra le sue mani i loro piedi, cioè il contatto con la terra, le fragilità, le debolezze, le povertà. I piedi sono l’equilibrio, il cammino e reggono tutto il peso del corpo. I piedi dicono verso dove stiamo andando e verso chi stiamo camminando. I piedi possono fare radici, sprofondare nell’immobilità e gonfiarsi di egoismi.
Questa sera, i nostri piedi, sono nelle mani di Gesù. Così come sono, senza prelavaggi. Il Rabbi di Nazareth ci spoglia di tutte le nostre maschere e di tutte le nostre corazze. Davanti a Lui possiamo essere quello che siamo, non dobbiamo vestire altri panni o entrare nel ruolo. Davanti a Gesù possiamo davvero svestirci di tutti i nostri travestimenti. Lui conosce il nostro cuore, sente vibrare le nostre passioni e i nostri dolori, conosce la nostra sete di verità e le povertà quotidiane del nostro vivere.
Di nuovo in ginocchio, il grembiule ai fianchi, chinato, giù, sui piedi. I nostri, questa sera. Non alza la testa sopra la caviglia, non fa differenze tra gli amici e i nemici, tra i fedeli e i traditori. I piedi di Giovanni e i piedi di Giuda sono passati nelle Sue mani senza distinzioni.
Questo è il mandato che il Maestro ci lascia, questo è il volto dell’amore che la comunità cristiana deve incarnare. Mettiamo un po’ da parte i nostri litigi tra fedeli e super-fedeli. I veri nemici da combattere sono il peccato, la tiepidezza, la superficialità, la chiusura… e non quelli del tal gruppo parrocchiale che fa una cosa un po’ diversa dal solito! Finiamola di allarmarci per le campane stonate o le sacrestie disordinate, c’è altro da intonare e da ordinare!
Le nostre comunità si muniscano di acqua, di catini e di grembiuli per dare mani e passione all’annuncio del Vangelo. Anche noi in ginocchio, giù, senza mai alzare la testa sopra la caviglia per non distinguere i nemici dagli amici. Il tintinnio dell’acqua risuonerà per il vagabondo come per l'industriale, per l’ateo come per il monaco, per il bravo papà come per il carcerato, per gli sposi fedeli come per i separati, per l’amico sincero come per chi da mesi non saluta più. Lo faremo senza far troppo rumore, in silenzio, come ha fatto Gesù quella sera. Lo faremo con passione e con umiltà. Nelle nostre orecchie risuoneranno ancora le Sue parole e sui nostri piedi sentiremo ancora la stretta delle mani del Rabbi di Nazareth.

 CONTEMPLAZIONE
Non ti troverò, Signore, sugli altari delle mie celebrazioni interiori, se non avrò prima incontrato il tuo sguardo di schiavo che lava i miei piedi. Sì, schiavo di quell'Amore che domina il creato da quando nostro Padre ci amò e soffiò nella creta muta il suo spirito vivente. Tu, Creatore del mondo, sei qui, ai piedi di creature dal cuore indurito che non ti riconoscono nelle vesti di servo ma ti vogliono vedere sul trono dei forti. Povero cuore di un Dio, calpestato dai passi dei tuoi amici che col boccone di grazia ingoiano il demonio delle loro passioni! Povero cuore di un Dio, mendicante di amore per sempre. Non hai tu bisogno di amore, ma ci chiedi unicamente di farci amare noi da te. Neanche questo ti concediamo, e quei piedi che tu lavi come una madre fa con i suoi figli più piccoli quante volte ci colpiscono il volto! Quando?! Quando ti cerchiamo dappertutto all'infuori di lì dove sei, nel pane duro di ogni giorno, nella polvere dei nostri passi, alla tavola della nostra cena.

 

8 aprile: Mercoledì santo

"Sono forse io, Signore?"

Riflessione

Ascoltiamo di nuovo con sgomento il patteggiamento di Giuda per consegnare Cristo ai sommi sacerdoti: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnarlo". Così viene venduto l'Agnello pasquale, così basso è il prezzo della vittima divina! Intanto si avvicina la pasqua, è la pasqua ebraica, l'ultima celebrata con quel rito antico, la prima nuova pasqua di Cristo, turgida di misteri e pregnante di amore. Proprio mentre si celebrano i grandi segni della misericordia, mentre la novità di Cristo sta per emergere in tutto il suo fulgore, lo stesso Signore deve preannunciare il tradimento di uno dei suoi discepoli. È quasi incomprensibile alla mente umana questo assurdo e meraviglioso intreccio: l'amore che perdona e il peccato che uccide. Questa è però la nostra storia più vera, la storia dell'umanità e la storia di ogni uomo, che ama, è amato, rinnega l'amore e poi diventa anche traditore. Anche se ci ripugna, dobbiamo ammettere che Giuda non è poi tanto lontano e diverso da noi. Capita anche ai prediletti di rinnegare l'amore, di vendere Cristo per poche briciole di presunta felicità e il tradimento degli amati è sempre il più doloroso. "Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà". È ancora un figlio amato che lascia la casa paterna per avventurarsi, avido di libertà, nell'ignoto, nella valle dei porci. "Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto». Sta per consumarsi il tradimento e il sacrificio: siamo tentati di pensare che possa essere Cristo a soccombere, ma fra breve ci sarà dato di scoprire l'eterna verità: Cristo risorge glorioso e trionfante, Giuda lo vedremo impiccato ad un albero. Non vogliamo privarci della speranza che anch'egli abbia trovato la misericordia divina dall'albero della croce e della vita, ma siamo certi che il vincitore è Lui, il venduto per trenta denari, il tradito da un suo discepolo.

 

7 aprile: Martedì santo

"Quello che devi fare fallo al più presto"

Riflessione  

Nemmeno il tradimento di Giuda, riesce ad ostacolare la bellezza del progetto di Dio; nemmeno i nostri tradimenti riescono a sconfiggere o a scalfire l'amore di un Dio che dà la sua vita per la salvezza dell'uomo: tanto amore riesce a fare di noi persone migliori? Gesù rivela il limite dell'uomo che talora, con troppa facilità, volta le spalle: Giuda tradirà e Pietro rinnegherà ciò che in un momento di entusiasmo aveva affermato.
Anche noi commettiamo dei tradimenti: ogni volta che veniamo meno ai nostri ideali; ogni volta che veniamo meno agli impegni presi; ogni volta che abbandoniamo quei legami affettivi che ci richiedono impegno per rincorrerne altri più frivoli e interessati; ogni volta che riveliamo una fragilità dell'amico, per sminuirne la sua immagine, volendo gonfiare la nostra. Ogni tradimento ha all'origine una storia d'interessi e di egoismi. Gesù spezza questa catena "precedendo" il tradimento di Giuda. Non sarà infatti Giuda a consegnare Gesù in mano ai Giudei, ma sarà Gesù stesso, facendo di quella scelta un capolavoro nell'amore, a consegnarsi.
C'è una frase in questo Vangelo che sempre mi ha interrogato: "Quello che devi fare, fallo subito." Perché Gesù ha detto questo a Giuda? La spiegazione più bella mi sembra contenuta nella logica dell'amore: Gesù ha così tanto desiderio di salvarci che, in un certo senso", non vede l'ora di poterlo fare. Sa che Giuda, uscendo da quel banchetto speciale, andrà a "consegnare Gesù", ma Gesù si è già consegnato all'amore totale, all'amore fino alla fine e ha in un certo senso un desiderio immenso di vederci tutti salvati da questo amore.
E' assurdo, ma in ogni nostro tradimento, Gesù ci ha anticipato l'amore, e se solo abbiamo il coraggio di volgere il nostro sguardo verso di Lui, ci rendiamo conto che abbiamo solo tradito noi stessi, perché il suo amore rimane, fermo, inchiodato a quella Croce, fedele sino alla fine.

 

6 aprile: Lunedì santo

"I poveri infatti li avete sempre con voi,

ma non sempre avete me"

Riflessione

Inizia la Settimana Santa. Sono giorni preziosi, come è preziosa quella libbra di olio profumato di vero nardo che Maria cosparge sui piedi di Gesù. Preziosa non solo per il suo valore commerciale: 300 denari, non poca cosa, ma preziosa soprattutto per il suo valore simbolico. In questi giorni ho ascoltato l'esperienza di un giovane che dopo una vita da "dissoluto" arriva dalla madre in punto di morte. La Madre lo abbraccia e muore tra le sue braccia. Quale valore ha quell'abbraccio? Quale valore hanno le ultime parole di uno che muore?, o i suoi ultimi gesti?, o le cose che ci affida?

Quell'olio profumato è prezioso perché in fondo Maria sembra l'unica a comprendere che Gesù sta donando la sua vita fino in fondo. Il suo è un gesto profetico, anticipa il rito della sepoltura, anticipa l'olio con cui il suo corpo verrà cosparso dopo la morte. E' un gesto pieno di tenerezza, di amicizia, di calda accoglienza. Gesù ha voluto trascorrere in casa di amici i suoi ultimi giorni e Maria desidera dimostrargli tutta l'amicizia, la limpidezza sul suo amore. Per Giuda quell'olio sparso su Gesù è uno spreco inutile, si poteva vendere per i poveri, ma lui non ha capito chi era Gesù. Maria, unica tra tutti, comprende che Gesù sta consegnando la sua vita, Maria comprende che in questo momento Gesù, è il più povero tra tutti e che quell'olio gli appartiene.

Gesù, incarnandosi, ha già consegnato la sua vita di Dio, ora consegna la sua vita come uomo, e si fa povero anche della sua stessa vita; è il più bisogno di affetto, e quell'olio cosparso con tenerezza è la risposta umana ad un Dio che si è fatto uomo.

In fondo Maria ci insegna come stare accanto a Gesù, ai poveri, agli ultimi: essere accanto a loro con Gesù. La strada che lei ha percorso sino a baciare i piedi del maestro, è la via della salvezza, è la via di Gesù: i poveri saranno sempre con noi nella vita di ogni giorno e loro stessi possono dirci quanto hanno bisogno dell'unguento dell'amore e della giustizia. Gesù si fa povero tra i poveri e ci insegna a "sprecare", come Maria, la nostra tenerezza, il nostro amore, dandoci ai poveri, agli ultimi. Il povero non ha solo bisogno di cose materiali come Giuda pensava, ma anche del nostro amore, della nostra bellezza, della nostra compassione...

Questo Vangelo, all'inizio della Settimana Santa, vuole renderci particolarmente sensibili e attenti ad ogni gesto, a non ritenere in più nulla che venga fatto con amore.

 

5 aprile: Domenica delle Palme

«Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!»

Riflessione

«Prendete, questo è il mio corpo... Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti». Con queste parole, Gesù, ci hai detto qual è il senso del momento più importante nonchè il più doloroso della tua vita: la tua morte! Tu Gesù sei stato ingannato, tradito, percosso, giudicato reo di morte, oltraggiato, deriso, schiaffeggiato, messo in catene, spogliato, crocifisso! E' la volontà del Padre nostro che si è realizzata, è la tua disponibilità, quella di un Dio in grado di offrire il proprio corpo e il proprio sangue in sacrificio, che ha permesso la realizzazione della salvezza per molti. Sì molti, tutti sono salvati dal Tuo corpo e dal Tuo sangue, Gesù: ogni giorno nelle nostre chiese il Tuo sacrificio diventa per noi la salvezza. Gesù tu ci permetti di mangiarti, di nutrirci con il Tuo corpo e il Tuo sangue. Tu diventi in noi comunione, sì comunione con l'amore del Padre: attraverso di Te sperimentiamo la grazia, attraverso Te il nostro corpo diventa un tutt'uno col Tuo, con l'Amore. Quell'amore che nutre il nostro spirito, quell'amore cui tu non hai saputo dire di no, quell'amore che oggi ci raggiunge ovunque noi siamo: nella nostra condizione attuale, ognuno con la propria storia di vita, nessuna più bella di un'altra, nessuna più importante nè più interessante di un'altra perchè Tu non hai fatto distinzioni, hai amato proprio tutti, Gesù, non hai escluso nessuno, nemmeno i tuoi accusatori, nè i tuoi crocifissori. Oggi mi è data solo la possibilità di leggere ciò che ti è accaduto, mi sembra di essere lì, Gesù, nel mio cuore sento che vorrei fare qualcosa per te. Quando leggo che hai avuto paura, che ti sei angosciato, che eri triste mi si stringe il cuore, sento che vorrei essere stato lì con te, forse non avrei dormito, forse avrei pregato per Te, ti avrei sostenuto...ma poi mi osservo, mi guardo oggi nel mio presente in cui Tu mi chiedi di vegliare, Tu mi chiedi di sostenerti ed io spesso mi addormento, spesso ti rinnego e non mi accorgo che Tu sei ugualmente triste, che Tu mi stai chiedendo qualcosa affinchè le sofferenze che hai vissuto possano avere un senso: quello di rendermi felice, quello di rendere la mia vita realizzata, amata! Non hai desiderato altro Gesù! In quel grido straziante sulla Croce, in quell'urlo di dolore che tu stavi provando nella Tua carne, c'era anche la mia vita, c'era anche la mia sofferenza. Sei divenuto uomo perchè volevi sentire quello che sento anch'io, la mia stessa esperienza, il mio stesso dolore....chiamavi il Padre per me, urlavi il Suo nome affinchè non mi abbandonasse e mi hai insegnato a restare su quella Croce comunque, malgrado il dolore, malgrado il patire. No! Tu non sei sceso, l'amore che ti guidava era più forte di ogni dolore e quell'amore era per me, è per me! Ed io Gesù lo avverto, lo vivo tutto, lo sento nella pelle che Tu mi ami, che Tu per me sei morto, che Tu hai resistito nel silenzio a tutto ciò che ti veniva detto...il tuo silenzio! Quel silenzio che ancora oggi spesso avverto nella mia vita, quando sembra che Tu non ci sei: qualunque cosa io ti chieda, qualunque accusa io muova verso di te, Tu non rispondi, sembri assente....e invece, Gesù, Tu stai lì, ascolti tutta la mia incomprensione, la mia incapacità di vedere la verità, quella nascosta nella Tua volontà, in quella del Padre! La mia incredulità, la mia incoerenza, il mio peccato ti rende silenzioso vorresti che io capissi, che io comprendessi il Tuo silenzio....ma in quel silenzio, mi hai insegnato, che Tu mediti qualcosa di grande, che Tu ti stai preparando all'ennesimo sacrificio d'amore per me...ti prepari ad una nuova Croce, questa volta è la mia, sei pronto a caricarla sulle Tue spalle, a portarla per me...ma io ti dico: no, Gesù! Hai fatto abbastanza, ora ho capito cos'è il sacrificio e so nel mio cuore che nessuna Croce può essere tanto pesante di quella che hai portato Tu per me. La vivrò come l'hai vissuta Tu, la sosterrò con la stessa forza, con lo stesso amore e questa volta sarò io ad offrire a Te il mio dolore, la mia fatica, il mio soffrire...è Tuo Signore, perchè ti amo. 

4 aprile: Sabato della V settimana di Quaresima

"Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni"

Riflessione

 Questo brano illustra la reazione opposta al segno della risurrezione di Lazzaro: molti spettatori del miracolo credono in Gesù, i capi del popolo decretano la sua morte, ostinandosi nella loro cecità volontaria. Questo brano ha un profondo significato teologico. Non solo determina che Gesù deve morire, ma stabilisce anche lo scopo e l'effetto di questa morte: egli muore "per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi".
Questo è uno dei pochi brani del vangelo di Giovanni che parla del valore salvifico della morte di Gesù. Il prodigio della risurrezione di Lazzaro ha favorito la fede di molti giudei venuti da Maria. I segni operati da Gesù devono favorire la fede. Bisogna credere nel Figlio di Dio almeno per i segni eccezionali da lui operati. Tuttavia la fede profonda deve prescindere dal vedere, per cui Gesù proclama beati i discepoli che credono senza aver visto.Non tutti i giudei presenti a Betania hanno creduto, anzi alcuni andarono subito ad informare i sommi sacerdoti e i farisei i quali prendono occasione da questa notizia per radunare d'urgenza il consiglio supremo. I sommi sacerdoti e i farisei mostrano la loro preoccupazione per il comportamento di Gesù e implicitamente riconoscono la loro impotenza dinanzi ai segni operati da lui. L'ammissione che Gesù compie molti prodigi non stimola i giudei a credere, ma al contrario li spinge a prendere misure repressive nei suoi confronti. La preoccupazione maggiore dei capi religiosi degli ebrei è di carattere politico: essi temono di perdere il potere. Quando Giovanni scriveva il suo vangelo, la deportazione degli ebrei e la distruzione di Gerusalemme operata dai romani era un fatto compiuto. I capi del popolo che temevano dei disastri sociali a motivo della fede in Cristo, non previdero che questi mali sarebbero stati una conseguenza della loro incredulità, un castigo per aver rifiutati il loro Messia. Caifa nel suo intervento dichiara che è conveniente sacrificare un uomo per evitare la rovina dell'intera nazione. Per l'evangelista queste espressioni di Caifa acquistano un significato molto profondo. Gesù muore a favore dell'intera umanità, per donare la vita al mondo, per salvare il gregge di Dio, per santificare i discepoli nella verità. I figli di Dio sono i discepoli di Gesù, generati da Dio. Il loro distintivo è la fede e l'amore. Questo popolo che è stato acquistato dal Signore è la Chiesa, la sposa santa e immacolata di Cristo. La morte di Cristo ha una finalità salvifica perché raduna in unità i dispersi figli di Dio. Il peccato è divisione, la salvezza è vita in unità con Dio e con i fratelli. La morte di Gesù realizza l'oracolo di Ezechiele 34, 12-13 che prediceva la riunione delle pecore del Signore, radunandole da tutte le regioni nelle quali erano state disperse, per formare un solo gregge condotto da un solo pastore. Dopo la decisione del sinedrio Gesù si ritira ai margini del deserto di Giuda. Questi avvenimenti si verificarono a pochi giorni dalla Pasqua. I giudei che abitavano in campagna salivano qualche giorno prima della solennità per purificarsi secondo le prescrizioni della legge, sottoponendosi ai riti di aspersione con il sangue degli agnelli. Questi pellegrini cercano Gesù. La loro ricerca era sincera. Questi pii campagnoli osanneranno Gesù in occasione del suo ingresso trionfale in Gerusalemme.

 

3 aprile: venerdì della V settimana di Quaresima

 "Tu, che sei uomo, ti fai Dio"

Riflessione

Gesù viene accusato di bestemmia, Gesù viene minacciato con le pietre, vogliono lapidarlo, vogliono ucciderlo, Gesù viene costretto a scappare via, a sfuggire dalle mani degli accusatori....Gesù! Sì, non hai capito male, proprio Gesù! Lui che ha compiuto miracoli, ha insegnato nel tempio, ha guarito dalle malattie, ha liberato dalla schiavitù del peccato, ha annunciato l'Amore del Padre è stato accusato. Chi ha accusato Gesù? Chi lo condanna? Chi desidera lapidarlo? Coloro che non credono che Gesù è Dio! E' questa la condanna, è questo ciò che ogni giorno uccide Gesù...è quella pietra del tuo e del mio cuore indurito che colpisce ancora Gesù, che lo allontana, che lo costringe a fuggir via da noi! La sua vita, le sue parole, i suoi gesti sono ancora oggi sotto i nostri occhi, Gesù opera continuamente nella nostra vita. Basta accostarsi alla Parola, mangiare il suo corpo, bere il suo sangue e fare esperienza di Lui, dare a Lui la possibilità di incarnarsi ancora oggi attraverso il nostro corpo che Lui stesso continua a nutrire, a custodire. Dio si è fatto uomo per entrare pienamente nella nostra vita, ha vissuto come me, come te, le stesse difficoltà, una vita in carne ed ossa. L'ha vissuta per indicarci la strada per vivere la nostra, per avere l'opportunità di guardarci negli occhi, di toccare i nostri corpi e renderci santi. Divenendo uomo Dio ha accorciato le distanze, è diventato simile a me, simile a te per essere come me e dirmi che io posso essere come Lui, posso vivere come Lui nell'amore del Padre, posso essere come Lui speranza per i miei fratelli, posso essere come Lui dono per chi soffre! Signore non scappar via, getto via la pietra, sotto la tua croce imparerò ad ascoltare il tuo cuore che parla al mio, imparerò ad amare pienamente l'Uomo!

 

2 aprile: Giovedì della V settimana di Quaresima

"se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte"

Riflessione

 E' difficile parlare della morte perchè la morte ci spaventa, la morte ci fa terribilmente soffrire. Tutti facciamo esperienza della morte: un conoscente, un amico...un familiare! Tanti muoiono intorno a noi e la nostra vita terminerà col sopraggiungere della morte fisica. Quando ciò accade riflettiamo, ne siamo scossi, vediamo allontanarsi da noi persone cui siamo fortemente legati, prendiamo consapevolezza che quel volto non lo vedremo più, quella voce non l'ascolteremo più, quei gesti, quelle carezze ci mancheranno tanto, ne proviamo un forte dolore, ci sentiamo scoppiare il cuore...Il Signore tutto questo lo sa, ci conosce fino in fondo e comprende quanto la morte è per noi il nemico che temiamo di più, una fase della nostra esistenza che siamo costretti a vivere, sia per noi che per i nostri cari. E' per questo che oggi Gesù ci parla della morte, vuole far luce anche su di essa, vuole raccontarci la grande verità che ne spiega il valore, il senso ultimo: "Se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte", dice Gesù. Se crediamo in Lui, se osserviamo la sua Parola, scopriamo che Lui è la Vita, è la Vita eterna, Lui è colui che ha vinto la morte... Eppure tutti muoiono, tutti prima o poi perdono la vita anche persone che amano il Signore, anche i Santi... Vorrei riportare un brano che forse ci spiega questo controsenso, questa nostra difficoltà a comprendere le parole di Gesù:

"Le persone in lutto singhiozzavano: tutto è finito;

Le persone in lutto sussurravano: via, coraggio, è finita;

Le prime persone non in lutto mormoravano: poveretto, così finisce tutto!

E le altre respiravano: uf, è finito!  Ed io pensavo che tutto cominciava

Era appena nato, nato alla Vita:  quella buona, quella vera, la Vita eterna.

Non vi sono morti, Signore,  non vi sono che viventi, sulla nostra terra e all'al di là.

La morte esiste, Signore,  ma non è che un momento, un istante, un secondo, un passo,

il passo dal provvisorio al definitivo, il passo dal temporale all'eterno.

Così muore il bambino quando nasce l'adolescente,

il bruco quando si libra la farfalla,  il grano quando si annuncia la spiga.

Ma in Voi, Signore, sento che (i miei morti) mi chiamano,  vedo che mi invitano,

sento che mi consigliano,  perchè mi sono maggiormente presenti.

Un tempo, le nostre carni si toccavano, ma non le nostre anime.

Ora li incontro, quando incontro Te,  li ricevo in me, quando ricevo Te,

li porto quando porto Te,  li amo quando amo Te.

signore, Vi amo e voglio amarVi maggiormente,

Voi eternate gli amori ed io voglio eternamente amare." (Michel Quoist, Preghiere)

La morte dunque diventa contemplazione di Dio, diventa possibilità di essere un tutt'uno con l'Amore, con Dio:

una realtà unica, un ritorno al Padre, un abbraccio eterno! Stretti a Dio, uniti a Lui è il nostro destino, è il desiderio di Dio per noi: permetterci di  godere una gioia piena che mai finirà. Spesso al passare degli anni ci si rende conto che ci si avvicina alla morte e questo pensiero di solito rende tristi ma è bello pensare che ogni giorno che passa è un avvicinarsi al momento dell'incontro, ogni giorno accorcia le distanze tra noi e Dio, tra noi e l'Amore eterno. Il Signore ci chiede di prepararci a quest'incontro, di iniziare fin da ora ad amarlo per goderne pienamente nel tempo stabilito.

 

 

1 aprile: Mercoledì della V settimana di Quaresima

"La verità vi farà liberi"

 Riflessione

Oggi Gesù è molto chiaro, ci parla della libertà, della verità che ci rende liberi. Credo che ognuno di noi ha questo profondo desiderio dentro di sè, il desiderio della libertà. Ma cosa intende Gesù con questo termine? Cosa vuole dirci? Innanzitutto, spulciando nelle tante definizioni che si possono trovare su questo termine, per libertà si intende la condizione di chi non è prigioniero e non ha restrizioni, non è confinato o impedito. Per uomo libero dunque si può intendere colui che non è costretto a vivere in un luogo chiuso, segregato, in stato di prigionia. Ma per libertà in senso più ampio si può intendere anche la facoltà dell'uomo di agire e di pensare in piena autonomia, è la condizione di chi può agire secondo le proprie scelte. Ci sono voluti secoli, guerre, morti per raggiungere la libertà e ancora oggi la libertà è ancora il valore per cui si continua a combattere in tante parti del mondo. Anche nei paesi "sviluppati" si continua a combattere per la libertà. Se guardiamo alle notizie sui giornali, se ripensiamo a ciò che accade ogni giorno non possiamo non notare che in fondo è sempre la libertà che continuiamo a perseguire: libertà di pensiero, libertà di espressione, libertà sessuale, libertà da chi ci vive accanto, libertà di morire come e dove si vuole, libertà di sfruttare il nostro corpo...sono tantissime le forme di libertà per cui molte persone, in un modo o in un altro, con motivazioni più o meno convincenti, combattono ogni giorno. Si fanno vere e proprie battaglie, si va in televisione, si strumentalizza la vita e le sofferenze di tante persone...ma si combatte per la libertà! E' dunque un desiderio di molti, un valore che vale la pena vivere. E noi Cristiani? Beh, noi troppo spesso rimaniamo in silenzio, non abbiamo il coraggio di intervenire, di dire cosa pensiamo e, quando lo facciamo, qualcuno ci addita, qualcuno ci allontana, qualcuno dice che parliamo troppo e che per questo valore noi non abbiamo il diritto di esprimerci (mi sbaglio o ci vieta una libertà?). Però Gesù è chiaro, oggi è proprio chiaro! Dice una cosa fondamentale: "conoscerete la VERITA' e la VERITA' vi farà liberi". Ci dice che la vera libertà è solo quella che nasce dalla conoscenza della verità! Ma allora mi chiedo, ma di quale verità parla Gesù? Beh, sicuramente ognuno di noi ha provato dentro di sè la sensazione di essere un uomo libero quando è giunto a riconoscere la propria verità: per me stesso e per tante persone che mi è capitato di conoscere ho intuito che il passo più complesso da compiere per liberarsi da qualunque male, psicologico, morale, spirituale, è quello di individuarlo e subito dopo di portarlo fuori di sè, liberarsene. Ma allora Gesù intende questo? Che attraverso la sua parola riusciremo a comprendere la "nostra" verità e attraverso di essa ad essere liberi? Credo di sì, credo che in fondo la libertà di ogni uomo è molto personale perchè derivi dalla propria verità che è unica e, nella mia umile esperienza di Dio, posso gridare al mondo che veramente la parola di Dio ti porta a conoscere la tua verità, ti pone davanti la tua vita, te stesso. Il nostro Dio ci vuole persone libere, persone che realizzano la propria vita, i propri desideri, la propria vera natura. E ci indica la strada, ci indica il percorso da seguire per essere persone libere. Ci dice che è Lui la via, la verità e la vita...Ci dice dunque che la vera libertà, la conoscenza della verità la possiamo avere solo in Gesù. E' Gesù la verità, è Lui che ci libera dalla schiavitù del peccato, da ciò che ci imprigiona nei nostri limiti umani, nei nostri ristretti pensieri, nel nostro piccolo mondo. E' il figlio che ci farà davvero liberi. Attraverso la morte in Croce Gesù ci libera dall schiavitù del peccato perchè ci insegna una cosa molto importante: l'Amore! Ci fa comprendere che forma ha e quanto sia immenso l'amore che Dio ha per ciascuno di noi, per ciascun peccatore e ci dice che forma deve avere il nostro amore per gli altri, per noi stessi affinchè possiamo comprendere la verità che ci riguarda intimamente e che ci renderà liberi: e cioè che siamo persone in grado di amare, che la nostra vita ha senso solo se riusciamo ad amare alla maniera di Dio, amare senza confini, amare fino a donare se stessi. Credo che se nel mondo questo messaggio di Gesù fosse compreso, fosse vissuto oggi non combatteremmo tante guerre, anche quelle personali, anche quelle quotidiane!

 

31 marzo: Martedì della V settimana di Quaresima

"Io non sono di questo mondo"

Riflessione

Il Vangelo di Giovanni che ci sta accompagnando in questi giorni a volte sembra ermetico. Eppure la Parola è per sua natura Rivelazione. Cosa vorrà dirci la Parola di oggi? Anzitutto Gesù si sta rivolgendo ai Farisei, coloro che al tempo di Gesù erano i più osservanti della legge, quelli che la volevano proprio osservare fin nei minimi dettagli e ci tenevano. Senza offendere nessuno, oggi diremmo i "bigotti", quelli che si mettono sempre al primo banco in chiesa. E a costoro Gesù dice delle parole forti: "Io vado", preannuncia cioè la sua morte, una morte scelta in quanto sarà lui stesso a consegnarsi nelle mani di coloro che lo vogliono uccidere, perché è Lui ad offrire la sua vita a riscatto di tutti noi. "Voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato." Nonostante i farisei dicano che Gesù è un bestemmiatore perché si professa Figlio di Dio e osa chiamare Dio, papà, continueranno a cercare il volto di Gesù, quell'immagine presente nel cuore dell'uomo, in quanto creati a sua immagine e somiglianza. Perché moriranno (o moriremo) nel nostro peccato? Nonostante l'evidenza della salvezza, rimaniamo ciechi. Nonostante la salvezza penetri come luce luminosa nelle tenebre, i nostri occhi spesso non vedono. 

Non è la luce ad accecarci, ma il nostro stesso peccato. "Dove vado io, voi non potete venire." 

Dio è amore e non c'è posto in Dio per il peccato, inteso come assenza di amore. S

e noi non ci convertiamo all'amore, non possiamo stare là dove è Dio.

"Ma chi sei tu, Gesù, allora?" Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono...

Questo passo ci ricorda Mosè, quando davanti al Roveto Ardente aveva detto a Dio: 

Ma se mi chiederanno il tuo nome, che nome dirò loro? 

E Dio aveva risposto: "Io Sono colui che Sono". 

Una traduzione dice che quel Io sono = Io ci sono. Io ci sono quando soffri, 

quando gioisci, quando stai in ansia per qualcosa, quando preghi e quando sei lontano... Io ci sono. 

Allora, dice Gesù: quando mi avrai rifiutato, calunniato, offeso... 

E quante volte lo facciamo a Lui presente nel fratello... saprai che Io Sono. 

Tutte le volte che innalziamo Gesù sulla Croce, oltraggiando la verità, l'amore, la giustizia, il fratello, lui ci dirà: Sono Io. Io sono presente in questo oltraggio, in questa verità che calunni, nell'amore non dato, nella giustizia non compiuta..."A queste parole molti credettero in Lui..." Tu che cosa fai?

 

30 marzo: Lunedì della V settimana di Quaresima

"Neanch’io ti condanno; 

va’ e d’ora in poi non peccare più"

Riflessione

Tutti aspettano di vedere come se la caverà Gesù: tutto appare ben orchestrato da scribi e farisei i quali, come annota bene l'evangelista, vogliono tendere una trappola a Gesù. In modo subdolo la domanda obbliga a prendere posizione facendo scontrare frontalmente Gesù o con l'autorità giudaica, se egli non osserva la legge mosaica nel caso voglia sottrarre la donna alla morte, o con l'autorità romana, se egli decreta la morte, cosa vietata ai giudei. In questa situazione Gesù deve decidere.

Sembra non sapersi decidere, prende tempo scrivendo per terra: sono attimi eterni di impacciante silenzio. Molti studiosi si sono impegnati a decifrare quelle parole o quei segni tracciati sulla sabbia. Per qualche autore Gesù scriveva i peccati degli accusatori, per altri il comandamento "non commettere adulterio" oppure "non uccidere". Tu stesso puoi usare la tua fantasia e decifrare quei messaggi.

A me piace pensare che Gesù scriva una parola: PERDONO. E quel silenzio è il silenzio dell'attesa perché sta per germogliare una cosa nuova, Gesù è la novità, lui porta una novità: dice basta con la legge Mosaica, dice no alla legge romana, e lascia fiorire una cosa nuova: il PERDONO. Con divina maestria Gesù sa unire la chiarezza della verità alla dolcezza dell'amore...

Gesù squarcia il silenzio e la sua parola è come una spada che si conficca nella profondità della coscienza, colpendo implacabilmente tutte le miserie e le ipocrisie che vi si annidano: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". MISERICORDIA O LAPIDAZIONE? Gli accusatori vorrebbero negare alla donna adultera la possibilità di un cambiamento, rifiutarle l'avvenire. Sotto i sassi, che tengono in mano impazienti, vorrebbero seppellire il peccato e la persona, il suo passato e il suo futuro.

Ma le parole di Gesù provocano un nuovo silenzio, rotto solamente dai passi degli accusatori che piano piano si allontanano. Rimane solo Gesù, l'unico che non ha peccato: lui non scaglia la sua pietra, ma dal basso, dalla stessa posizione in cui la donna era caduta, per poter essere vicino alla sua miseria dice: "Donna, qualcuno ti ha condannato? Neanch'io ti condanno, Và e non peccare più".

Con la donna sei rimasto solo tu Gesù, tu che non hai peccato e che quindi potresti lanciare la prima pietra. Ma tu non hai pietre, hai solo amore. Un amore che libera, un amore che salva, un amore che spalanca un futuro nuovo.

Gesù chiama la peccatrice: "donna", un titolo che darà anche a sua madre. Chi gli sta davanti è una persona che egli non solo rispetta, ma che pure riabilita alla sua dignità perduta. Le parole di Gesù sono come un raggio di sole che arriva nell'oscurità della vita della donna. Le sue parole non creano imbarazzo, Gesù non la scusa, non la giustifica, non chiude gli occhi davanti alla verità, non cede alla tentazione di confondere il vero con il falso, semplicemente perdona. E il perdono, chi l'ha provato lo sa, è riabilitazione, rinascita a vita nuova, aria fresca, possibilità di essere diversi per iniziare un cammino nuovo.

Cristo assolvendola, liquida definitivamente il passato e consegna alla peccatrice un futuro intatto, illibato. La inventa diversa. Cos'è allora questa NOVITA' preannunciata dal Profeta Isaia, questa cosa nuova che è venuto a portare Gesù? La novità del messaggio cristiano consiste nel riconoscere che nessuno è senza peccato e che ognuno però può non peccare più. Il peccato, appartiene, se tu vuoi, al passato, il futuro può essere aperto alla grazia con cui Gesù ti raggiunge nel tuo presente.

Possiamo dire con S. Paolo: "Proteso verso il futuro, corro verso la meta": davanti a noi abbiamo la grazia della Pasqua.

29 marzo: V Domenica di Quaresima

«Signore, vogliamo vedere Gesù»

Riflessione

Quante volte nel tuo cuore si è presentato questo desiderio profondo: "voglio vedere Gesù"...credo tante! Anche oggi se cerchi qualcosa da leggere sul passo del Vangelo del giorno, se stai girando qua e là sul web e per caso ti sei soffermato su questa Parola, in fondo è perchè hai questo desiderio. Tu questo Gesù vorresti proprio vederlo, vorresti guardarlo negli occhi, vorresti essere guardato da Lui, vorresti dirgli qualcosa, forse raccontargli il tuo dolore più grande, i tuoi dubbi, vorresti sondare la tua fede, sciogliere ogni dubbio, interrogarti e osservare i tuoi sentimenti di fronte a Lui. Bene, immagina che Gesù sta proprio lì di fronte a te...qual è la prima cosa che gli diresti? Ci hai mai pensato? Come ti comporteresti? Sapresti che domanda fargli? Prova ad immaginare...qualunque cosa tu pensi, qualunque dolore tu porteresti a Gesù la sua risposta sarebbe quella data alle persone che un tempo chiesero di Lui: "se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto". Gesù ti ha già risposto, Gesù ti sta dicendo che se vuoi far fiorire la tua vita, se vuoi dare ad essa un senso, se vuoi viverla pienamente, se vuoi realizzare quel progetto che Dio ha su di te e sentirti pienamente amato allora dovrai passare per la morte. Eh sì, la morte! Quali sono i desideri, gli atteggiamenti, le tue ostinazioni a cui dovresti morire? Qual è quel peso grande che hai nel cuore, quella sofferenza che da tempo ti sta rincorrendo, quel pensiero con cui tutte le mattine devi fare i conti appena apri gli occhi? Gesù ti dice di morire a tutto questo, di non farlo più vivere dentro di te facendo finta che non esiste, di non nutrirlo più con la tua tristezza...affrontalo, non aver paura, vai da Gesù, confidalo a Lui, mettilo nelle sue mani, donaglielo con amore! E se questo passo è per te un sacrificio, ti sembrerà una morte, allora sei sulla strada buona perchè produrrà molto frutto, il Signore lo trasformerà! "Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna"...Gesù non ci chiede di odiare la nostra vita, ma di odiare qualunque cosa della nostra vita che ci incatena, che non ci permette di essere liberi di amare. Amare la propria vita vuole dire avere un attaccamento morboso a tutto ciò che viviamo ogni giorno, persone, cose, abitudini...il Signore ci dice di avere coraggio, di avere la capacità di mettere in discussione tutto ciò! Se hai incontrato il Signore, se hai compreso cosa il Signore ti sta chiedendo, se hai finalmente guardato in faccia la tua verità allora non temere, dice il Signore, mettiti in discussione, stravolgi pure la tua vita...è per un amore più grande, è per una gioia senza fine! "Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà". Ecco la vera promessa di Gesù...Ti sta chiedendo di essere sempre al suo fianco, non attendere che Lui venga a cercarti, vai tu da Lui, seguilo, mettiti a servizio dell'Amore! Qualunque cosa tu faccia nella vita, qualunque sia la tua occupazione, la tua famiglia, i tuoi progetti ricordati che il Signore ha piantato anche nel tuo cuore quel seme, con la sua morte in croce il Signore è stato innalzato da terra e quella morte, quella sofferenza è il segno dell'amore infinito che Dio ha per te. Fatti attirare da quell'amore, respiralo, osservalo, scrutalo e lo troverai dentro di te.

 

 

28 marzo: sabato della IV settimana di Quaresima

"Mai nessuno ha parlato come quest'uomo!" 

Riflessione

 Giovanni constata che c'erano diverse opinioni e molta confusione riguardo a Gesù in mezzo alla gente. I parenti pensavano una cosa, la gente pensava in altro modo. Alcuni dicevano: "E' un profeta!". Altri dicevano: "Inganna la gente!" Alcuni lo elogiavano: "E' un uomo buono!". Altri lo criticavano: "Non ha studiato!" Molte opinioni! Ciascuno aveva i suoi argomenti, tratti dalla Bibbia o dalla Tradizione. Però nessuno ricordava il messia Servo, annunciato da Isaia. Anche oggi si discute molto sulla religione, e tutti estraggono i loro argomenti dalla Bibbia. Come nel passato, così anche oggi, succede molte volte che i piccoli sono ingannati dal discorso dei grandi e, a volte, perfino dai discorsi di coloro che appartengono alla Chiesa.
La reazione della gente è assai diversa. Alcuni dicono: è il profeta. Altri: è il Messia, il Cristo. Altri ribadiscono: non può essere, perché il messia verrà da Betlemme e lui viene dalla Galilea! Queste diverse idee sul Messia producono divisione e confronto. C'era gente che voleva prenderlo, ma non lo fecero. Probabilmente perché avevano paura della gente.

Anteriormente, davanti alle reazioni della gente favorevole a Gesù, i farisei avevano mandato guardie a prenderlo. Ma le guardie ritornarono in caserma senza Gesù. Erano rimasti impressionati nel sentirlo parlare così bene: "Mai nessuno ha parlato come quest'uomo!" I farisei reagiscono: "Forse vi siete lasciati ingannare anche voi?" Secondo i farisei, "questa gente che non conosce la legge" si lascia ingannare da Gesù. E' come se dicessero: "Noi capi conosciamo meglio le cose e non ci lasciamo ingannare!" e dicono che la gente è "maledetta"! Le autorità religiose dell'epoca trattavano la gente con molto disprezzo.
Dinanzi a questo argomento stupido, l'onestà di Nicodemo si rivolta ed alza la voce per difendere Gesù: "La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?" La reazione degli altri è di presa in giro: "Sei forse anche tu, Nicodemo, della Galilea!? Dà uno sguardo alla Bibbia e vedrai che dalla Galilea non potrà venire nessun profeta!" Loro sono sicuri! Con il libro del passato in mano si difendono contro il futuro che arriva scomodando. Molta gente continua a fare oggi la stessa cosa. Si accetta la novità solo se va d'accordo con le proprie idee che appartengono al passato. E' l'esperienza di chiunque abbia cercato in qualche modo di parlare di Gesù tra la gente, anche con un amico, un familiare...Chi ha fatto esperienza di Dio, come Nicodemo, i soldati, come noi oggi che ci accostiamo a Gesù in punta di piedi, col desiderio di poter essere guardati da Lui, di poter sentire nel cuore quell'amore profondo che solo il Signore sa donare, di poter ascoltare quelle parole che ci hanno cambiato la vita, che ci hanno permesso di dire sì alla vita non può semplicemente dire "mai nessuno ha parlato come quest'uomo!"... chi crederebbe alle nostre parole, chi ci ascolterebbe? E' invece la vita che deve cambiare, il nostro atteggiamento di fronte ad essa, è la nostra vita che deve parlare ogni giorno di Dio, di quel Dio che ci ha salvati e che dà nutrimento ad ogni nostra azione! In fondo i soldati non avevano arrestato Gesù, è questo il segno importante, è questa l'azione, è attraverso questo gesto che hanno parlato di Dio, così come Nicodemo che si era spinto nella notte a cercare Gesù, per poter parlare con Lui, malgrado la paura, il giudizio, le difficoltà. Questi i segni che devono aiutarci a vivere il rapporto con Dio: farne testimonianza con la nostra vita attraverso scelte concrete, cambiamenti di atteggiamento di fronte ad essa, parlarne col cuore, con la disponibilità, amando ogni giorno ciò che il Signore ci dà da vivere. Un gesto concreto, un sorriso, occhi puliti, illuminati, la serenità interiore valgono più di mille parole!

 

27 marzo: venerdì della IV settimana di Quaresima

"Io però lo conosco, perché vengo da lui 

Riflessione

Siamo ancora ai primi capitoli del Vangelo di Giovanni eppure già si parla che i Giudei vogliono uccidere Gesù.Il motivo? Egli parla liberamente del suo rapporto con il Padre. Con coraggio dice: "Io lo conosco, perché vengo da lui e lui mi ha mandato". Gesù pone in evidenza il suo rapporto con il Padre: "Io lo conosco", si tratta di una conoscenza intima, profonda, una conoscenza non solo intellettuale, ma una conoscenza dell'essere: Gesù sta dicendo all'umanità che lui è la seconda Persona della Trinità che ha vissuto con il Padre, sta dicendo che Lui è Dio. E questo per i Giudei era troppo! Gesù non può rinunciare di dire questo rapporto, di mostrarlo, perché proprio questa è la sua missione: rivelare il Padre, rivelare l'amore del Padre per tutti gli uomini: "Il Padre ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito". Questa è per Giovanni la Rivelazione. E Gesù, il Figlio, in perfetta comunione con il Padre, viene a far conoscere questo amore. Egli si ferma dove è accolto, dona la salvezza a chi lo cerca con cuore sincero, non impone la sua presenza. Gesù torna a Gerusalemme per la Festa delle Capanne, ci torna di nascosto, in modo sommesso, non per paura, ma per testimoniare l'importanza di vivere quel momento per rievocare le grazie ricevute da Dio nel cammino esodale, nel deserto, luogo della non parola, del silenzio, in cui far stagliare la Parola. In questo tempo di Quaresima, allora, siamo chiamati a camminare nel deserto, per ascoltare la Parola che suscita in noi interrogativi, ai quali è urgente rispondere: quale senso ho dato alla mia vita? Sono alla sequela di Gesù, realmente, oppure seguo più una tradizione, un rito del quale non posso fare a meno per abitudine? Noi cristiani in quale Dio crediamo? Se dovessimo chiedere chi è Dio per te, cosa ci sentiremmo rispondere? Dio, l'Assoluto?, il Giudice Eterno, il Dio lontano e infinitamente assente dalla vita dell'uomo? Al cristiano del terzo millennio è posta questa sfida: far conoscere l'amore del Padre, attraverso il Figlio, questa è la missione lasciata da Gesù ai suoi discepoli. E' dinanzi a questo amore che la vita cambia, che la vita dell'uomo si apre a nuovi orizzonti. Dobbiamo imparare a vivere i momenti forti della liturgia, la Quaresima in particolare, non come un "tempo di mezzo" prima della festività, ma come l'opportunità che ci viene offerta per vivere a pieno la Resurrezione di Cristo. Il cammino di Gesù verso la Pasqua è costellato di opposizioni e contrasti; noi lo seguiamo per imparare a tradurre nell'oggi la forza che egli ha saputo comunicare con la sua esperienza terrena. «La Quaresima è il tempo privilegiato del pellegrinaggio interiore verso Colui che è la fonte della Misericordia. È un pellegrinaggio in cui Egli stesso ci accompagna attraverso il deserto della nostra povertà, sostenendoci nel cammino verso la gioia intensa della Pasqua»

 

26 marzo: Giovedì della IV settimana di Quaresima

"Io sono venuto nel nome del Padre mio 

e voi non mi ricevete"

Riflessione  

Nel vangelo di oggi Gesù non chiede un'accoglienza irrazionale: anzi, sottolinea le motivazioni, le prove che dovrebbero condurre i giudei alla comprensione del suo mistero.

Gesù afferma con forza e con passione che egli ha motivo di essere creduto.

La voce di Giovanni Battista, quella del Padre – che gli rende testimonianza anche, 

attraverso le opere che Gesù compie – e quella delle Scritture.

La fede dei giudei è corrotta dall'eccesso di legalismo nel quale si sono ormai chiusi, e ciò non permette loro di accogliere Gesù come il Messia. L'Antico testamento deve aprire alla fede in Cristo, e anche la Legge è un mezzo, un veicolo per raggiungere la vera salvezza che è in Cristo.

I giudei, però, che si accostano alla Parola di Dio con cuore non sincero, non aperto alla Grazia, non riescono a leggere in esse la testimonianza di Gesù. E tanta è la confusione e la divisione che regna nel loro cuore, che sarebbero pronti ad accogliere, invece, un falso profeta.

I giudei sarebbero dovuti essere i primi ad accogliere Gesù proprio perché grandi conoscitori delle Sacre Scritture, ma il rapporto con la Parola non era finalizzato alla conoscenza di Dio, ma al raggiungimento della gloria umana. Usavano la conoscenza della Parola di Dio come uno strumento di potere.

E allora Gesù accusa i giudei di non credere nella sua persona divina perché non cercano la gloria di Dio, ma la propria (Gv 5,44). La condotta dei giudei è un ammonimento anche per noi perché non ci serviamo della religione per il nostro prestigio o tornaconto umano. Lo zelo religioso può essere talvolta un'occulta sublimazione del nostro orgoglio: ci serviamo di Dio invece di servire Dio.

Il rischio di allora c'è anche oggi per noi: potremmo affermare, infatti, di accogliere Cristo con la bocca, ma non con il cuore; oppure credere in un falso profeta, costruire il nostro "vitello d'oro" che, in quanto muto, non ci mette in discussione, non chiede cambiamento, conversione ma che, ugualmente, non è in grado di donarci la salvezza, che solo Cristo, vero Mediatore, vero Profeta, può darci.

 

25 marzo:  Annunciazione del Signore

"Eccomi, sono la serva del Signore,

avvenga di me quello che hai detto"

Maria, con il suo "si" è divenuta la prima dei credenti, la prima che ha accolto con il cuore la Parola di Dio,

al punto che è diventata carne della sua carne. Ella sta davanti a noi e continua ad insegnarci la via della fede.

Assieme a lei anche noi possiamo dire: "Ecco la serva del Signore, avvenga a me secondo la tua parola".

 

Riflessione

 Oggi rileggiamo l'incontro di questo misterioso e garbato angelo che parla alla pari con questa ragazzina di Nazareth e scopriamo la grandezza del pensiero di Dio. Perché in quella minuscola casa di questo minuscolo paese avviene l'assurdo di Dio. Protagonisti una quindicenne illetterata di un paese sottomesso a schiavitù, ai confini del mondo. Poiché Dio decide di venire a raccontarsi, poiché la lunga storia di amicizia e affetto col popolo di Israele non è stata sufficiente per spiegarsi, Dio sceglie di farsi uomo, parole, lacrime, sorriso, tono di voce, sudore e necessita di un corpo, abbisogna di una madre. Non la moglie dell'imperatore, o il premio Nobel per la medicina, non una donna manager dinamica dei nostri giorni, macché, Dio sceglie la piccola adolescente Maryam e a lei chiede di diventare la porta d'ingresso per Dio nel mondo, tutto lì. Dio sceglie Nazareth e, a Nazareth, sceglie Maria. Dal suo "sì" prende il via la vicenda umana di Gesù. Un "sì" che si prolungherà ad abbracciarne tutto l'arco dell'esistenza. Ed è per questo "sì" che noi siamo stati salvati. Non è la croce, allora, che redime, neppure la croce di Cristo. Essa è e resta un patibolo infame. Ciò che la trasfigura, rendendola preziosa ai nostri occhi, è il "frutto" che da essa pende: Cristo Gesù nel suo "sì" alla volontà salvifica del Padre. Quanto dice di Dio questa sua scelta! A noi che sempre cerchiamo il plauso e la visibilità, l'efficienza e la produttività, Dio dice che la sua logica è diversa. Scegliere Nazareth, un paese occupato dall'Impero romano, ai confini della storia, ai margini della geografia del tempo, in un'epoca sprovvista di mezzi di comunicazioni, ci rivela ancora una volta la logica di Dio. Quando pensiamo di avere sbagliato la vita, di non avere avuto sufficienti opportunità, quando non siamo soddisfatti dei nostri risultati o siamo travolti dall'assordante incitamento di chi ci grida: "devi riuscire", pensiamo a Nazareth, a questo modo di operare che ci sbalordisce e ci incanta.

L'incarnazione, l'annientamento dei trent'anni trascorsi a Nazareth, i tre anni di vita pubblica, la passione, la morte e la resurrezione non sono che sfaccettature di un unico mistero di amore indicibile. Salvezza è per noi lasciarci raggiungere e coinvolgere in questo vortice, mettendoci sulla stessa lunghezza d'onda del Cristo. Ciò vuol dire ritmare i nostri giorni sull'unica nota del "sì", ma avendo come chiave l'amore.

 

 

24 marzo: Martedì della IV settimana di Quaresima

"Gli disse: “Vuoi guarire?”

 Esperienze negative, educazione, pigrizia, molte cose resistono in noi al cambiamento, alla novità di vita.

 No, non sappiamo se davvero vogliamo guarire, non sappiamo se siamo disposti a cambiare vita.

Quaresima è occasione di cambiamento, non devota penitenza, 

quaresima è finalmente l'occasione di convertire il nostro cuore.

Ma solo se lo vogliamo davvero... 

Riflessione 

E' quello di oggi l'incontro di un uomo malato con Gesù. Da trentotto anni quell'uomo attendeva che qualcuno lo immergesse nella piscina, qualcuno che lo guarisse dalla sua infermità. La sua motivazione è che gli altri gli impedivano di andare lì dove avrebbe trovato la guarigione: "mentre infatti sto per andarvi qualcun altro scende prima di me"! La sua incapacità, la sua impossibilità si tramuta in attesa di un guaritore, di qualcuno che potesse fare ciò che avrebbe dovuto fare da sè. Quanta vita c'è in questo breve episodio! Quante storie che incontriamo ogni giorno sono qui descritte in poche righe! E' questo l'atteggiamento di tante, ma veramente tante persone che restano "inferme", bloccate per anni...38 anni sono la vita di un uomo! Questa infermità resta tale solo perchè ci si convince che non si riesce a guarire, che non siamo capaci di andarci a cercare la guarigione, la salvezza. E' a due passi da noi, vediamo tanti che guariscono, la nostra vita ci passa davanti, giorno dopo giorno, ma siamo incapaci di fare due passi, siamo incapaci di fare quel salto, di farci spazio in mezzo agli altri per dire che ci siamo anche noi, che anche noi abbiamo diritto di vivere, di sperare, di essere felici. Gesù dice che quell'uomo era disteso...sì, anche noi ci distendiamo sui nostri problemi, sulle nostre infermità. Siamo solo capaci di osservarle, di lamentarcene, ma restiamo distesi, immobili, in attesa...Poi un bel giorno passa Gesù anche nella tua vita, ti vede disteso, vede una vita sprecata, ricca di doni imprigionati in quelle gambe che hanno deciso di restare ferme, in quel cuore che non ha più voglia di sperare, in quel pensiero che continuamente non ti permette di sognare, di abbandonarti alla speranza...e ne ha compassione; sì il Signore vuole farti rinascere e ti fa una domanda ben precisa, che non dimenticherai più: "vuoi guarire?". Sì, il Signore te lo chiede, vuole saperlo da te, non vuole desiderarlo solo Lui, ma vuole principalmente che sia il tuo cuore a desiderarlo: "Vuoi guarire?", ti chiede...Tu allora ne hai il potere, puoi decidere se guarire, ma devi dirlo tu, desiderarlo con tutto te stesso. "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"! Se tu lo desideri, non devi bagnarti in quelle acque, non devi fare riti strani, non devi attendere che qualcosa di spettacolare ti venga fatto....ascolta solo Gesù che ti dice Alzati! Tu devi alzarti, devi prendere il lettuccio della tua infermità e camminare! Alzarsi, riconoscere la propria infermità e mettersi in cammino....Il Signore ha chiesto delle cose apparentemente semplici, ma chiede uno sforzo enorme a ciascuno di noi: Alzati! E' il primo passo da compiere: restare su quel letto, nella tua angoscia, immobile nei tuo pensieri non può aiutarti a guarire, non può permetterti di confrontarti con la tua vita...rischi solo di girare intorno a te stesso, nelle tue morti quotidiane. Alzati! Esci da quei pensieri, guardati intorno, inizia a viverti. Prendi il tuo lettuccio! Iniziando a vivere, saprai riconoscere ciò che ti blocca, ciò che ti impedisce di muovere i passi nella tua storia. Non aver paura di confrontarti con le tue ferite, il tuo passato, perchè ora il Signore è con te, è Gesù che te l'ha chiesto e Lui non ti lascia solo. Il lettuccio è tutto ciò che ti fa soffrire, che non diresti neanche a te stesso, che hai vergogna anche solo di pensarlo. Prendilo con te, è la tua croce, quella corce che il Signore ti ha chiesto di caricarti sulle spalle, di portarti dietro perchè sei tu, e Lui ti ama proprio per quella Croce, per quel tuo mondo nascosto. Cammina! Portala con te, portala da Gesù....vedrai che te la alleggerirà, strada facendo vedrai che Gesù ti aiuterà a portarla, ti insegnerà come si fa e un giorno scoprirai che quella croce è la tua salvezza, è il tuo grido d'amore, la tua possibilità di donarti! 

23 marzo: Lunedì  della IV settimana di Quaresima

"Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù

e si mise in cammino"

 

Ti sei lasciato convincere, Signore, dal dolore paterno che implorava la vita per il figlio morente

e l'hai data generosamente. Fa' che vediamo in questo la tua volontà di donarci la vera vita,

quella che come Risorto condividi col Padre e ci comunichi con lo Spirito.

 Riflessione

 Gesù guarisce dalla morte! Il passo del Vangelo di oggi ci mostra Gesù che salva la vita di un funzionario del re, di un pagano, di un uomo di potere che cerca disperatamente di salvare la vita di suo figlio. Lo chiede a Gesù..."Signore, scendi prima che il mio bambino muoia"...sono le parole di un padre disperato per la malattia del figlio, che supera ogni barriera mentale per recarsi da Gesù, per trovare una soluzione per la vita del figlio...un uomo di potere che si umilia andando presso il figlio di un falegname per chiedergli la guarigione per ciò che di più caro ha al mondo. E' proprio quest'atto di umiltà che il Signore ha apprezzato, è proprio questo gesto d'amore del padre che ha generato la guarigione del bimbo. Quella fede nascosta nel cuore del funzionario, attraverso la malattia, la sofferenza, la paura della perdita più grave che il suo cuore potesse subire, ha generato la guarigione: quella fede è stata amata, è stata apprezzata da un Dio misericordioso! Gesù provoca quella fede, vuole di più da quell'uomo, vuole cambiargli la vita, vuole far crescere in lui quel seme che pian piano sta spuntando e che proprio la sofferenza aveva coltivato, aveva custodito come terreno fertile: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete", gli dice...lo sta provocando, ma ottiene presto il risultato tanto atteso, tanto bramato dal cuore di Dio: "Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino". Sì, quell'uomo credette, non ebbe bisogno di un segno, non voleva vedere con i propri occhi, gli bastava sentire dalla bocca di Gesù quelle parole che da tanto tempo attendeva: "Va’, tuo figlio vive"! Si mise in cammino...è ciò che accade a ciascun uomo che ascolta parole di salvezza, parole che ridanno la vita, parole di Dio! Il cuore di quell'uomo andava incontro alla gioia piena: la guarigione del figlio! ... ma ciascuno di noi, se con cuore umile si accosta alla Parola di Dio, vedrà accendersi dentro quella fede che da sempre il Signore ha piantato nei nostri cuori e con gioia intraprenderà il proprio cammino, quello che il Signore ha pensato per ognuno di noi, un cammino che porta alla libertà, alla guarigione delle nostre ferite, alla vita...quella piena, quella vissuta intensamente perchè vissuta con Amore, con Dio nel cuore!

  Per un confronto personale
- Come vivi la tua fede? Hai fiducia nella parola di Gesù o solo credi ai miracoli ed alle esperienze sensibili?
- Gesù accoglie le persone eretiche e straniere. Ed io, come mi relaziono con le persone?

 

22 marzo: IV Domenica  di Quaresima

"Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito"

 Il Rabbì di Nazareth ci parla di un Dio follemente innamorato dell’uomo,

di un Padre che dona quanto ha di più prezioso, per farci passare dal buio del nostro peccato alla luce del suo amore.

E allora, ogni volta che ti sentirai sfiduciato, ogni volta che le lacrime righeranno il tuo volto

ricordati che Dio ha dato la vita per te! Dio ti ama fino a morirne! Tu sei la sua passione!

Sì, è proprio così: tu vali la vita di Dio!

Riflessione

Il più grande gesto d'amore che Dio ha fatto per amore dell'uomo è dare al mondo il suo Figlio Unigenito; non l'ha fatto per mostrare la sua potenza, per imporre la sua legge ma per dare all'uomo una possibilità di salvezza, per indicare la strada da seguire per avere la vita eterna, per non permettere che la vita di ognuno dei suoi figli andasse perduta. Gesù dice: "io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me". Gv 14, 6 ...e chi nel proprio cuore non anela alla vita eterna, alla contemplazione del volto di Dio, all'unico Amore che è capace di bruciarti il cuore? 

Ma spesso siamo tentati... pensiamo che il nostro Dio sia un Dio crudele: ci impone delle regole, ci vieta di vivere ciò che noi riteniamo importante al di sopra di ogni cosa,  a volte ci sentiamo poco liberi, insicuri, indecisi. Chi non crede in Dio, chi non ha fatto esperienza di Dio ci accusa che la nostra fede si riduce ad un'osservanza di leggi e di precetti, ci ritiene persone poco libere, persone che si perdono il gusto della vita, che fanno dipendere le loro scelte da un Dio che non si fa vedere, fuori dal mondo.

Ma Gesù oggi ci dice ciò che un tempo disse a Nicodemo: "chi crede in lui non è condannato". Gesù non condanna, non è venuto per giudicarci, ma per liberarci dalle nostre schiavitù. Solo chi è capace di seguire Gesù sulla strada della propria esistenza, ascoltando nel suo cuore il Signore che parla, che indica ciò che è più giusto per la propria storia, è capace di fare verità sulla propria vita ed è capace di godere pienamente già ora ciò che gli è stato donato. La vera libertà è quella di un cuore capace di amare alla maniera di Gesù: donando completamente se stesso, avendo il coraggio e la forza di salire su una Croce ... era la Croce degli ultimi, di chi non aveva alcuna dignità e Gesù vi fu innalzato per coloro che non avevano ancora compreso il senso di quel gesto estremo d'amore. E' questo il vero Dio in cui crediamo!

E' chi non crede che è già stato condannato! Non è Dio che condanna ma è la nostra mancanza di fede che ci condanna...sì ci condanna a vivere una vita fuori dal progetto di Dio, una vita senza Dio. E' questa la condanna più grande che facciamo a noi stessi quando rifiutiamo la luce per le tenebre, quando permettiamo alle opere malvagie di prendere posto sull'amore che sempre deve guidare il nostro cammino. Emettiamo una condanna su noi stessi ogni volta che sfuggiamo la verità, ogni volta che ci rifiutiamo di tendere la mano al nostro fratello più debole, ogni volta che non permettiamo al Signore di entrare nella nostra vita: Gesù ci chiede di fare verità per venire alla luce, ci chiede di interrogarci su ciò che abbiamo nel cuore, sulle nostre sofferenze quotidiane, sui nostri limiti, sulle nostre paure perchè vuole illuminare la vita di ciascuno di noi, chiede di avere un posto nel nostro cuore affinchè tutto ciò che era tenebra venga illuminato dal suo eterno amore, l'unico in grado di curare, di guarire, di salvare.

 

 

21 marzo: Sabato  della III settimana di Quaresima

"Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato"
 

La preghiera è lo specchio della verità: ci fa vedere che abbiamo dentro tutto il male che vediamo negli altri.

Non c'è preghiera vera senza umiltà, 

e non c'è umiltà senza la scoperta del proprio peccato, anche del peggiore:

quello di considerarsi giusti. La preghiera del pubblicano è quella dell'umile: penetra le nubi.

E' simile a quella dei lebbrosi e del cieco; è la preghiera che purifica e illumina.

E' una supplica con due poli: la misericordia di Dio e la miseria dell'uomo. 

L'umiltà è l'unica realtà capace di attirare Dio:

fa di noi dei vasi vuoti che possono essere riempiti da Dio.  

"A Dio piace più l'umiltà dopo che abbiamo peccato che la superbia dopo che abbiamo fatto le opere buone".

 

Riflessione

 I due personaggi della parabola, il fariseo e il pubblicano, sono due modi diversi di essere discepoli. Modi molto diversi. Il fariseo – leggete – dice il vero, tutto sommato: vive la fede con entusiasmo, pratica la giustizia, è un fedele modello, e sa di esserlo. Prega anche nel modo giusto: ringrazia Dio, subito, prima di chiedere qualcosa. Ma presume d'essere giusto e disprezza gli altri, ha un nemico, fuori di sé. Guarda con disprezzo il pubblicano (che è davvero peccatore!) e ne prende le distanze. Il pubblicano – invece – non osa alzare lo sguardo: conosce il suo peccato, non ha bisogno di fare l'esame di coscienza: glielo ha già fatto il fariseo! 

Solo chiede pietà.

Succede anche a me: faccio fatica a guardarmi dentro con equilibrio. Fatico a non deprimermi nei momenti di difficoltà, in cui emergono più evidenti i miei limiti e i miei difetti. Fatico a non tentare di mostrare il mio "meglio" quando sto con gli altri. Ma soprattutto fatico a paragonarmi agli altri in maniera serena. Se capissimo di essere unici, imparagonabili! Se sapessimo amarci come Dio ci ama, senza eccessi! No, non ho bisogno di guardare al peggio o al meglio di chi sta intorno per esaltarmi o deprimermi, specialmente nella fede. L'errore del fariseo è questo: è giusto e sa di esserlo, non ha compassione né misericordia. Misericordia e compassione che – invece - ha Dio verso il pubblicano, che esce cambiato. Ecco una buona battaglia per il discepolo: l'equilibrio in se stesso: senza trovare colpevoli "fuori", senza autolesionismo depressivo. Consapevole della propria fragilità e della propria grandezza, perdonato che sa perdonare, pacificato che sa pacificare.

 

 

20 marzo: Venerdì  della III settimana di Quaresima

"Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo

di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me"

 

Il Figlio dell'Uomo riunisce attorno a sé le nazioni del mondo. Separa le persone come fa il pastore con le pecore e i capri.

Gesù, non giudica né condanna. Lui appena separa. E' la persona stessa che si giudica e si condanna

per il modo in cui si è comportata con i piccoli e gli esclusi.

 

Riflessione

 Mi chiedo quando accadrà tutto quello che dice Gesù oggi nel Vangelo. Si parla di un futuro in cui il Signore verrà nella gloria e porterà con sè tutti i suoi angeli. E' il giorno del giudizio, è il giorno in cui ci troveremo al cospetto di Dio! Non so se è giusto ma spesso mi ritorna nella mente l'episodio narrato dei discepoli di Emmaus: "Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l'un l'altro: "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le scritture?" Lc 24, 31-32. Perchè ho citato questo episodio tratto del Vangelo di Luca? Perchè Gesù appare dopo tre giorni dalla sua morte ai suoi discepoli, persone che avevano condiviso la loro vita insieme a Gesù eppure questi non furono in grado di riconsocerlo se non dopo il segno dello spezzare il pane e della benedizione. Gesù era apparso ai discepoli come un forestiero, i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo... In fondo anche il Vangelo di oggi ci parla di un Gesù che si identifica con il nostro fratello più piccolo: l'affamato, l'assetato, il forestiero, l'ignudo, l'ammalato, il carcerato! Allora mi chiedo se è vero che bisogna attendere alla fine dei nostri giorni per essere al cospetto di Dio, se quel "verrà" in fondo è un futuro che dipende dalla nostra capacità di riconsocerlo quando ci cammina accanto, quando vive nella porta accanto, in un ospedale, nella nostra stessa casa...Il venire a contatto con tutte queste forme di povertà, che non necessariamente sono povertà materiali ma anche e soprattutto spirituali, deve farci sentire benedetti dal nostro Dio, dovremmo gioire per la possibilità che ci viene data di fare esperienza di Dio, per la certezza che Dio ha scelto proprio noi, da sempre, per vivere già oggi il regno. Guardando negli occhi la sofferenza del fratello abbiamo la possibilità di vederci Gesù, il nostro Dio se solo permettessimo ai nostri occhi di riconoscerlo, di amarlo! A volte siamo tentati di pensare che noi non abbiamo questa possibilità perchè tutto intorno a noi sembra perfetto, sì insomma qualche problemuccio ma niente di particolare! Quindi come si fa? Dovremmo andare a cercare questi fratelli più piccoli? E la mente va verso i paesi sottosviluppati, verso popolazioni cui mancano i bisogni di prima necessità. Ben venga, ma lì molto spesso tutto svanisce perchè in fondo non puoi abbandonare il tuo lavoro, la tua famiglia, le tue abitudini per andare in missione! Giusto! Ciò che è sbagliato è il punto di partenza, il ritenere che il tuo mondo sia perfetto, l'avere gli occhi incapaci di vedere ciò che ti sta intorno! E' nel posto in cui viviamo che abbiamo la più grande possibilità di incontrare Dio, di essere accanto al nostro fratello che vive le sue difficoltà quotidiane, le stesse nostre difficoltà, le nostre stesse paure! E' nel posto in cui vivi che il Signore ti ha pensato da sempre ed è lì che ti vuole rendere salvo, già oggi, in questo momento perchè ti offre la possibilità di abbracciare il suo corpo, di sorridergli, di curare le sue ferite, di dirgli una parola di conforto, di sostenerlo quando non riesce più a sostenere quella croce...di amarlo! E' così che incontrerai il Signore, a poco a poco i tuoi occhi si apriranno e il tuo cuore arderà, brucerà d'amore come non mai!

 

19 marzo: Giovedì  della III settimana di Quaresima

"Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo"

"Sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo".

Un lettore privo di fede sorriderebbe leggendo questa frase, apparentemente ingenua.

Solo un uomo di fede smisurata poteva credere con semplicità in un mistero tanto superiore ai nostri umani concetti.

E Giuseppe fu quell'uomo. Come Abramo, "ebbe fede sperando contro ogni speranza".

Dio aveva garantito la promessa "per tutta la discendenza, non soltanto per quella che deriva dalla legge,

ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi".

Per la sua fede, Dio ha costituito Giuseppe, come prima Abramo, "padre di molti popoli", cioè patrono della Chiesa universale.

Così si realizzava il piano tracciato da Dio fin dall'antichità, secondo la solenne promessa fatta al re David:

"io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere". Era il piano tracciato da Dio per salvare l'umanità:

"Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati".

 

 Riflessione

 Giuseppe, l'uomo giusto. Della mirabile figura di Giuseppe possiamo risaltare due tratti. Innanzi tutto Giuseppe era un uomo "giusto", con un senso della giustizia assai superiore a quello dell'antica legge. Questa, infatti, riguardo all'adulterio di una promessa sposa ordinava quanto segue: "la faranno uscire all'ingresso della casa del padre e la gente della sua città la lapiderà, così che muoia, perché ha commesso un'infamia in Israele" (Dt 22,21). La giustizia di Giuseppe non era la fredda applicazione di una legge stabilita in passato, per educare il burbero popolo d'Israele ad un'elementare rettitudine. Qui abbiamo qualcosa di ben diverso: il totale sacrificio di sé per il bene dell'altro: la legge dell'amore, il nucleo del messaggio di Gesù. Giuseppe non comprendeva ciò che era accaduto a Maria, ma poteva leggere nei suoi occhi la sua innocenza, e non sopportava vederla oggetto degli scherni di tutta Nazaret per la sua gravidanza. Pensava di darle in segreto una nota di ripudio, per lasciarla libera dal vincolo che li univa, scostandosi così da quel mistero che intuiva senza comprendere, e andarsene via. Agli occhi degli uomini, però, questa fuga sarebbe apparsa come un'ammissione di colpa da parte sua, unita alla viltà di non volersi assumere le proprie responsabilità. Giuseppe, uomo straordinario, per amore stava per essere degno padre di Gesù.

Giuseppe, l'uomo umile. Ma il vangelo ci mostra anche la sorprendente umiltà di Giuseppe, visibile nell'obbedienza. Il testo sacro ci presenta il primo degli ordini che Dio dà a Giuseppe in sogno; ne seguiranno poi altri. Uomo pratico e silenzioso, Giuseppe non risponde con le parole, ma con i fatti, e lo fa immediatamente. È come quell'amministratore fedele di cui ci parla Gesù, uomo al quale il padrone può lasciare tranquillamente la gestione di tutti i suoi averi (cf. Lc 12,42). Perciò, al segnale inviatogli da Dio, lo vedremo più tardi lasciare la sua casa e le sue umane certezze per andare in Egitto, e poi ritornare quando forse aveva appena incominciato a trovare lì qualche lavoro interessante. Giuseppe non ha piani per sé, ma vive giorno per giorno, attento alla Volontà di Dio. Senza dire una parola, è l'umile servo del Signore. Giuseppe, uomo straordinario, per la sua obbedienza, stava per essere degno marito di Maria.

Giuseppe e la fiducia nei piani di Dio. Sappiamo per esperienza che i piani divini sono molto più elevati dei nostri. Non è sempre facile accettarli. L'uomo tende a far conto solo sulle sue forze, e la volontà di Dio gli sembra ardua e difficile. Giuseppe ci insegna a porre i piani di Dio come programma della propria vita, con un'obbedienza semplice, pronta ed operante. L'abbandono alla volontà di Dio è, certamente, esigente, ma dà pace, serenità e fecondità spirituale. Impariamo a farci guidare non dall'opinione degli uomini, così fragile e mutevole, ma dall'opinione di Dio che è l'unica in grado di dar senso alla nostra vita.

 Giuseppe e la pazienza. La virtù della pazienza richiede una grande ascesi. È il prodotto di un sforzo interiore costante e di un grande dominio di sé. Oggi vediamo questa virtù in san Giuseppe: egli affronta con pazienza le diverse circostanze della sua vita, i momenti di gioia e quelli di turbamento, di dubbio, di persecuzione. L'uomo giusto è anche l'uomo paziente. Impariamo a sopportare con pazienza, come fece lui, quei dolori che la provvidenza permette nelle nostre vite. Sono molti i contrattempi, le difficoltà, le sofferenze che l'uomo deve affrontare, nel corso della vita. Anche il solo passar del tempo, con i suoi segni di usura e di sconfitta, richiede da parte nostra l'esercizio di una grande pazienza. Sia la pazienza il segno distintivo del nostro atteggiamento in famiglia, nelle relazioni coniugali, nell'educazione dei figli, nelle malattie e nelle sofferenze... Come fece con san Giuseppe, Dio non lascia mai da soli neanche noi, e sta sempre al nostro fianco per confortarci ed sostenerci, e darci perseveranza nelle buone opere.

 

18 marzo: Mercoledì  della III settimana di Quaresima

"Non son venuto per abolire, ma per dare compimento"

 

Le realtà più solide, il cielo e la terra, potranno cadere ma non cadrà un iota,

cioè la particella più piccola della Legge, finché non sia attuata.

Non si tratta di salvaguardare l'adempimento del codice fin nelle sue minime prescrizioni,

ma di comprenderne il profondo contenuto che sopravvive nel Vangelo: l'amore.

 

Riflessione

C'erano varie tendenze nelle comunità dei primi cristiani. Alcune pensavano che non fosse necessario osservare le leggi dell'Antico Testamento, perché siamo salvi per la fede in Gesù e non per l'osservanza della legge (Rom 3,21-26). Altri accettavano Gesù, Messia, ma non accettavano la libertà di Spirito con cui alcune comunità vivevano la presenza di Gesù. Pensavano che essendo giudei dovevano continuare ad osservare le leggi dell'AT (At 15,1.5). Ma c'erano cristiani che vivevano così pienamente nella libertà dello Spirito, che non guardavano più né la vita di Gesù di Nazaret, né l'AT ed arrivavano a dire: "Anatema Gesù!" (1Cor 12,3). Osservando queste tensioni, Matteo cerca un equilibrio tra i due estremi. La comunità deve essere uno spazio dove l'equilibrio può essere raggiunto e vissuto. La risposta data da Gesù a coloro che lo criticavano continuava ad essere ben attuale per le comunità: "Non sono venuto per abolire la legge, ma per dare compimento!" Le comunità non potevano essere contro la Legge, né potevano rinchiudersi nell'osservanza della legge. Come Gesù, dovevano dare un passo avanti, e dimostrare, nella pratica, qual era l'obiettivo che la legge voleva raggiungere nella vita delle persone, cioè, nella pratica perfetta dell'amore. Gesù non accetta le interpretazioni formalistiche della Legge, senz’anima, senz’amore. La Legge esiste perché le persone realizzino se stesse nel disegno di Dio, all’insegna di una libertà interiore che è amore. Proprio questo Gesù è venuto a vivere e a insegnare. "Compimento della Legge è l’amore" (Rm 13,10), dice S. Paolo. E solo per amore Gesù ha accettato di essere inchiodato alla croce. L’amore, e soltanto l’amore, ci libera dal giogo che, in se stessa, la Legge può sembrare.

Ed a coloro che volevano disfarsi di tutta la legge, Matteo ricorda l'altra parola di Gesù: "Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli." La grande preoccupazione del Vangelo di Matteo è mostrare che l'AT, Gesù di Nazaret e la vita nello Spirito non possono essere separati. I tre fanno parte dello stesso ed unico progetto di Dio e ci comunicano la certezza centrale della fede: il Dio di Abramo e di Sara è presente in mezzo alle comunità per la fede in Gesù di Nazaret che ci manda il suo Spirito.

 

Per un confronto personale

 - Come vedo e vivo la legge di Dio: come orizzonte crescente di luce o come imposizione che delimita la mia libertà?

- Cosa possiamo fare oggi per i fratelli e le sorelle che considerano tutta questa discussione come qualcosa di superato e non attuale? Cosa possiamo imparare da loro?

- Oggi, nel mio rientro al cuore, chiedo di contemplare con amore Gesù Crocifisso. Lascerò risuonare in me quella sua parola: "Se rimanete fedeli alla mia Parola, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Gv 8,31).

 

 

 

17 marzo: Martedì  della III settimana di Quaresima

"Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette"

 

Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: "Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?". E Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette".

Qualche anno fa, era di Domenica ed ascoltavo a messa l'omelia del mio parroco ... il Vangelo del giorno era proprio questo di oggi e il parroco, con mia grande sorpresa, riuscì a farmi comprendere cosa significasse questo "settanta volte sette" che indica qui Gesù. Era per me un mistero, non mi ero mai informato sul significato di questa espressione, ma lui, con un esempio molto semplice, si riferiva anche ai tanti bambini presenti in chiesa, mi spiazzò e disse: "cosa intendeva dire Gesù con questa espressione? Facciamo due conti: forse intendeva dire che bisogna fare delle addizioni...o, molto più semplicemente una moltiplicazione: settanta per sette! Beh il risultato è semplice...490! Quindi Gesù dice, dovrai perdonare fino a 490 volte, che dite?" - In cuor mio facendo due conti: in meno di un anno e mezzo, se mi fossi impegnato tutti i giorni a perdonare, avrei risolto la faccenda, tirai un sospiro di sollievo! - Ma poi disse: "Provate ora ad immaginare di scrivere il numero sette per settanta volte e pensate a questi sette l'uno accanto all'altro. Si ottiene un numero, giusto? riuscite a leggerlo nella vostra mente? mi dite che numero è? ... Beh, provai tanta sorpresa in quel momento perchè mi resi conto che era un numero enormemente grande, impronunciabile...che sorpresa! In quel momento capii che Gesù stava chiedendo a ciascuno di noi di avere un cuore talmente grande da riuscire a perdonare le offese ricevute dai nostri fratelli un numero enormemente grande di volte, un numero impronunciabile di volte! Ciò che Gesù disse a Pietro è che non ci sono limiti alla carità, non potremmo mai stabilire un confine oltre il quale è giusto non spingerci. Ciò che è giusto è amare oltre le nostre forze, le nostre fragilità, esercitare il nostro cuore a fare il bene per i fratelli... cogliere le offese ricevute come un'opportunità per amare di più, per darsi totalmente e questo solo per amore di Dio. Gesù stesso ci ha insegnato questo, la sua morte in Croce sarà sempre per noi il riferimento più importante per ricordarci che Gesù si è spinto oltre ogni limite umano, perdonando anche sulla Croce coloro che lo torturavano, dando la sua vita per la nostra slvezza contro ogni logica umana.

 

Vorrei infine riportare un brano, è l'esperienza di S. Francesco d'Assisi, che ci aiuta a comprendere la logica di Dio e a meditare su ciò che Dio può rappresentare per ciascuno di noi, cosa può chiederci nel profondo di noi stessi:

 "E mentre io riflettevo, Francesco d'Assisi apparve all'ingresso della grotta. Risplendeva come un carbone ardente. La preghiera aveva divorato ancor più la sua carne e ciò che di essa rimaneva brillava come fiamma. Una strana felicità illuminava il suo volto. Mi tese la mano.

- Bene, fratello Leone - mi disse - Sei disposto ad ascoltare ciò che sto per dirti? I suoi occhi brillavano come se avesse la febbre e in essi io potevo distinguere angeli e visioni che riempivano il suo sguardo. Ebbi paura. Forse aveva smarrito la ragione?

- Finora si sono usati molti nomi per definire Dio. Questa notte io ne ho scoperto altri. Dio è abisso inesauribile, insaziabile, implacabile, infaticabile, insoddisfatto...Colui che mai ha detto all'anima: Ora Basta!

Mi si avvicinò ancor più e come se fosse trasportato in altri mondi aggiunse con voce emozionata:

- Mai abbastanza! Non basta mai, fratello Leone. Ecco ciò che Dio mi ha gridato durante questi tre giorni e queste tre notti, là nell'interno della grotta: Mai abbastanza!L'uomo misero, fatto di fango, reagisce e protesta: non ne posso più! E Dio risponde: Ora puoi. L'uomo geme: Scoppio! Scoppia, risponde Dio.

La voce di Francesco si fece roca. Sentii compassione per lui. Temetti che facesse qualche sproposito. 

Irritato, replicai:

- E cosa vuole Dio ora da te? Non baciasti il lebbroso che tanta ripugnanza ti causava?

- Non è abbastanza!

- Non ti rendesti ridicolo restituendo i vestiti a tuo padre e restando nudo davanti alla gente?

- Non è abbastanza!

- Ma...non sei l'uomo più povero del mondo?

- Non è abbastanza! Non dimenticare, fratello Leone: Dio è "mai abbastanza" .

 

 

16 marzo: Lunedì della III settimana di Quaresima

"Nessun profeta è ben accettato in patria"

 

Il prurito di gettare Gesù giù da un precipizio è un'istinto tutt'altro che sopito, specie di questi tempi.

La ragione per cui Gesù viene cacciato dal suo paese con rabbia, è semplice: ha detto una verità inoppugnabile

che i suoi placidi concittadini hanno letto come un'accusa nei loro confronti. La verità è che – alle volte – l'atteggiamento dei credenti  e dei devoti diventa chiuso e ottuso, impermeabile alle novità di Dio, così che solo i pagani,  i non credenti riescono a cogliere con stupore il messaggio sconvolgente del Dio di Gesù Cristo.

 

Riflessione

 Per comprendere il passo del Vangelo di oggi bisogna capire il contesto in cui Gesù ha proferito queste parole: "nessun profeta è ben accettato in patria". In realtà Gesù sta rispondendo ai presenti della sinagoga di Nazaret, città dove era stato allevato, che lo accusavano di non aver compiuto a Nazaret ciò che invece accadde a Cafarnao: "Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua patria!". Inoltre poco prima Gesù aveva presentato il suo programma nella sinagoga di Nazaret, servendosi di un testo di Isaia che parlava dei poveri, dei prigionieri, dei ciechi e degli oppressi (Is 61,1-2) e che rispecchiava la situazione della gente di Galilea al tempo di Gesù. In nome di Dio, Gesù prese posizione e definì la sua missione: annunciare la Buona Novella ai poveri, proclamare la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi, restituire la libertà agli oppressi. Terminata la lettura, attualizzò il testo e disse: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi!" (Lc 4,21). Tutti i presenti rimasero ammirati (Lc 4,16-22ª). Però ci fu subito dopo una reazione di discredito. La gente nella sinagoga rimase scandalizzata e non ne volle sapere di Gesù. Diceva: "Non è il figlio di Giuseppe?" (Lc 4,22b) Perché rimasero scandalizzati? Qual è il motivo di quella reazione così inaspettata?

Il motivo è che Gesù citò il testo di Isaia solo fino a dove dice: "proclamare un anno di grazia del Signore", e taglia la fine della frase che dice: "e proclamare un giorno di vendetta del nostro Dio" (Is 61,2). La gente di Nazaret rimane meravigliata perché Gesù omette la frase sulla vendetta. Loro volevano che la Buona Novella della liberazione degli oppressi fosse un'azione di vendetta da parte di Dio contro gli oppressori. Il desiderio di vendetta da parte della gente di Nazaret doveva riscattare i poveri, i prigionieri, i ciechi, gli oppressi...quasi come se la vendetta avesse la capacità di rimediare alle tante sofferenze vissute dagli ultimi. Gesù mette fine a questo modo di pensare, ancora oggi così spesso presente in noi, sostituendo alla vendetta l'Amore...Il compimento della grazia era lì, in quella sinagoga, era Gesù, il Figlio di Dio! Tutta la vita di Gesù, il suo incontro con tante sofferenze, i suoi miracoli, i suoi insegnamenti e non ultima la sua morte in croce saranno espressione dell'Amore di Dio per l'uomo, della sua tenerezza, del suo dono totale all'umanità. Ancora oggi la vita di Gesù, gli episodi raccontati nel Vangelo, le sue parole sono per noi la nostra salvezza. La potenza della Parola è proprio la capacità di guarire le nostre ferite più profonde, la capacità di farci sentire la presenza di Dio che parla oggi al nostro cuore, capace di darci le risposte che cercavamo in posti sbagliati, da persone sbagliate...Chiunque fa esperienza di leggere la Parola e di meditarla potrà dirci come la propria vita, grazie ad essa, ha assunto un sapore completamente nuovo: ciò che umanamente non ha spiegazioni e sembra inconcepibile, attraverso la Parola di Dio diventa esperienza sensibile, comprensibile al cuore più che alla mente. E' Dio che parla, che inspiegabilmente attraverso quel brano, quella parabola, quell'episodio della sua vita ci rivela il mistero della nostra vita, la nostra vera essenza, ciò che è custodito profondamente nel nostro cuore. La vendetta, il desiderio di vedere negli altri realizzato il male che abbiamo ricevuto noi non è un sentimento che può appartenerci, non placa la nostra sete di giustizia, non può cambiare la nostra vita. Ciò che realmente ci ha cambiato la vita è la sofferenza, la croce, la morte e la risurrezione di Gesù, il Figlio di Dio!

 Per un confronto personale
Il programma di Gesù, è anche il mio programma, il nostro programma? 

Il mio atteggiamento è quello di Gesù o della gente di Nazaret?
Chi sono gli esclusi che dovremmo accogliere meglio nella nostra comunità?

 

 

15 marzo: III Domenica  di Quaresima

"...non fate della casa del Padre mio un mercato!»

 

L'incarnazione di Gesù, che viene a stare con noi, implica una presenza costante nella nostra vita,

mentre la tentazione che il Tempio rappresenta, come anche le chiese, è quella di rimettere Dio nel Tempio

facendone il suo palazzo, ma anche la sua prigione, dove posso andare a trovarlo, e dove lo lascio,

 per tornare ad una vita priva della sua presenza. Contro questo culto Gesù insorge, 

perché vuole stare con noi  e condividere le nostre gioie e dolori.

 

Riflessione

 Gesù ama recarsi al Tempio, come tutti i Giudei e forse anche più degli altri, perché lo considera la casa di suo Padre. Entrandoci trova tanti commerci e rifiuta questa realtà, per cui si arrabbia. In realtà questa gente rendeva diversi servizi indispensabili per il Tempio, perché i pellegrini che arrivavano da lontano avevano bisogno delle cose che vendevano per offrire i loro sacrifici e per cambiare le loro monete che portavano simboli di divinità pagane, con monete considerate pure. Ma alcuni studiosi pensano che se Gesù si arrabbia è perché questi commerci, che inizialmente si trovavano fuori del Tempio, col tempo erano entrati dentro il tempio, dentro il confine considerato sacro.

Probabilmente già un’ora dopo i mercanti, recuperate le loro bestie, avevano ripreso possesso delle loro postazioni. Il denaro scorreva di nuovo di mano in mano, necessario e benedetto: «è per la devozione dei pellegrini, è per le elemosine»!

Eppure il gesto di Gesù non è rimasto senza effetto. Quell’evento è ancora rivelativo dell’autentica fede evangelica. È profezia che si rivolge ancora oggi agli abili custodi dei templi, e li invita a credere più nei progetti dove sono coinvolte persone, che in quelli dove è coinvolto denaro. Ma che interpella ciascuno, tentato di instaurare con Dio la legge del mercato, di rinnovare in sé l’eterno errore di pensare che Dio, la salvezza, la croce si possano meritare. Dio non si merita, si accoglie. La croce di Cristo è immeritato eccesso, divina follia, gratuità assoluta. Il capovolgimento portato da Gesù è un Dio che non chiede più sacrifici, ma che sacrifica se stesso per noi, prende su di sé il male e lo porta fuori dal mondo, fuori dal cuore, lo inchioda sulla croce. Quando i Giudei gli chiedono di giustificare il suo gesto, Gesù porta gli uditori su di un altro piano: Distruggete questo tempio e io lo riedificherò. Non per una sfida a colpi di miracolo, ma per una alternativa: tutt’altro è il tempio di Dio. Gesù instaura la religione dell’interiorità, porta l’uomo sulla via del cuore, va fino in fondo alla linea della persona, e non a quella dell’istituzione o delle cose. Nel Vangelo vediamo Gesù frequentare talvolta il tempio, ma molto più spesso la vita, case, campi, lago, villaggi e polvere, tanta polvere delle strade di Palestina. Gesù insegna che Dio ci raggiunge nella vita di tutti i giorni, suo tempio fragile e bellissimo e infinito. Se potessimo imparare a camminare nella vita, nella vita interiore e in quella degli altri, con venerazione; a camminare nel cosmo facendo di ogni passo un pellegrinaggio sacro!

L’ultima parola del Vangelo oggi dice: «Egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo». O Dio, che conosci cosa c’è di ansie, di paura, di forza, di tenebra nel cuore dell’uomo, tu che ci hai fatti così, ricordati che siamo deboli e cadiamo facilmente, ma ricordaci anche che siamo tuo tempio, che in noi c’è il bene più forte del male, c’è il bene più antico del male, e l’amore di domani. 

 

 

14 marzo: Sabato  della II settimana di Quaresima

"Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita,

era perduto ed è stato ritrovato"

 

Noi tutti siamo quel figlio che il peccato ha allontanato dal Padre, e che deve ritrovare, ogni giorno più direttamente,  il cammino della sua casa, il cammino del suo cuore. La conversione è esattamente questo: questo viaggio, questo percorso che consiste nell’abbandonare il nostro peccato e la miseria nella quale esso ci ha gettati per andare verso il Padre.
Il nostro Padre ci attende da sempre. Siamo noi ad averlo lasciato, ma lui, lui non ci lascia mai.

Egli è "commosso" non appena ci vede tornare a lui. Talvolta saremmo tentati di dubitare del suo perdono,

pensando che la nostra colpa sia troppo grande. Ma il padre continua sempre ad amarci. 

Egli è infinitamente fedele.

Non sono i nostri peccati ad impedirgli di darci il suo amore, ma il nostro orgoglio. Non appena ci riconosciamo peccatori,  subito egli si dona di nuovo a noi, con un amore ancora più grande, un amore che può riparare a tutto,  un amore in grado in ogni momento di trarre dal male un bene più grande.

 

Riflessione

 "Io qui muoio di fame!" ... è il grido di un figlio, è il momento più doloroso che vive l'uomo cui manca il nutrimento, l'essenziale per vivere, ma è anche l'inizio della salvezza, l'urlo di chi si libera dalla misera condizione in cui è caduto riconoscendo ciò che sta vivendo, ciò che desidera più di ogni altra cosa, ciò che è veramente importante per sè. E' attraverso quest'urlo tanto necessario quanto doloroso che si prende in mano la propria vita e si trova il coraggio di "levarsi e di andare" ... riconoscersi bisognosi comporta mettersi in movimento, avere il desiderio di rialzarsi dalle proprie macerie, dalle proprie morti e di andare, cercare il nutrimento per la propria vita che sta morendo. Non riusciremmo mai ad andare così in fondo, spesso di toccare con mano il fondo della nostra esistenza se non avessimo la libertà di scegliere strade sbagliate, di sperperare quelle sostanze di cui ognuno di noi è ricco. E' questa la logica di quel Dio che tanto spesso imprechiamo quando lo riteniamo responsabile di averci dato una misera esistenza, di non averci colmato di quei "beni" che vediamo in altri ma non in noi...è la logica di un Dio che lascia il proprio Figlio libero di scegliere la propria strada senza incatenarlo ad una realtà che pur giusta, non è stata consapevolmente scelta...Come può il Signore avermi fatto questo....come può Dio non intervenire in quella situazione...dov'era il Signore? Il Signore era attaccato alla finestra della sua casa, il Signore attendeva impaziente che tu decidessi di ritornare, il Signore era disperato perchè tu non avevi scelto lui....ma poi hai urlato, sei ritornato ed Egli da lontano ha sentito, non attendeva altro e...ha pianto, sì hai letto bene, il tuo Dio ha pianto per te, ti è corso incontro, ti si è gettato al collo, ti ha baciato...! Quanta gioia in questo incontro! Ora realmente sei ritornato in te: quest'abbraccio del tuo Dio è il segno di un amore che mai ti ha abbandonato, neanche quando sperperavi i tuoi doni, neanche quando desideravi ardentemente che qualcuno si accorgesse di te...è festa nel tuo cuore, c'è gioia nel cuore di Dio! Ora non lasciar che questa gioia resti solo tua. Dillo a tuo fratello che il desiderio di ogni cuore è quello di essere amato dall'Amore, da quel Dio che nessuno più conosce perchè è stato abbandonato, è stato messo in un cassetto...ma non dirglielo urlando, come sei solito fare, diglielo sottovoce, corrigli incontro, gettati al suo collo e diglielo con un abbraccio, diglielo con un bacio.

 

Per un confronto personale

- Qual è l'immagine di Dio che conservo in me fin dalla mia infanzia? 

E' cambiata nel corso di questi anni? Se è cambiata, perché?

- Con quale dei due figli mi identifico: con il più giovane o con il maggiore? Perché?

 

 

 

13 marzo: Venerdì della II settimana di Quaresima

 

"La pietra che i costruttori hanno scartata

è diventata testata d’angolo"

La parabola dei vignaioli assassini è indirizzata ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo. Ci fa comprendere una particolare sofferenza del cuore di Gesù, e al tempo stesso ci fa penetrare nel mistero della sua Chiesa. Gesù ha sofferto per tutti i nostri peccati, ma in particolar modo ha sofferto per essere stato ripudiato e infine ucciso dai pastori del popolo eletto. Durante questa Quaresima, chiediamo la grazia di attaccarci con fermezza non solo al messaggio, ma anche alla persona di Gesù, e che la nostra unione con lui sia il centro della nostra vita.

Riflessione

 Il passo del Vangelo di oggi contiene tanti spunti, potremmo a lungo riflettere sul messaggio che Gesù comunica ai sacerdoti e agli anziani del popolo, contestualizzarlo, elaborarlo ... ma c'è una domanda cui bisogna rispondere prima di ogni cosa: cos'è la vigna di cui parla Gesù in questa parabola? E' chiaro che Gesù si rivolge ai sacerdoti e agli anziani che dovrebbero occuparsi del popolo di Dio; la vigna dunque non può essere un luogo ma sarà un insieme di persone, con le loro relazioni, il loro mondo, i loro problemi, la loro crescita spirituale ... è l'umanità affidata ai sacerdoti e agli anziani. Questa vigna è piantata da Dio perchè è Dio che ha creato l'uomo: "Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo perchè mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo". E i vignaioli? I vignaioli sono coloro a cui Dio ha affidato un compito importantissimo, quello di custodire queste persone: affidare vuol dire consegnare qualcosa alla custodia di qualcuno in cui si abbia fiducia...la vita creata da Dio viene messa nelle mani di uomini a Dio consacrati perchè attraverso di essi porti frutti abbondanti. Una grande responsabilità che non può riguardare solo i sacerdoti e gli anziani del tempo di Gesù ma riguarda i consacrati di oggi, tutti coloro che sono nella Chiesa; riguarda ciascuno di noi, ogni cristiano che si nutre di questa parola di Dio cui è affidato il compito di vegliare sulla propria vita, dono di Dio, e quella dei fratelli per i quali siamo i primi responsabili e custodi. La parabola continua con Dio che manda i suoi servi a ritirare il raccolto ... "io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi" ... "ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me" ... uno lo bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo lapidarono! I tuoi fratelli più piccoli Signore, i tuo servi sono coloro che tu ci affidi, la loro vita ci interpella ogni giorno, ci chiedi di custodirli, ci chiedi di vegliare su di loro...il loro sguardo, le loro esigenze, il loro dolore ogni giorno ci viene a chiedere quel raccolto... tu hai seminato dentro di noi un seme e ce l'hai affidato; tante volte ne andiamo fieri, Signore, ne siamo gelosi, preferiamo che nessuno venga a toccarcelo...ma Tu ci chiedi di offrirlo, ci chiedi di non trattenere niente per noi. Hai mandato tra noi tuo Figlio per insegnarci il significato dell'offerta, per renderci capaci di amare fino in fondo, fino a dare tutto senza riserve. Ma l'uomo ha ucciso tuo Figlio, l'ha inchiodato ad una croce affinchè gli fosse negata la possibilità di esprimersi, di indicare la strada verso Te...quella croce, Signore, parla ancora oggi, quella croce non smette di urlare il più grande gesto d'amore che un uomo possa fare ... Concedici in questo tempo di ascoltare e comprendere ciò che tu vuoi insegnarci, non permettere che il tuo raccolto, Signore, si disperda nel vento.

 Per un confronto personale

 Se Gesù tornasse oggi e raccontasse la stessa parabola come reagirei io?

 

 

12 marzo: Giovedì della II settimana di Quaresima

"...un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta..."

 È necessario liberarci di tutte le ricchezze che appesantiscono il nostro cuore, è necessario staccarsene,

perché esse ci impediscono di vedere il povero che "giace alla nostra porta". 

Siamo tutti assai preoccupati di noi stessi, del nostro agio, dei nostri interessi...

La vera privazione, la più importante agli occhi di Dio,

è quella che libera il nostro cuore dal suo egoismo e che lo apre agli altri.

 

Riflessione

Oggi il Vangelo ci presenta una pagina molto plastica, una piccola scena in cui è descritta in poche battute la biografia di due personaggi ben diversi tra loro. Come in ogni "film" che si rispetti c'è una trama, una situazione ben precisa; per capirne il senso è necessario conoscere i personaggi.
Andiamo direttamente alla Parola di Dio:
Ricco epulone: "Vestiva di porpora e di bisso" (forse non lo sappiamo perché non abbiamo mai visto un Re, ma queste sono le stoffe del Re). "Tutti i giorni banchettava lautamente"
Lazzaro: "un mendicante", "giaceva alla sua porta", "coperto di piaghe", "bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco".
Lazzaro è veramente un uomo povero, non ha una casa, è malato, è affamato, non c'è quindi nessuno che si prenda cura di lui. Diciamo pure che gli uomini lo hanno dimenticato.
ATTENZIONE:
Tra i 2 c'è un'altra diversità ben più grande e radicale, che li pone su piani completamente diversi: qual è?
"un uomo ricco"
"un mendicante di nome Lazzaro"
Avete capito bene: MANCA IL NOME DELLA PERSONA RICCA. Questo tale NON HA UN NOME DAVANTI A DIO!!!

Se lo cose stanno così, qual è per noi il personaggio principale? Il povero o il ricco? Se fosse il povero la parabola risulterebbe un po' pericolosa, perché tutto è rimandato all'al di là dove ci sarà il rovesciamento delle situazioni presenti: i ricchi all'inferno e i poveri in paradiso, allora sarà fatta giustizia. I poveri devono solo attendere un po', giusto il tempo chi i ricchi finiscano il loro banchetto e abbiano la loro bella sepoltura... in Paradiso poi i vari Lazzari della storia si riprenderanno la rivincita. Attenzione: questo tipo di rassegnazione non rientra nello Spirito del Vangelo.
Il protagonista è quindi il ricco epulone. Che strano, nonostante sia il protagonista, abbiamo visto che la Bibbia ha dimenticato il suo nome (cosa che non è avvenuta per il povero Lazzaro). La cosa è tanto più strana se pensiamo al significato che il nome ha nell'ambiente ebraico, il nome esprime la realtà profonda delle persone, riassume la sua storia (Lazzaro ad esempio significa "Dio aiuta", "Yahweh viene in soccorso").
Perché il ricco non ha nome? Perché non ha storia. Ha costruito la sua esistenza sul vuoto. Ha smarrito il nome perché ha smarrito le vere ragioni del vivere. Non si può vivere per banchettare dimenticandosi dei fratelli che hanno bisogno.
In fondo, al ricco epulone della parabola si rimprovera il suo egoismo, la sua spietatezza nel non aver avuto una briciola di comprensione e di amore per il povero che sedeva alla sua porta e che vedeva ogni giorno consumarsi sempre di più.
IL RICCO HA PERSO IL NOME DAVANTI A DIO, NON PERCHÈ RICCO, MA PER L'USO SBAGLIATO DELLA SUA RICCHEZZA, USATA SOLO PER SÈ STESSO. E NOI ABBIAMO MAI SMARRITO IL NOSTRO NOME? Quali nomi hanno preso il sopravvento? Denaro, carriera, potere, successo lavoro, hobby, il mio tempo...? COME FARE PER RIACQUISTARE IL NOME DAVANTI A DIO? La carità, l'amore verso i fratelli, la condivisione, l'entrare in questa scelta di vita, ci fanno sperimentare una vita piena, frutto dell'incontro con Dio.
Ama e capirai chi sei, il tuo nome, la tua identità. Sperimenterai la vita vera, quella pienezza che è già qui sulla terra anticipo di Paradiso anche nella fatica del cammino.

Per un confronto personale

Purtroppo, ricordare i nomi dei poveri e dimenticare i nomi dei ricchi corrisponde alla logica del Vangelo. La logica del mondo è diversa... Da che parte stai? Prova in questa settimana a segnare in un foglio il nome delle persone povere che incontri... A fine giornata puoi presentare i loro nomi a Dio: avrai qualche amico in più.

 

11 marzo: Mercoledì della II settimana di Quaresima

"Potete bere il calice che io sto per bere?"

La croce è sempre presente nel cuore di Gesù. È la meta della sua vita.

Sarà un sacrificio liberamente offerto, e non solo un martirio. Gesù ci avverte come avverte Giacomo e Giovanni:

se vogliamo essere con lui nella sua gloria, dobbiamo bere per intero il suo calice, cioè dobbiamo anche noi morire, fare la volontà del Padre, portare la nostra croce seguendo Gesù, senza cercare di sapere prima quale sia il nostro posto nel suo regno.

Riflessione

Anche oggi attraverso il discorso che Gesù fa con la madre di Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, ci rivela un aspetto fondamentale della nostra fede: alla richiesta della donna di concedere ai suoi figli di sedere nel regno di Dio, uno alla destra e uno alla sinistra, Gesù immediatamente risponde "potete bere il calice che io sto per bere?".

Ecco, Gesù indica la strada per giungere al Regno di Dio: la Passione. Aveva appena annunciato ciò che gli stava per accadere una volta giunto a Gerusalemme: il Figlio dell'uomo sarà SCHERNITO, FLAGELLATO e CROCIFISSO. Lo indichiamo a caratteri maiuscoli affinchè siano i tre verbi che risalteranno di più in questa meditazione, perchè siano ricordati, fissati nella mente, perchè rappresentano il calice che Gesù berrà liberamente offrendo la sua vita sulla Croce per ciascuno di noi. Cosa ha detto Gesù? Vuoi entrare nel Regno di Dio? Allora bevi il mio calice ... perchè ci dice questo Gesù? Perchè dovremmo soffrire ciò che ha sofferto Lui? Non bastano le sue sofferenze, non ci aveva detto che attraverso la Croce ci ha salvati? Che senso ha ora chiedermi di soffrire ancora? E poi per cosa, visto che il "posto privilegiato" nel Regno lo decide comunque Dio?

Belle domande queste, sicuramente ce le siamo poste tante volte abbozzando ogni volta una risposta più o meno plausibile. Ma il senso di tutto questo lo possiamo scoprire soltanto, e dico soltanto, vivendo ciò che il Signore ci ha detto! Se non facciamo esperienza di quanto Gesù ha annunciato ai suoi discepoli non scopriremo mai il significato di alcune parole ... ci sembreranno sempre dure, incomprensibili, dolorose.

Schernito, flagellato, crocifisso...A volte ho cercato di immaginare cosa provasse Gesù mentre veniva schernito, schiaffeggato; è scritto anche che gli sputarono addosso, fu flagellato e infine inchiodato alla croce e trafitto con la spada. In quei momenti certamente Gesù soffriva terribilmente nel corpo, era un uomo di carne ed ossa pertanto sentì sulla propria pelle i duri colpi dei flagelli, il peso della croce su un corpo violentato e poi i chiodi tra le mani e sui piedi. Tanto dolore dunque e come se non bastasse l'insulto, gli sputi, l'oltraggio. Ma Gesù aveva nel cuore un progetto da realizzare, Lui era Dio e andava alla morte per liberare i suoi figli dalla schiavitù del peccato...aveva nel cuore un amore, il più grande amore che un uomo abbia mai provato per i propri figli...ce lo dimostra il perdono di Gesù ai suoi aguzzini, ce lo dimostra la forza con cui l'uomo Gesù è stato capace di sopportare tanta inaudita e feroce violenza! Il suo è un cuore che ha amato fino al sacrificio della vita! E' questo il "segreto" di Gesù: l'amore per i suoi figli che l'ha guidato sulla via del calvario! Ma allora Gesù cosa ci chiede oggi? La risposta viene naturale: ci chiede di ricambiare quest'amore! Lui sarà felice quando le nostre sofferenze, le nostre difficoltà saranno affrontate con lo stesso amore, con la stessa intensità con cui Gesù ha vissuto le sue: amore verso Dio, amore verso quell'uomo che ci ha insegnato cosa sia l'amore ... il resto lo farà il Signore, il resto lo scopriremo nel nostro cuore." O Gesù, tu le croci le dai a chi ami. Tu, Gesù, sei l'amore di tutti, tu sei l'unico amore: lo grido forte. Ti vorrei amar tanto, Gesù! Con quella purezza che ti amarono le vergini; con quella fortezza che ti amarono i martiri...allora si, Gesù...Sai, Gesù, se ti dico troppo: con quella carità che ti amava la Mamma tua. Sono la delizia tua, Gesù Io basto a Gesù? ...Ridimmelo, dimmelo, Gesù. E te tante volte a me non sei bastato! Quante volte, Gesù, ti ho voltato le spalle!...E' possibile, Gesù, che io possa bastare a te? O Santi del cielo, prestatemelo voi un cuore, che lo possa amar tanto Gesù... Tu (Gesù) sei il sostegno della mia vita, la fiamma del mio cuore, la pupilla degli occhi miei...La fiamma del mio cuore tu la vuoi tutta te?... Gesù, tu mi chiedi solo amore. Dunque, Gesù, per imparare ad amare bisogna soffrire. Anche il sangue tuo, Gesù, tutto è opera di amore".

"Gesù ma tu mi hai dunque amato fino a questo punto? Mi hai fatto tante garzie, mi hai fatto tanti favori; e io che ti ho fatto? O Gesù ma che sei divenuto? Che ne è stato di te, Gesù? ...Oh! la persona santa di Gesù è divenuta la persona dei divertimenti di tutti; il mio Gesù lo bestemmiano, il mio Gesù lo strapazzano, lo maledicono, gli fanno tanto male. Più, Gesù, mi sorprende quando ti vedo nelle umiliazioni, che io non ne voglio sentir parlare...O se potessi, Gesù! ...vorrei col mio sangue...vorrei col mio sangue, Gesù bagnare tutti quei luoghi dove ti vedo oltraggiato. Come l'amore ha potuto tanto sul tuo cuore? Gesù, che ti fanno...quei cattivi? Gesù, non si stancano?...Non più quei colpi su te, Gesù...Tu, Gesù, non li meriti, io si...te no, te non più; a me si...Gesù...Sono io che ho peccato, tu sei innocente; sono io che ho fatto tanti peccati" 

S. Gemma Galgani, Estasi 24 del 24 Aprile 1900


Per un confronto personale

- Giacomo e Giovanni chiedono favori, Gesù promette la sofferenza. Ed io, cosa chiedo a Gesù nella preghiera? Come accolgo la sofferenza ed i dolori che avvengono nella mia vita?
- Gesù dice: "Non così dovrà essere tra voi!" Il mio modo di vivere in comunità segue questo consiglio di Gesù?

 

10 marzo: Martedì della II settimana di Quaresima

"Il più grande tra voi sia vostro servo"

L'uomo ha in se stesso il desiderio di primeggiare.

E Gesù non annulla questo, ma dice: "In questa relazione, se c'è un primato sia quello del servizio":

"Il più grande tra voi sia vostro servo". E' il servizio che ci rende fratelli.

Servire è accorgersi del bisogno dell'altro, è avere uno sguardo costantemente rivolto all'altro e non centrato in se stessi. E' l'altro, allora, la mia verità. E' l'altro che determina il mio agire, il mio pensare, il mio modo di amare.

 Riflessione

 Quanti di noi oggi si sentono interpellati da questa tragica verità che Gesù ci ricorda! E' il vizio in cui tanti fedeli cadono continuamente, specialmente i più "vicini", quelli che con maggior frequenza svolgono un servizio nelle parrocchie, sono attenti a non mancare ad alcun appuntamento parrocchiale, ritroviamo nelle chiese continuamente a pregare... Non è il servizio, il pregare, gli incontri in parrocchia a generare oggi l'atteggiamento che avevano un tempo i Farisei e gli Scribi ai tempi di Gesù, anzi... basti pensare all'impegno e all'attenzione con cui questi appuntamenti vengono pensati, curati, preparati:...sono queste le nostre occasioni privilegiate che abbiamo per riflettere, per meditare, interiorizzare e fare esperienza della Parola. Il problema sorge quando iniziamo a sentirci "arrivati", quando pensiamo che la nostra esperienza di Dio non è paragonabile a quella degli altri, che come preghiamo noi Dio non lo prega nessuno, che meritiamo riverenza per quel che diciamo e facciamo in parrocchia. Ancor più quando tutto ciò che ascoltiamo non riusciamo a ruminarlo, ad interiorizzarlo, a farlo entrare nel nostro cuore: restano parole vuote, che non ci riguardano, non ci appartengono. Il Signore in questo modo non ha possibilità di incarnarsi, di entare nelle famiglie, di andare dal povero, dall'emarginato, dal giovane, dall'anziano. Il Signore resta nella nostra mente, nelle nostre orecchie ma non attraversa le nostre mani, la nostra bocca, il nostro cuore. Sembra un'esagerazione, ma se ci riflettiamo tutto ciò può riguardare ciascuno di noi in modo diverso, in maniera più palese o in forma sottile. Ed è questo, bisogna che ce lo diciamo, che fa di noi dei cattivi testimoni di Gesù che proprio oggi ci dice: "Il più grande tra voi sia vostro servo". Questo è invece l'atteggiamento che deve rappresentarci! Ancor prima di parlare, di venire a contatto con noi le persone dovrebbero riconoscere un cristiano dalle opere che egli compie, dalla capacità di accogliere il fratello, di stargli accanto, di sostenerlo; qualunque posto egli occupi nella Chiesa, nel mondo dovrebbe essere a servizio degli altri, con umiltà, con spirito di carità. Siamo legati invece ai ruoli che rivestiamo all'interno della comunità, delle famiglie, della società sempre pronti a giudicare, condannare chi per sbaglio o per atto di amore ha tentato di "userpare il nostro posto", ha minacciato la nostra libertà dimenticandoci che il nostro operare è servizio ai fratelli, è principalmente disponibilità a Dio. 

Per un confronto personale

 Oggi, nella mia pausa contemplativa, mi lascerò interpellare da questo brano biblico: è rivolto a me l’invito a correggere la rotta, mettendomi decisamente nella via dell’amore.

Rendimi consapevole, Signore, delle mie responsabilità di fronte a un degrado che sono troppo pronto a condannare. Che io possa, sostenuto dalla tua grazia, collaborare con i miei fratelli per l’avvento di una società fondata sui dettami dell’amore.

 

 

9 marzo: Lunedì della II settimana di Quaresima

"Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro"

Le esigenze della vita cristiana non sono delle prescrizioni moralistiche di buona condotta ma rappresentano la possibilità reale di riscatto per acquisire la vera beatitudine, promessa da Gesù e già realizzata da Lui nel suo Mistero Pasquale. Gesù stesso ci insegna come essere misericordiosi e di accogliere i nostri fratelli nelle loro sofferenze. Dietro questi precetti vediamo il Volto del Signore, volto di amore, misericordia e perdono. La beatitudine di Gesù è allora per noi segno concreto di conversione di vita perché i nostri cuori siano sempre rivolti a Lui, che ci ha insegnato l'amore, la misericordia ed il perdono.

Riflessione

Oggi ci viene proposta un'altra piccola parte di quel discorso di Gesù che abbiamo meditato Venerdì scorso. Ritroviamo Gesù che si rivolge alla folla riunitasi nei pressi di Cafarnao per ascoltarlo, per essere guariti. Tutto il discorso di Gesù suscita una grande tenerezza: è il discorso di un padre che sa di dover lasciare i propri figli, che sa di avere ancora poco tempo per annunziare la buona notizia; è questa una delle occasioni per rivelare il Verbo, la via della salvezza ... tutto d'un fiato fa delle raccomandazioni, esorta, ammonisce, insegna. Ogni singola parola avrà un peso inimmaginabile nella vita di tanti che ascolteranno, nessuna sarà dimenticata per secoli e secoli, ognuna è stata pensata e pronunciata da un Dio divenuto carne per essere toccato, visto, ascoltato. E' attraverso queste parole che si rimargineranno tante ferite, che i cuori ricominceranno ad amare, che tanti si metteranno al servizio dell'Amore. Iniziamo questa meditazione non con l'atteggiamento di chi "ha già sentito tante volte", di chi per superficialità crede di averne già capito il senso e magari sente che non riguarda la propria vita: ricordiamoci che è Dio che parla a noi, che ci indica la strada...accostiamoci dunque alla parola con profondo rispetto perchè viene da Dio ed è stata pronunciata per la nostra salvezza: è questo il "nostro tempo", è proprio questa l'occasione che il Signore si ritaglia per parlare ancora una volta a noi, nel silenzio del nostro cuore.

"Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro"... la misericordia è un sentimento che nasce dentro di noi quando proviamo compassione per la miseria degli altri (miseria morale o spirituale). E' dunque un sentimento che può nascere solo se facciamo esperienza di questa miseria e proviamo a compatirla, patirla insieme a chi la vive. Gesù ci sta chiedendo qualcosa di molto importante, ci chiede di non tirarci indietro di fronte alla miseria degli altri, di non sentircene infastiditi, di non evitarla ma piuttosto di starci a contatto, di comprenderla, di amarla. Noi tutti abbiamo esperienza della nostra miseria, sappiamo quanto grandi sono i nostri limiti, sappiamo riconoscere quanto ci è difficile superare, malgrado gli sforzi, le difficoltà che nascono nei confronti di chi ci vive accanto. Sono le nostre ferite che spesso ci impediscono di vivere serenamente i rapporti, che in un modo o in un altro ricominciano a bruciare quando viviamo in relazione con gli altri. Sono le nostre miserie! Gesù ci chiede di ricordarci delle nostre ferite quando veniamo a contatto con la miseria altrui, ci dice che il nostro vissuto può essere messo a disposizione degli altri e può far fiorire quel campo sterile che un tempo era anche il nostro cuore. Ma come potremmo fare tutto questo se dentro di noi giudicassimo o ancor peggio condannassimo chi vive questi disagi? La strada che conduce alla misericordia non è piuttosto quella del perdono, del darsi totalmente, incondizionatamente?

Per un confronto personale

- La Quaresima è un tempo di conversione. Qual'è la conversione che il vangelo di oggi mi chiede?

- Sono stato già misericordioso come il Padre celeste lo è?

 

8 marzo: Domenica della I settimana di Quaresima

"È bello per noi restare qui! Facciamo tre tende!"

Pietro pensa che la felicità sia una situazione da prolungare il più possibile, come un benessere da conservare. No.
La felicità si vive e diviene interiore. Le tende bisogna costruirle nel mondo, nei cuori induriti degli uomini, nella vita ordinaria. Bisogna costruire tende dove risuoni la parola di beatitudine del Figlio prediletto, che tutti possiamo ascoltare e vivere. È bello per noi godere di questa luce. È bello che i fratelli stiano assieme. È bello perché nessuno può impadronirsene, perché la felicità è contagiosa, perché cresce comunicandosi.

 Riflessione

 Gesù sceglie tre testimoni, Pietro, Giacomo e Giovanni, per renderli partecipi di un'esperienza straordinaria che mai più sarà dimenticata: la trasfigurazione... davanti ai loro occhi il suo aspetto cambiò e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime. I tre discepoli sono soli e non capiscono cosa stia accadendo: vedono il loro Gesù con un volto nuovo, da lui emana una luce bianchissima, lo vedono discorrere con Mosè ed Elia ... tutto è accaduto così in fretta, lungo il cammino al monte Tabor non avrebbero mai immaginato cosa avrebbero visto di lì a poco, il Signore aveva soltanto chiesto loro di seguirlo senza dire nulla, senza prepararli ... Chiunque si sofferma a riflettere su questo avvenimento e cerca di immedesimarsi nei tre discepoli non può che immaginare lo sgomento, la paura che abbiano provato: sembra un episodio di un film, un effetto speciale usato allo scopo di sbalordire, di far restare a bocca aperta. Immaginiamo i loro volti sconvolti, che si scrutano l'un l'altro nella ricerca di una risposta al loro interrogativo: cosa sta accadendo? Ma dalle parole di Pietro riusciamo a capire qualcosa di più del loro stato d'animo: "è bello per noi stare qui". Forse la sua voce è tremante, cerca di interrompere il silenzio interrogando il suo Maestro, probabilmente vuole solo sentirlo parlare per assicurarsi che non vive in un sogno...vorrebbe addirittura fermare il tempo proponendo di costruire tre tende per impedire che tutto finisca, che quella luce si spenga: possiamo allora intuire che in quei tre cuori non c'è solo sgomento, c'è qualcosa di più. Quella luce emanata da Gesù è entrata in essi per illuminare il buio del dubbio, per placare la sofferenza del discepolo, per infiammare ciò che era stato acceso, per sigillare una promessa che un tempo li aveva scossi, li aveva posti alla sequela del Figlio di Dio. ..."Questi è il figlio mio prediletto; ascoltatelo!" Quel Dio è ora intorno a loro, sono avvolti da quella luce, sta parlando, gridando ai loro cuori...ancora una volta, ancora più forte! E' un'esperienza di Paradiso, è un esperienza di Dio!

La stessa esperienza, la stessa luce, la stessa voce ancora oggi può essere vissuta, vista, ascoltata...è questa un'affermazione, una certezza, ma per tante, forse troppe persone resta ancora un domanda, un dubbio. Il Signore ci ha lasciato il suo Spirito che vive in noi, che può condurci alla presenza di Dio, alla contemplazione di un volto che ci ama, che ci parla. La trasfigurazione di Gesù è la nostra conversione, è il nostro riconoscere che Gesù è il figlio di Dio, che il nostro cuore desidera fare la sua volontà ... è il tuo "Eccomi, sacrifico ciò che in me è prezioso perchè mi sento chiamato per nome, mi sento amato, mi sento partecipe di un avvenimento straordinario: Dio vuole entrare nel mio cuore!". Non ci resta che abbandonarci a quel Gesù che ci chiama a scalare il monte, che vuole condurci in un luogo solitario per mostrarci quel volto nuovo, diverso dal solito, diverso da quello che abbiamo immaginato per anni. Ce lo chiede perchè vuole rendere straordinaria la nostra vita, vuole illuminare i nostri occhi troppo spesso bagnati da lacrime e spenti dalla rabbia di aver perso quella Speranza che caratterizza ogni cristiano, ogni uomo amato da Dio.

Per un confronto personale

Oggi, nel mio rientro al cuore, lascio che il mistero della Trasfigurazione del Signore mi consoli, mi dia coraggio e mi aiuti a leggere anche gli eventi penosi della vita come tappa di un cammino provvidenziale in cui Dio cammina al mio fianco, Risorto e Vittorioso.

 

 

7 marzo: Sabato della I settimana di Quaresima

Amate i vostri nemici

e pregate per i vostri persecutori

 

Padre, perdonali! Non sanno ciò che fanno!

Un soldato prende un polso di Gesù e lo mette sul braccio della croce, vi colloca un chiodo e comincia a battere. Varie volte. Scendeva sangue. Il corpo di Gesù si contorceva dal dolore. Il soldato, un mercenario, ignorante, lontano da ciò che faceva e che succedeva intorno a lui, continuava a battere come se fosse un pezzo della parete di casa sua e dovesse appendere un quadro.  In quel momento Gesù prega per il soldato che lo torturava e rivolge la preghiera al Padre: "Padre, perdonalo! Non sa cosa sta facendo!"  Amò il soldato che lo uccideva.

 

Riflessione

 Certo che questo Gesù è uscito fuori di testa! è diventato matto, ha perso ogni logica! Ma come può chiedermi oggi di AMARE i miei nemici e di PREGARE per i miei persecutori? Non bastava quell'impegno già arduo di per sè di amare il mio prossimo? Sì il mio prossimo, quello che mi aiuta sempre, che mi ascolta quando sto male...eppure a volte mi fa talmente arrabbiare che per dispetto non gli rivolgo la parola per qualche giorno: sì, quando improvvisamente si chiude in un silenzio che io proprio non capisco! Ma me lo fa apposta? Eppure insomma lo sa che io ho bisogno di lui, ho bisogno di sfogarmi...di fronte a queste cattiverie io proprio non ci sto! Ora addirittura di amare i nemici, eh che so stupido io? Se qualcuno sapesse che prego per qualcuno che mi fa del male penserebbe che io non sto più bene con la testa: "tu e questo Gesù siete fuori dal mondo....impara a farti rispettare....al mondo d'oggi bisogna tenere sempre gli occhi ben aperti...non fidarti mai di nessuno...pure gli amici ti tradiscono..."!

Strano vero? Volutamente le circostanze descritte sono banali eppure le viviamo ogni giorno: è la superficialità del vivere, è il conformarsi ad una logica comune in cui Dio è messo da parte e ucciso!

Di contro proviamo a leggere una piccola testimonianza di una grande Santa capace di illuminare la vita di chi desidera fare esperienza di Dio, S. Gemma Galgani: "Figlio tuo, fratello mio: salvalo Gesù. Perchè oggi non mi dai più retta, Gesù? Te ne ha fatte tante, ma te ne ho fatte più io. Salvalo, Gesù, salvalo. Per un'anima sola hai fatto tanto, Gesù, e per quella lì non la vuoi salvare? Stà buono, Gesù, non me lo dire così. A me non mi dai retta, a chi devo ricorrere? Il sangue l'hai versato per lui come per me...Non mi alzerò più di qui; salvalo. Dimmelo, dimmelo che lo salvi. Mi offro vittima per tutti, ma particolarmente per lui; ti prometto di non ricusarti nulla...Me la dai? E' un'anima!... Pensaci, Gesù: è un'anima che ti è costata tanto! Diventarà buono, non lo farà più vedrai. E' salvo, Gesù, è salvo? Sei giusto, ma sei anche misericordioso. Non cerco mica la tua giustizia, ma la tua misericordia. Ma l'hai reso salvo?...Allora non è più fratello mio: ora è diventato buono, e io sono sempre cattiva. Voglio essere buona anch'io. Hai vinto, Gesù: trionfi sempre te. Trionfa, trionfa! te lo chiedo per carità. Me ne avvedo, Gesù: peggio di me non la potevi trovare. Per gloria tua ora me l'hai reso salvo: son tanto contenta. Se me ne dai uno per giorno, figurati, Signore...O Gesù, non li abbandonare i peccatori. I miserabili son meglio accolti...Prego per loro e per me...Ma pensami ai peccatori: li voglio tutti salvi...tutti. Stasera rispetto le cose mie, le cose tue, Gesù". (Estasi 8°, S. Gemma)

E' proprio questo che intende Gesù nel Vangelo di oggi, desidera che il nostro cuore si apra alla salvezza dei nostri fratelli, soprattutto quelli che Gesù stesso reputa i più bisognosi: i peccatori, i nostri nemici, quelli che noi cristiani difficilmente riusciamo a perdonare. Il Signore ci chiede di pregare per loro, ci chiede in fondo un piccolo sacrificio e, se riusciamo ad andare oltre il gesto che ci viene chiesto, scopriremo che in fondo Gesù sta tentando di convertire il nostro cuore all'amore: ci chiede di inchiodare sul legno la nostra cattiveria, la nostra mancanza di attenzione, la nostra indisponibilità, il nostro egoismo. Se proviamo a pregare come Santa Gemma per il nostro "nemico" il nostro cuore si riempirà dell'amore di Dio, faremo esperienza di quel calore che solo il Signore può donarci con la sua infinità bontà.

Per un confronto personale

- Amare i nemici. Sono capace di amare i miei nemici?

- Contemplare in silenzio Gesù che, nell'ora della sua morte, amava il nemico che lo uccideva.

 

 

6 marzo: Venerdì  della I settimana di Quaresima

Va’ a riconciliarti con il tuo fratello

Gesù vuole farci "salire" con lui a Gerusalemme: egli non vuole che noi restiamo nella "pianura". Vuole che siamo "perfetti come il nostro Padre"! Com’è possibile questo? La perfezione che Gesù ci mostra, non lo capiremo mai abbastanza, non si pone sul piano della giustizia: non si tratta di voler esercitare alla perfezione tutte le virtù morali, di non commettere nessun errore nei confronti della legge di Dio. Ne siamo veramente incapaci! Si tratta piuttosto di imitare prontamente il Padre in ciò che più gli è proprio: il suo amore misericordioso e senza limiti. Si tratta di avere nei nostri cuori i sentimenti di veri figli e figli del Padre. Con ciò, Gesù ci chiede soprattutto una delicatezza estrema nei nostri rapporti di fratellanza. Non arrabbiarsi mai con un fratello, non trattarlo mai da stupido, non fosse che con il pensiero, non è cosa da poco! Ma Gesù che conosce benissimo il cuore del Padre, dà una tale importanza all’amore fraterno da arrivare a raccomandarci di "lasciare il dono davanti all’altare" per andare a riconciliarci con un nostro fratello. Difatti, ci capita talvolta di percepire come un’ombra, come un peso sul nostro cuore, e abbiamo un bel pregare: nostro Padre sembra lontano; è probabilmente perché serbiamo un risentimento, una tentazione di collera, un rancore nei confronti di un fratello. E Dio attende che noi perdoniamo. Tale è la legge costante della misericordia: la riceviamo dal Padre nella misura in cui la professiamo con i nostri fratelli. Ma è l’amore infinito che abita nei nostri cuori che ce ne rende capaci.

Riflessione