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luglio: XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
Come Maria di Betania possiamo fare l'esperienza
splendida di sederci e metterci in ascolto del Maestro che parla. Il
cuore, allora, scopre di sé una nuova dimensione, fino ad allora
sconosciuta, un percorso che - stupore! - lo mette in contatto con Dio.
Niente "vocine" o autosuggestioni, credetemi, solo la scoperta
dell'oceano su cui passeggiamo senza saperlo.
La dimensione dell'interiorità, del silenzio, della scoperta di Dio
passa attraverso l'esperienza della preghiera, una delle esperienze
universali dell'umanità.
Ma, ahimè, il cuore dell'uomo tende a possedere, a manipolare, a
schematizzare e anche la splendida esperienza della preghiera rischia di
essere svilita e sbiadita, ridotta a noiosa ripetizione, a dovere da
assolvere, a estremo ricorso in caso di difficoltà.
La Parola di Dio di oggi ci aiuta a capire cos'è la preghiera secondo
Dio.
La preghiera è amicizia
La pagina della Genesi è un capolavoro che ci svela il volto di Dio:
Sodoma e Gomorra sono due città violente e depravate e Dio decide di
distruggerle, abbandonandole al proprio destino. Dio è dubbioso: ormai
il rapporto di amicizia con Abramo si è consolidato e decide di
parlargli del proprio progetto. Abramo ha un tuffo nel cuore: a Sodoma
abita Lot, suo nipote, e inizia una serrata contrattazione. Alla fine la
spunta Abramo: se Dio troverà a Sodoma anche solo cinque giusti salverà
l'intera città. Sodoma sarà distrutta.
La preghiera è un colloquio intimo, uno scambio di opinioni, una
reciproca intesa.
Non una lista della spesa, non un tentativo di corruzione, non una
litania portafortuna.
Concepiamo la preghiera come una serie di formule bene auguranti, ma la
preghiera è fatta anzitutto di ascolto, l'ascolto di Dio, e di
intercessione, intercessione per il mondo, non per i miei bisogni.
La preghiera è fiducia
Gesù ci svela il volto del Padre: è a lui che rivolgiamo la preghiera.
Non a un despota capriccioso, non a un potente da convincere. Siamo
diventati figli, ci ha detto san Paolo, Dio ci tratta come tratta il suo
figlio beneamato. Un buon Padre sa di cosa ha bisogno il proprio figlio,
non lo lascia penare. Molte delle nostre preghiere restano inascoltate
perché sbagliano indirizzo del destinatario: non si rivolgono a un padre
ma a un patrigno o a un antipatico tutore a cui chiedere qualcosa che,
pensiamo, in realtà ci è dovuto.
La splendida e unica preghiera che Gesù ci ha lasciato dovrebbe essere
la preghiera sempre presente sulle nostre labbra, a cui attingere,
preghiera piena di buon senso e di concretezza, di affetto e di gioia,
di fiducia e di realismo, ci permette di rimettere al centro la nostra
giornata.
La preghiera è costante
Come la vedova della parabola il Signore ci invita ad insistere. Gesù
non entra nel merito: forse la questione sollevata dalla vedova è un
litigio tra vicini e il giudice ha ben altro di cui occuparsi. Eppure,
alla fine, cede. Gesù è sicuro di ciò che dice: se chiediamo otteniamo,
se ci affidiamo siamo accolti in un caldo abbraccio dal Padre.
Ma è a un Padre che ci rivolgiamo con costanza?
Leggendo questa pagina sorrido: ho pregato molto nella mia vita e non
sono mai stato esaudito. Perché?
Già sant'Agostino si poneva questa domanda e rispondeva mirabilmente:
non sei esaudito perché chiedi male, senza l'insistenza dell'amico
importuno, perché ciò che chiedi non è il tuo vero bene (Guardandomi
indietro, vedo i problemi sotto una luce completamente diversa), perché
Dio aspetta ad esaudirti per lasciare crescere in te il desiderio di ciò
che chiedi.
Mi correggo, allora: nella mia preghiera non ho mai ottenuto ciò che
chiedevo. Ma sempre ciò che desideravo.
Perché no?
Perché non imparare a pregare?
La preghiera ha bisogno di te, anzitutto: come sei, devoto o ateo, santo
o peccatore. Ma un "tu" vero, non finto, non di facciata. La preghiera
ha bisogno di un tempo: cinque minuti, per iniziare, il tempo in cui non
sei proprio rimbambito o distratto, spegnendo il cellulare e isolandoti.
La preghiera ha bisogno di un luogo: la tua camera, la metro, la pausa
pranzo. La preghiera ha bisogno di una parola da ascoltare: meglio se il
Vangelo del giorno, da leggere con calma e assaporare. La preghiera ha
bisogno di una parola da dire: le persone che incontri, le cose che ti
angustiano, un "grazie" detto a Dio. La preghiera ha bisogno di una
parola da vivere: cosa cambia ora che riprendi la tua attività
quotidiana?
Venga lo Spirito promesso dal Signore, amici, lo Spirito che ci permette
di vedere con uno sguardo diverso anche le cose che ci sembrano
indispensabili alla nostra felicità, capendo, infine, che ciò che
riteniamo un ostacolo insuperabile non è poi così importante risolverlo
e - forse - non è neppure un ostacolo.
Perché, nella preghiera, scopriremo che nulla ci può impedire di dire
con verità: Padre.
14 marzo: IV
Domenica di Quaresima
“Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”
“Costui accoglie i
peccatori e mangia con loro” … è Gesù ritratto in questo splendido brano
del Vangelo di Luca insieme ai pubblicani e ai peccatori intenti ad
ascoltarlo….è il Padre nella Parabola raccontata da Gesù agli stessi
scribi e farisei per permettergli di comprendere per chi è l’amore di
Dio, a chi il Signore rivolge il suo sguardo… è ciò che risuona con
potenza nel cuore di ognuno di noi quando, consapevoli della difficoltà
di seguire l’insegnamento evangelico e del nostro andare lontano da Dio,
abbiamo bisogno della Parola che ci dona il coraggio di ritornare al
Padre, senza paura, senza timore, forti dell’amore del Padre.
Tre i personaggi del
ritratto, il figlio più giovane, il padre e il figlio maggiore e tre
sono gli atteggiamenti descritti da Gesù: il figlio più giovane col
desiderio di allontanarsi dal Padre ricco di tutto ciò che “gli spetta”
di eredità, con la voglia di sperperare le sue ricchezze, di vivere in
modo dissoluto; il padre in attesa del figlio che lui stesso giudica
“morto”, pronto a far festa al suo ritorno, a ridargli la dignità che ha
perduto; il figlio maggiore indignato, sull’uscio a guardare incredulo
la festa per suo fratello, incapace di comprendere la bellezza di quel
gesto del padre e la ricchezza del suo “essere sempre” col padre.
Quante volte abbiamo letto
questa parabola? Quante volte abbiamo cercato di trovare in essa un
significato più profondo e non l’abbiamo trovato? Quante volte ci siamo
semplicemente soffermati su queste tre immagini e, compreso il senso,
giudicate come “le solite cose” della nostra fede, siamo andati oltre,
abbiamo girato pagina …? Credo tante, possiamo ammetterlo senza
vergognarci … leggiamo qua e là che questo è uno splendido episodio
della vita di Gesù, uno dei più significativi, dei più importanti per un
cristiano … ma non ci troviamo niente di particolare, non ci
rispecchiamo con nessuno dei personaggi e poi noi non abbiamo bisogno
della commiserazione di nessuno, noi al contrario del figlio non saremmo
di certo tornati a casa, costi quel che costi. Quella dolcezza del
Padre, poi, quasi ci dà fastidio, il suo far festa senza neanche far
terminare la frase al figlio che è tornato, lui ha già capito, lui è
felice e basta, lo riveste di splendore, gli prepara un banchetto … che
esagerazione! Non si ha il coraggio di dirlo, ma forse lo pensiamo e,
forse forse, essendo un brano un po’ lunghetto qualcuno non finisce
neanche di leggerlo perché già a metà si rende conto che l’ha già
sentito centocinquanta volte e lo conosce bene, quindi … “ciao, giro al
prossimo”!! Beh tutto questo può essere vero, non per tutti ovviamente!
Capita però a tanti nella vita che spontaneamente, senza neanche troppe
motivazioni serie, decidiamo che Dio nel nostro mondo ci sta un po’
stretto, cioè ci occupa troppo spazio, ci ha reso la vita noiosa e poi,
tutto quello che sentiamo dirci e ripetere non ci piace più, non ci
crediamo più! Tutte quelle “ricchezze” poi…in noi certo non le vediamo
.. ci dicono che il Signore ci ama così come siamo, ci ha fatto dono di
tante cose meravigliose ma dove sono se la nostra vita continua ad
essere così miseramente noiosa o ingiustificatamente drammatica? Dove
sono, se ad ogni minuscola difficoltà, cadiamo immediatamente senza
opporre un minimo di resistenza? Dove sono, se malgrado il nostro essere
attenti e vigili alla voce di Dio in noi, continuiamo a subire
ingiustizie, a vivere tragedie che accadono attorno a noi e in noi? Ecco
allora che di Dio vogliamo veramente liberarcene! Si vogliamo liberarci
di Dio e , con la stessa velocità con cui giriamo la pagina del Vangelo,
siamo capaci di trasformare la nostra vita, il nostro rapporto con Lui.
Non è che iniziamo a frequentare posti malfamati o sette diaboliche, no
assolutamente, ma iniziamo ad essere freddi nei confronti di Dio,
iniziamo a vivere lontani da Lui … quando si va via da casa, si inizia
col tempo a dimenticarne il profumo, il calore, gli angoli bui e quelli
luminosi, si perde la sensazione di protezione e di sicurezza che quel
posto dava … è quello che succede anche con Dio, inizia per noi ad
essere solo un pensiero momentaneo, ogni tanto facciamo finta di
ricorrere a Lui con qualche preghiera detta velocemente e
svogliatamente, quanto ritenevamo importante nel rapporto con Lui passa
in secondo piano e, di giorno in giorno, abbiamo l’impressione che ci
stiamo guadagnando una libertà che prima con Dio non pensavamo di poter
assaporare. Tutto ci è concesso, ogni cosa, anche se ci fa tremendamente
male, la facciamo tranquillamente, nel rapporto con gli altri e con noi
stessi non ci facciamo più tanti problemi, iniziamo a vivere e gestire
esclusivamente il quotidiano, senza progetti, senza sogni. Ad un certo
punto però accade qualcosa, il figlio minore sperpera tutti i soldi, ma
per noi avviene altro: un momento particolarmente doloroso, o una grande
gioia, o semplicemente un quotidiano che inizia a stancarci, una libertà
che non è poi tanto libera, le verità acquisite che iniziano a fare
buchi da ogni lato … ci ritroviamo così a non essere nulla! Possiamo
trascorrere anni in questa condizione, disillusi dalla vita, consapevoli
che quella libertà tanto ricercata non ci ha portato da nessuna parte, e
in più iniziamo a vivere convinti che doveva andare così, che noi non
siamo nulla, che in noi non c’è bellezza o ricchezza che possa rendere
speciale la nostra vita. Ma ecco che qualcosa ci risuona dentro, il
testo dice “ritornò in sé”, iniziamo a renderci conto che “quel nostro
andar via da casa”, quel nostro vivere senza Dio è stato uno sradicare
dal nostro cuore quell’unica verità che nessuno potrà mai toglierci:
l’amore di Dio che abita nel nostro cuore. Eravamo stati capaci di
privarci anche di quello, ma ora ne abbiamo fame, ora ne abbiamo
bisogno. Chiunque abbia fatto un’esperienza simile, chiunque abbia
provato spiritualmente l’abbraccio del Padre potrà raccontare la
ricchezza di quel ritorno, lo splendore di quel momento, la commozione
dell’incontro … in ogni confessione, in ogni richiesta di perdono, se
fatta intensamente, se vissuta consapevolmente possiamo gioire col Padre
e avvertire dentro di noi che in quell’incontro qualcosa nella nostra
vita è veramente cambiato, Qualcuno ce la sta rendendo più bella che
mai, sta camminando con noi, sta vivendo con noi ogni singolo momento. E
allora i nostri occhi ancora una volta hanno la possibilità di scorgere
il vero volto di Dio, libero dagli aggettivi che gli avevamo etichettato
dettati dalle nostre paure, dalla nostra incapacità di andargli
incontro, dal nostro desiderio di fare tutto da noi stessi, e forte di
ciò che abbiamo imparato nella sofferenza, nella solitudine e nella
desolazione di vivere una vita senza Dio. E allora non desideriamo altro
che ascoltare, ripeterci, meditare, ruminare la frase forse più bella
del Vangelo di oggi, quella che il Padre dice al figlio maggiore, quella
che solo un cuore che ama profondamente può sussurrare ad un’anima
ferita e desiderosa di essere amata: “tu sei sempre con me e tutto ciò
che è mio è tuo”!
28 febbraio: II
Domenica di Quaresima
«Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!»
È il Vangelo dell’amore, è
il Vangelo dell’intimità, è l’episodio che ci rivela in che modo Dio ama
il proprio Figlio, quali prodigi il suo amore compie in quel cuore in
preghiera: sono i prodigi di un Dio che ha creato e ora vuole mostrare
al mondo la bellezza della sua creazione, lo splendore, la purezza, il
fulgore, lo splendore di ciò che ritiene suo, di ciò che gli è intimo,
di ciò che Egli ha tratto da sé e sta amando con tutto se stesso. È il
segno di ciò che ogni uomo è agli occhi di Dio, è la promessa di ciò che
ognuno di noi può diventare se entra in relazione con Dio, stabilisce
con Lui un legame, avverte, sente la sua figliolanza con Dio. Gesù
cambiò d’aspetto….è l’aspetto di come Dio vede l’Uomo, è il volto di
tante persone che, nell’incontro con l’Amore, diventano persone nuove,
il loro sguardo è illuminato dalla gioia di sentirsi alla presenza di
Dio, il loro aspetto, i loro gesti, la loro capacità di amare prende
forma da Dio stesso e acquista una luce che mai prima di allora aveva
avuto … è l’incontro che tutto trasforma, è la rivelazione che porta
ogni uomo a dare un senso a tutto ciò che vive, è il colore che si dà
alla propria vita quando il proprio cuore sente che riposa nel cuore di
Dio.
Ognuno di noi è come
Pietro, come Giacomo o come Giovanni…discepoli assopiti, discepoli
oppressi dal sonno, persone che non hanno la capacità di vedere, non
hanno la possibilità di guardare oltre il proprio limite umano; a volte
il dolore, le ferite del passato, la fatica di costruire giorno per
giorno la propria vita con le sole nostre forze, la condizione difficile
che ci viene chiesto di vivere ci assopisce, ci tiene fuori dalla
portata di Dio, ci allontana da un progetto, ci nasconde la verità di
noi stessi…Gesù viene per riportarci da Dio, Gesù chiama ciascuno di noi
in disparte, ci conduce con sé sul monte, ci pone con la sua preghiera
alla presenza di Dio, interviene in mille modi nella nostra vita, ad
ognuno secondo le modalità più adatte, per mostrarci cosa possiamo
essere, per rivelarci qual è la trasfigurazione che ci attende, per
rivelarci la bellezza dell’incontro con Dio, per farci sentire nel cuore
quale grande amore sta chiamando ciascuno di noi a vivere secondo il
meraviglioso progetto del Padre. Allora i nostri occhi si aprono e tutto
cambia, ogni aspetto della nostra vita inizia ad assumere un senso,
percepiamo nel nostro intimo la bellezza dell’essere con Dio, la grazia
di aver ricevuto tutto quanto ci è stato dato di vivere: il bello e il
brutto, le gioie e le sofferenze, il dono di una vita e il distacco
della morte… tutto è servito per condurci alla sua presenza e l’amore
che ne riceviamo, la gioia di quell’incontro quasi ci sconvolge …
Pietro non sapeva quello che diceva… ciò che giudicavamo doloroso
scopriamo che è grazia, ciò che ritenevamo indispensabile diventa
futile, insignificante, ciò che avvertivamo come fatica diventa un peso
dolce da portare insieme al Signore e anche le ferite, che tanto male
portavano al nostro cuore, diventano la porta che può condurre alla
pienezza tutti coloro che ci vivono accanto, che incontriamo lungo la
strada. Questa è l’esperienza di Dio che ci attende, è la stessa
esperienza che oggi fa Gesù, che oggi ci viene rivelata … ci sentiremo
chiamati per nome, ci sentiremo chiamati figli, eletti, prediletti …
quando ciò accadrà, trasfigurati dall’Amore, non potremo che rimanere
stupiti, attoniti, in silenzio … come chi ha paura che parlando possa
svanire il sogno, possa finire la bellezza di ciò che ha vissuto … ma
non c’è da temere perché la bellezza non può svanire, l’Amore non può
finire … dopo l’incontro inizia il nostro viaggio, dopo l’incontro c’è
da scoprire ciò che i nostri occhi prima non erano in grado di vedere …
dopo l’incontro resta Gesù solo che continuerà ad accompagnarci lungo il
cammino, Gesù solo disposto ancora una volta a caricarsi di quella croce
per mostrarci la strada che conduce al Padre.
21 febbraio: I
Domenica di Quaresima
“Non di solo pane vivrà l’uomo”
Gesù è tentato dal
diavolo, è sottoposto ad una grande prova! Dice il testo che il diavolo
aveva esaurito ogni sorta di tentazione contro di Lui, le aveva provate
tutte verso quel Gesù uomo che si prestava a compiere la sua missione,
stava per portare a compimento il suo grande progetto, quello del Padre
sulla propria vita. Un progetto importante scritto per ogni uomo, per
chi lo sceglie e per chi lo abbandona, per chi lo cerca e per chi vive
distrattamente il suo tempo, per chi lo vive con gioia, convinto che sia
l’unica strada per dare un senso e un sapore alla propria esistenza e
per chi lo subisce con dolore dimentico dell’amore del Padre e cieco
della bellezza che in sé produce.
Gesù aveva il potere di
trasformare le pietre in pane, Gesù era il Figlio dell’Altissimo e
poteva avere il Potere e la Gloria di ogni popolo che abitava la terra,
Gesù era ascoltato dal Padre e avrebbe potuto sfidare ogni sorta di
pericolo mortale… tentazioni di un uomo, tentazioni cui Dio, fatto uomo,
avrebbe potuto cedere, ma Gesù era pieno di Spirito Santo e fu lo
Spirito a guidarlo nel deserto, a metterlo di fronte a queste debolezze
ed ecco che la Parola viene in suo soccorso, ecco come le parole finali
del salmo di oggi, prendono vita proprio in Lui:
«Lo libererò, perché a
me si è legato,
lo porrò al sicuro,
perché ha conosciuto il mio nome.
Mi invocherà e io gli
darò risposta;
nell’angoscia io sarò
con lui,
lo libererò e lo
renderò glorioso».
Lo Spirito agisce in Gesù,
il legame filiale che lo unisce a Dio Padre, i quaranta giorni nel
deserto, il digiuno avevano permesso a Gesù di fortificarsi, di legarsi
sempre più intensamente all’amore del Padre, di andare all’essenziale,
di liberarsi da tutto ciò che non era Dio e di riconoscere e fare
proprio il grande progetto scritto per Lui, desiderato dal Padre.
Siamo spesso delusi quando
nella nostra vita viviamo dei momenti di difficoltà, quando intorno a
noi si crea aridità di ogni sorta, spirituale, materiale, di rapporti,
di legami…tutto sembra crollarci addosso, ci manca il nutrimento
essenziale per la nostra vita, iniziamo a sentire il dolore e il peso
della fame: fame di amore, fame di desiderio che la nostra esistenza
acquisti un senso, fame di rapporti sani, fame di dare qualcosa di sé al
mondo. Ce la prendiamo con Dio, imprechiamo chi riteniamo responsabile
dei nostri fallimenti, del deserto che ci circonda. Ma oggi Gesù ci dice
altro, oggi ci insegna che in quel deserto non siamo soli, quel deserto
è luogo di prova e proprio esso può condurci ad essere persone libere,
persone convinte, persone che amano e sanno amare. Oggi Gesù ci viene a
ricordare che il deserto, la prova, le tentazioni sono parte della vita
di ogni uomo, sono permesse da Dio perché abbiamo estremo bisogno di
silenzio, abbiamo bisogno di dire a noi stessi per chi viviamo, chi
ispira la nostra vita, cosa ci può rendere veramente felici, cosa è
veramente essenziale per noi.
“Non di solo pane vivrà
l’uomo”» … ci sono momenti in cui il dolore ci consuma dentro, sembra
che l’unica soluzione sia quella di cedere alla tentazione di fare tutto
da noi, i valori che da sempre abbiamo nel cuore sembrano abbandonarci,
la soluzione ci viene posta innanzi ma sappiamo che è quella sbagliata,
che la stiamo accettando solo perché è la più semplice, solo perché
abbiamo una grande fame e ci viene offerta l’opportunità di raccogliere
quella briciola che placa il nostro vuoto ma non riempie il nostro
cuore, non illumina la nostra vita…Gesù ci dice di non cedere, Gesù ci
ricorda che non è quella briciola che ci sazia, Lui ha qualcosa di più
importante per ciascuno di noi, Lui vuole offrirci quel pane che sazierà
per sempre i nostri desideri, quel pane che in noi ridonerà calore e
vita agli spazi bui del nostro cuore e trasformerà ogni ferita in dono
d’amore per chi incontriamo sul nostro cammino, ma ha bisogno che
ciascuno lo scelga consapevolmente, che desideriamo sul serio mangiare
del suo pane. Gesù non può essere una scelta tra tante, non può essere
una soluzione per i nostri problemi pescata ad occhi chiusi nel
calderone che ci circonda. No, Gesù vuole che pronunciamo il nostro si
anche nella prova, che decidiamo per lui anche quando non è semplice,
purifichiamo il nostro cuore per un amore più grande…
«Se veramente mi ami,
mi devi amare anche fra le tenebre. Io mi delizio e scherzo con le anime
a me più care e scherzo per amore. … non ti affliggere: se io fingo di
abbandonarti, non credere che sia un castigo; ma è una mia invenzione
per staccarti affatto dalle creature ed unirti a me. Se ti parrà che io
ti discacci, allora invece ti stringerò più forte; quando ti parrò
lontano, sarò più vicino. … permetto che ti tormenti il demonio, che ti
disgusti il mondo, che ti affliggono le persone a te più care, e con
quotidiano martirio e occulto permetto che l’anima tua sia purificata e
provata. E tu, figlia mia, pensa solo in questo tempo ad esercitare
grandi virtù, chè questo è il momento. Corri per le vie del divino
volere, e umiliati, e stai sicura, che se ti tengo in croce ti amo».
(Gesù a S. Gemma Galgani)
14
febbraio: VI Domenica del T.O.
“Beati voi”
Gesù è insieme a tanta
gente, erano venuti da lui per essere guariti dalle loro malattie, per
ascoltarlo, cercavano di toccarlo … da Lui veniva la guarigione,
attraverso di Lui ogni sorta di malattia scompariva, venivano cacciati
gli spiriti immondi, ogni uomo ritrovava la sua libertà da ciò che lo
opprimeva. Ma ecco che Gesù comprende che tutte quelle persone hanno
bisogno d’altro, la salvezza non poteva risiedere solo nella guarigione
fisica, non bastava, ognuno di loro sarebbe ritornato alla sua vita,
forse per qualcuno di loro non sarebbe cambiato nulla o altri eventi
avrebbero potuto nuovamente turbarli, c’era bisogno di annunciare loro
l’amore sconfinato di Dio, c’era bisogno di lasciare impressa nel loro
cuore la speranza che sempre avrebbe dovuto guidare la loro vita e
allora alza gli occhi verso i suoi discepoli e inizia a pronunciare le
parole più importanti che un uomo possa ascoltare; sono le parole
pronunciate da un Dio che viene a capovolgere le logiche umane, viene ad
annunciare ad ogni uomo che il regno di Dio è per i poveri, per gli
affamati, per gli afflitti, per i perseguitati, è in essi che il Signore
posa il suo sguardo, stabilisce la sua dimora.
Povero è colui che non ha
ricchezze di cui vivere, povero è chi vive nella semplicità e accoglie
con gratitudine ciò che gli viene offerto; povero è chi guarda al
fratello come una persona da amare perché è tutto ciò che può fare per
lui; povero è chi si rallegra di ogni cosa e ogni persona che il Signore
quotidianamente decide di mettere sulla sua strada; povero è chi non fa
grandi progetti ma accoglie con semplicità il progetto di Dio che si
intreccia con il suo quotidiano; povero è colui che sceglie di esserlo
perché ha una sola ricchezza da custodire con estrema cura: l’amore di
Dio.
Ha fame chi non ha da
mangiare, chi decide di condividere anche quel poco che ha; ha fame chi
sente continuamente dentro un vuoto incolmabile e cerca in ogni cosa, in
ogni ambiente, in ogni circostanza di saziare quella fame; ha fame chi
non si lascia sfamare dalle convinzioni delle persone comuni ma si mette
in cammino per cercare le sue verità; ha fame chi si dona agli altri
senza riserve e in questo non trova sazietà; ha fame chi non è mai
appagato dalle logiche comuni, chi non si ferma alle apparenze, chi
cerca la verità di se stesso, ha fame chi decide di non nutrirsi di
altro amore se non quello ineffabile del Signore Gesù Cristo. Ha fame
chi ha cercato e si è lasciato incontrare da Dio nella propria vita e
attraversa il mondo con una fiamma nel cuore che brucia tutto ciò che
cerca di invaderlo e colmarlo di ciò che non è Dio.
È oppresso, piange chi
vive nel dolore, chi si è sentito portar via dalla propria vita ciò che
la rendeva speciale, unica, chi ha amato con tutte le sue forze e
desidera, sceglie di continuare a farlo malgrado la sofferenza. Piange
chi nel suo cammino non si nasconde a se stesso ma guarda in faccia al
dolore, lo vive, lo affronta, lo analizza, vi penetra fino in fondo.
Piange chi decide di essere vicino a chi, come lui, vive una difficoltà;
piange chi si commuove e si lascia invadere dall’amore che gratuitamente
gli viene offerto, piange chi osserva la bellezza della vita e si lascia
da essa stupire. Piange chi affida nelle mani di Dio la propria vita e
rispetta i Suoi tempi in docile attesa.
È perseguitato a causa del
Figlio dell’uomo chi decide di vivere con verità la propria fede, chi
sceglie di seguire Cristo lungo qualsiasi strada è chiamato a
percorrere; chi non nasconde il Signore in una libreria impolverata ma
ascolta la sua voce che parla e si pone in ricerca per scoprire se
stesso e Dio. E’ perseguitato chi fa della propria vita uno strumento
nelle mani del Signore per giungere lì dove desidera, consapevole che
senza voce, senza mani, senza gambe, senza cuore, senza sguardo il
Signore non può venirti a cercare, non può parlarti, non può
accarezzarti, non può amarti e non può guardarti negli occhi e ridarti
la libertà.
Chi non è povero, chi non
ha fame, chi non piange, chi non è perseguitato oggi forse crede di
essere un uomo felice, pensa che tutte queste cose rendono triste
l’uomo, lo fanno soffrire e pertanto le allontana da sé, crede che
sfuggirle sia il modo migliore per vivere pienamente la vita che gli è
stata donata. La verità è che sta solo perdendo una possibilità, quella
di incrociare il Suo sguardo, di sentire quella forza che ha guidato il
cammino di tante persone, sta solo impedendo alla Parola di germogliare
nella sua vita per darle un sapore diverso, un colore nuovo … quello che
solo il Signore conosce e che può fare di ciascuno una grande
meraviglia.
7
febbraio: V Domenica del T.O.
Gesù non si lascia deludere dai miei
difetti
Gesù ha una folla intorno
che gli facevano ressa, ma Lui volge lo sguardo altrove: scorge le
barche, vede Simone intento a lavare le reti dopo una notte di lavoro
infruttuoso…lo ha già scelto Gesù, ha già visto in quell’uomo un suo
discepolo, ha già capito che quel cuore ha bisogno di un segno che gli
riveli chi è, che gli dica quanto grandi sono le sue possibilità di
amare oltre ogni misura, ogni qualsiasi aspettativa. Glielo rivela con
la pesca, a rappresentare la vita di quel semplice pescatore, di quel
peccatore, come lui stesso si definirà, che ha tanto bisogno di
conoscere la verità di se stesso. Gesù sale sulla sua barca, entra nei
suoi insuccessi, nelle sue delusioni e ne fa uno strumento di grazia…con
esse si discosta dal terreno battuto da altri uomini, si allontana dalla
confusione della gente e diventano sede della Parola, luogo da cui
provengono insegnamenti di vita per tutti coloro che ascoltano. Quella
barca non era servita per la pesca ma aveva permesso a Gesù di parlare
proprio al cuore di Pietro, quell’uomo che dopo il discorso del Maestro
si sente pronto a fidarsi, a riprovarci. Le delusioni e la fatica di
quella notte erano state superate, la Parola di Gesù aveva trasformato
quell’uomo, aveva ridato speranza a chi aveva tastato con mano
l’insuccesso: “Sulla tua parola getterò le reti”, fu la risposta di
Pietro e sono queste parole, questo “si” di Pietro che segnano l’inizio
della sua storia di uomo, che trasformano il peccatore in Apostolo di
Dio, il pescatore in pescatore di uomini. Gesù non lo delude, sa che
Pietro ha bisogno di sapere da chi provengono quelle parole che gli
stanno trasformando il cuore, sa che Pietro ha bisogno di conoscere se
come uomo peccatore, come uomo deluso può essere oggetto della grazia
divina, può avere un’altra possibilità di amare sul serio. Gesù gli
dimostra che nulla può costituire un limite alla volontà di Dio, gli
rivela che la Parola di Dio … “gettate le reti per la pesca” …
non delude mai se viene ascoltata e accolta nella propria vita …
“Fecero così e presero una quantità enorme di pesci” …, gli dice che
la sua condizione di peccatore non impedisce a Dio di entrare nella sua
vita e di scegliere proprio lui prima come uomo da amare e poi come suo
discepolo: “non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.
È la storia di Simone, ma
è la storia di tante persone che hanno cercato e cercano la vocazione
della propria vita, cercano di realizzare il progetto che il Signore ha
tracciato per ognuno, desiderano intrecciare il proprio cammino con la
Parola di Dio che sempre viene ad interpellare le nostre vite e a
chiederci di cambiare rotta, di intraprendere un viaggio in cui noi
stessi spesso non crediamo. È la storia di chi avverte che il Signore ha
parlato alla propria vita e, contro ogni logica, sente il cuore
infiammarsi dentro e decide di seguire Chi è stato capace di rivelargli
la propria identità, lo ha chiamato per nome e promette che Lui sarà in
grado di realizzare un progetto che va oltre ogni aspettativa umana,
oltre ogni umana immaginazione. È la storia di tanti uomini coraggiosi
che hanno messo da parte dubbi, delusioni, paure, preoccupazioni e hanno
visto in quella voce che ha parlato al loro cuore la possibilità di
trasformare la propria vita in dono per molti. Potrà essere anche la tua
storia se ti lascerai invadere dallo stupore di fronte al Dio che viene
a cercarti tra la folla chiassosa per venire a realizzare nella tua vita
il più grande progetto d’amore che mai sia stato compiuto.
31
gennaio: IV Domenica del T.O.
“..egli, passando in mezzo a loro,
si
mise in cammino”
L'Annunziare ai poveri un
lieto messaggio, proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la
vista, rimettere in libertà gli oppressi, predicare un anno di grazia
del Signore” … senza la vendetta di Dio … il “programma” di Gesù, che
appositamente aveva omesso quell’ultima frase del profeta Isaia, vuole
portare una novità nelle coscienze, vuole completamente capovolgere le
idee comuni di un Dio che pratica la giustizia vendicandosi contro gli
oppressori. Il suo obiettivo è quello di accogliere i poveri, i
prigionieri, i ciechi, gli oppressi, gli afflitti, dare ad essi la
dignità di uomini liberi da ciò che incatena le loro vite, la loro
condizione sociale, insegnare alla gente che Dio non è solo per pochi
eletti … Dio è per tutti, il Signore ha una proposta di vita per
chiunque desidera la salvezza: non importa se non sei una vedova di
Israele, il Signore ti raggiungerà ovunque vivi per mostrarti che non
c’è carestia che possa impedire a te e a tuo figlio di sopravvivere
finchè altra acqua non verrà dal cielo (1Re 17, 7-16) e non importa se
tu non sei un lebbroso di Israele, il Signore manderà a te un annuncio
di speranza che ti metterà di nuovo in cammino verso la guarigione (2 Re
5, 1-14). È questa la novità che porta Gesù, una novità che dovrebbe
ancor più riscaldare il cuore di chi ascolta, suscitare in ciascuno una
maggiore speranza … ma purtroppo Gesù è “solo” il figlio di Giuseppe,
una prospettiva di vita così grande non può essere pronunciata da un
semplice falegname che per di più opera il bene lontano dalla sua terra,
dalla sua città natale. Viviamo anche oggi le stesse difficoltà della
gente di Nazareth, spesso tentiamo di uccidere Gesù che ci viene a
portare una novità nella nostra vita, che viene a chiederci di cambiare
prospettiva, di allontanarci dai nostri soliti pensieri, dalle nostre
convinzioni che spesso non consentono a Dio di operare nella nostra
vita, nel nostro ambiente; allontaniamo il Signore che viene a
pronunciare su di noi una Parola di speranza. Preferiamo abbandonarci
nelle nostre convinzioni, perseguire delle strade che sono lontane da
Dio, chiudere gli occhi e il cuore di fronte alla verità di noi stessi
che ci viene annunciata nascondendoci dietro la difficoltà di
intraprendere un cammino, lo sforzo di cambiare rotta, la paura di
abbandonarci all’amore di un Dio che non fa tanta confusione, che non si
manifesta in maniera così eclatante, che non parla attraverso un
megafono ad alto volume ma entra in maniera silenziosa nella nostra
vita, nel silenzio della nostra stanza, urla senza voce nel deserto del
nostro cuore, viene con amorevole e indiscreta presenza ad amarci come
nessuno ha mai fatto fino ad ora … ed è proprio questo che vuole
insegnarci: ad amare come Lui, a saper fare della nostra vita un dono
totale, a desiderare e a ricercare sempre la verità di noi stessi senza
temere nulla, consapevoli che Lui conosce ogni nostro pensiero, ama
tutto ciò che vive in noi, fortifica ogni nostra debolezza. “Egli,
passando in mezzo a loro, si mise in cammino” … il Signore non ha paura
delle nostre minacce, non si lascia spaventare dalla nostra
inquietudine, continuerà a camminare al nostro fianco, a mostrarci la
strada dell’Amore.
24
gennaio: III Domenica del T.O.
«Oggi si
è compiuta questa Scrittura
che voi
avete ascoltato»
Luca ci assomiglia: come
noi proviene e vive in un ambiente lontano dalla spiritualità, come noi
è sollecitato da mille stimoli, da novità religiose "alla moda", come
noi non ha mai visto Gesù in vita sua, come noi (spero!) è rimasto
profondamente coinvolto dalla predicazione di un ebreo di nome Paolo,
giunto ad Antiochia per parlare di un tale Gesù morto e risorto, come
noi è cresciuto nella consapevolezza che Dio è tenerezza infinita.
Leggendo Luca ne rintracciamo l'evoluzione interiore, il percorso, il
carattere, così come riusciamo a conoscere le persone quando iniziamo
con esse un'intensa corrispondenza.
Luca è stato educato nella
religione dei padri, zeppa di divinità capricciose e strane, umorali e
biliose, che imitano, nel loro Pantheon, i difetti e i limiti degli
uomini. Divinità lontane, incomprensibili, scostanti, messe in ridicolo
dall'annuncio di Paolo. Dio è diverso, dice l'ebreo di Tarso, è un padre
pieno di tenerezza, che cerca e ama ciascuno dei suoi figli. E Luca ne
fa esperienza. Spinto da Paolo, dopo alcuni anni di discepolato, Luca
accetta di scrivere un resoconto ordinato delle cose accadute tra le
prime comunità. Storico puntiglioso e appassionato, Luca dedica molto
tempo ad ascoltare i testimoni diretti e a redigere uno splendido
vangelo, il vangelo della mansuetudine di Cristo.
Luca ha a cuore la sua
serietà di storico, ci tiene a confermare la fede in cui è rimasto
coinvolto: non sono favole quelle in cui ha creduto, né pie
elucubrazioni. Ha dato del tempo, Luca, a questa ricerca e ci tiene a
precisarlo. Grande Luca! Fa bene a dirlo: neanche lui avrebbe immaginato
che, a duemila anni di distanza, siamo ancora qui a giocare a fare gli
intellettuali smaliziati, a guardare con sufficienza le pretese di
storicità dei vangeli, a scrutare con arroganza il cristianesimo, a
lasciarci turbare (!) dalle affascinanti teorie di un romanziere
furbetto. Siamo convinti che la religione sia qualcosa di utile sì, male
non ne fa', insegna il bene, ma che in fondo in fondo tutto si risolva
in una pia esortazione che non può certo passare al vaglio della storia
o della scienza. Il vangelo è e resta uno splendido esempio di libro
religioso, Gesù è una figura ammirevole, ma tutto si confonde: morale,
favola, dottrina... Luca scuoterebbe la testa, invitandoci a prendere
più sul serio la nostra fede, a dedicare del tempo alla nostra
preparazione, a renderci conto che la fede va nutrita, informata,
capita, indagata. E invece no: le quattro nozioni imparate di malavoglia
al catechismo sono, spesso, l'unico approccio al cristianesimo che
abbiamo conosciuto.
Salvo poi essere convinti
di sapere molto sulla fede: spesso fior di professionisti in tema di
fede si impantanano miseramente nell'ignoranza nell'affrontare temi come
l'etica, la storicità dei vangeli e amenità del genere! Siamo seri: il
problema è la nostra pigrizia, il problema è la dimenticanza: non ci
importa della nostra interiorità, non investiamo perché in fondo non ci
crediamo. Smettiamola di giocare a fare gli atei, non nascondiamo la
nostra mediocrità dietro una pretesa culturale poco seria e documentata,
portiamo rispetto per coloro che, davvero, hanno cercato e studiato e
indagato. Mondo impigrito, il nostro, che affida ad altri l'analisi per
poi mandare a memoria un riassunto delle conclusioni masticate dai
tuttologi di turno. Vuoi veramente cercare la fede? Indaga. Cerchi
davvero Dio? Informati. Vuoi davvero dare senso alla tua vita? Fidati.
Sì perché – ci ricorda Luca – la fede nasce dalla testimonianza di chi
ha visto e creduto.
Gesù inizia il suo
ministero nella sinagoga di Nazareth: inaugura ufficialmente la sua
missione con un discorso programmatico nel quadro di un'assemblea
liturgica, che richiama quella descritta nella I lettura. Dopo che è
stato proclamato il brano della Legge, a Lui è concesso di leggere un
brano dei Profeti. Nel rotolo di Isaia "trovò" il passo contenuto in 61,
1-2. In questo testo il profeta annuncia il tempo della salvezza, che
sarà caratterizzato dal lieto annuncio ai poveri e dalla liberazione
degli oppressi. L'incaricato di questa missione la svolgerà con la forza
dello Spirito del Signore che agirà su di lui e attraverso di lui. Tale
annuncio profetico non poteva non accendere la speranza dell'uditorio:
"Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui", in
attesa che spiegasse quel passo, incoraggiando ad aspettare con fiducia
la salvezza promessa. L'"omelia" di Gesù sorprende e spiazza
l'assemblea, perché è di una novità sconvolgente. "Allora cominciò a
dire: Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i
vostri orecchi". La promessa di Isaia si compie proprio in Lui. E si
compie "oggi". Il tempo della salvezza è oggi, perché Lui, Gesù, è qui.
La salvezza, attesa per lunghi secoli, oggi è qui, è presente nella sua
persona. E' Lui che ha ricevuto lo Spirito, è stato consacrato e inviato
da Dio. In effetti, è "pieno di Spirito Santo" (Lc. 4,1), che è disceso
su di Lui al battesimo e che lo sostiene con la sua "potenza". "Lo
Spirito del Signore è sopra di me": Gesù esprime la consapevolezza che
tutto nel suo essere e operare è sotto la presa, sotto l'influsso dello
Spirito Santo. Non dovrebbe essere così anche di noi? Inoltre,
riferendosi a questo passo di Isaia, dichiara che la sua missione
messianica e profetica consiste nell' "evangelizzare i poveri". E'
questa l'attività centrale nel programma che il Signore ha fissato al
suo messaggero in Is.61. Le altre opere che seguono (la liberazione dei
prigionieri, dei ciechi e degli oppressi) sono esempi e forme concrete
del lieto annuncio ai poveri. Opere che nella presentazione di Luca
riguardano soprattutto la liberazione dalle malattie. Con Gesù che
predica e opera guarigioni ha inizio l' "oggi" della salvezza. L'ultima
opera della serie: "predicare un anno di grazia del Signore". E' l'anno
del Giubileo, in cui venivano cancellati i debiti e gli schiavi erano
rimessi in libertà. Viene in questo modo evocata la salvezza messianica
come il grande condono e la liberazione definitiva. L'attività di Gesù è
un'attività "giubilare".
Applicandosi il programma
di Is.61, 1-2, Gesù manifesta la scelta che ha fatto dei poveri,
sofferenti, emarginati. L'"oggi" non indica soltanto il tempo di Gesù,
ma anche il tempo della Chiesa. Essa con l'evangelizzazione dei poveri
(annuncio e servizio concreto a quanti soffrono) manifesta l'"oggi"
della salvezza messianica. Consente a Gesù di continuare a proclamare
storicamente la buone notizia ai poveri. "Quando i cristiani compiono le
opere di misericordia, 'è Cristo stesso che fa queste opere per mezzo
della sua Chiesa, soccorrendo con divina carità gli uomini' (Paolo VI).
Se dunque evangelizzare è fare incontrare gli uomini con l'amore di
Cristo, appare evidente che il servizio ai poveri è parte integrante
dell'evangelizzazione e non solo frutto di essa". Per questo, è
essenziale "misurare il proprio sguardo sullo sguardo di Cristo: è
importante dunque l'azione pratica, ma conta ancora di più la nostra
partecipazione personale ai bisogni e alle sofferenze del prossimo. Così
la carità della Chiesa rende visibile l'amore di Dio nel mondo e rende
così convincente la nostra fede nel Dio incarnato, crocifisso e risorto"
(Benedetto XVI).
10
gennaio: Battesimo del Signore
“Tu sei il Figlio mio, l’amato”
Il popolo è curioso, nel
cuore di ognuno c’è il desiderio di sapere se colui che sta battezzando
è il Cristo, il messia, se quel battesimo che stanno ricevendo sta
avvenendo per opera delle mani di un Dio fatto uomo, che sta li davanti
a loro…nessuno immaginava che proprio quel Dio, era in mezzo a loro …
quel Dio si era veramente spogliato della sua natura divina e voleva
diventare del tutto simile all’uomo: chiedeva la stessa cosa che
chiedevano i tanti giunti al Giordano. Ha percorso lo stesso cammino dei
tanti peccatori, lo farà per tutto il resto della sua vita. Nessun
peccato è presente in Lui, ma non vuole sottrarsi a quel gesto di umiltà
che compiono tutte le persone davanti a Giovanni… il gesto del battesimo
significava una vera conversione di chi lo riceveva, una trasformazione
di vita che portava ad essere uomini nuovi: “fate dunque opere degne
della conversione…chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi
ha da mangiare faccia altrettanto; non esigete nulla di più di quanto vi
è stato fissato; non maltrattate e non estorcete niente a nessuno…”
tutte queste cose diceva Giovanni a quelli che si avvicinavano a lui…poi
si avvicinerà Gesù, il Figlio di Dio, colui che battezzerà in Spirito
Santo e fuoco…ecco Lui chiede lo stesso battesimo, non vuole essere
diverso dagli altri, inizia il suo ministero pubblico e sta lì per
chiedere a Dio Padre di donargli lo Spirito Santo, quella forza che lo
accompagnerà per tutta la sua missione, che opererà attraverso di Lui
per tutta la sua vita terrena. È uno dei gesti più belli e densi di
significato di Gesù, è una lezione di umiltà da cui ognuno dovrebbe
attingere per comprendere fino a che punto siamo stati amati, siamo
stati resi fratelli di un Dio che ci donerà la salvezza, di un Dio che
saprà donare completamente la sua vita … è un gesto, è un inizio, ma è
proprio questo gesto che ci fa sentire meno soli, che ci fa comprendere
come Dio cammina con noi, come Gesù entra realmente nella mia, nella
nostra storia senza rifiutare nulla di me, nulla assolutamente nulla di
ciascuno di noi. Lui, Dio, desidera essere come me, vuole farmi
comprendere che la mia conversione è un camminare al fianco di un Gesù
che è anche mio fratello, uomo come me, non al di sopra, non lontano,
distante, ma al mio fianco … è Lui che mi accompagna al Giordano della
mia nuova vita, la sua umanità mi dice che ho tutte le forze per poterla
trasformare, ho tutto ciò che mi occorre per poter salvare la mia vita.
Gesù dopo il battesimo entra in preghiera, in unione intima con Dio,
chiede lo Spirito Santo a Dio Padre, chiede l’alimento che renderà
possibile ogni sua azione, ogni sua scelta: questo lo renderà non solo
Figlio ma l’amato! Dio si compiace di coloro in cui abita il suo
Spirito, di coloro che sono guidati dallo Spirito nel cammino verso la
propria salvezza. La preghiera di Gesù deve dunque insegnarci proprio
questo, che non è importante solo scegliere la conversione, scegliere
una vita nuova, nella scelta bisogna chiedere continuamente a Dio di
essere a Lui intimamente uniti mediante il dono dello Spirito, che
permetterà a ciascuno di compiere il suo cammino, ad ognuno di andare
incontro al Padre consapevoli del suo amore, consapevoli di essere di
Lui figli profondamente amati, profondamente accettati. È questo l’amore
di Dio, amore per l’Uomo, per l’uomo in cui abita Dio, per l’uomo che
sceglie le sue vie, per l’uomo che desidera volare alto, per l’uomo che
prende in mano la sua storia e la trasforma in opera di Dio.
27
dicembre: Santa Famiglia
“Gesù
cresceva in sapienza, età e grazia”
Gesù
cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini. Ha
dodici anni Gesù, inizia il suo cammino in mezzo agli uomini: lo
ritroviamo nel tempio di Gerusalemme seduto in mezzo ai maestri intento
a fare domande, ad ascoltarli, a dare risposte. In questo breve passo
del Vangelo di Luca scopriamo il piccolo Gesù nella sua famiglia, è
accompagnato dai suoi genitori nelle sue prime esperienze di vita.
Vivono a Nazareth e, dice il testo, “stava loro sottomesso”. È
l’obbedienza di un Dio alla volontà del Padre, di un Dio incarnato che
non disdegna la via umana, quella di ogni uomo che nei primi anni di
vita ha bisogno di una guida, di chi si occupi di lui. E’ qui ritratta
una famiglia, è la famiglia di Gesù: una famiglia premurosa… “tuo padre
e io, angosciati, ti cercavamo”, dice Maria a Gesù quando lo ritrova,
dopo tre giorni di ricerca, e la stessa Maria subito dopo dovrà subire
un colpo duro, forse il primo messaggio diretto del piccolo Gesù:
“Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del
Padre mio?”. Ecco che nel cuore di Maria si fa sempre più chiaro quanto
speciale sia quel “fanciullo” che sta crescendo, quel fanciullo il cui
destino le era stato preannunciato dall’angelo Gabriele: “Sarà grande e
verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono
di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo
regno non avrà fine”. Maria aveva ascoltato queste parole appena qualche
anno prima ed erano state proprio queste parole ad aprirle il cuore, a
renderla strumento di Dio, a consentirle di aprirsi completamente alla
sua grazia. In quelle parole dolci, in quella promessa così importante
non si nasconde un “felicità umana”, quella che potrebbe provare una
mamma al vedere il proprio figlio realizzato, quella di un padre nel
veder crescere il proprio figlio come lui aveva immaginato, c’è qualcosa
di più; la felicità di Maria dovrà essere quella di vedere il proprio
Figlio inchiodato ad una croce, vedere il corpo e il sangue di suo
figlio dato in offerta per gli ultimi, per i peccatori, per il mondo
intero. Il re promesso è un Re che non siederà su un trono di tessuti
preziosi, il suo trono sarà la Croce, la sua corona sarà una corona di
spine. Quella gioia, quella felicità della mamma di Gesù dovremo
coglierla allora nel suo silenzio, nel suo serbare nel proprio cuore ciò
che Suo Figlio è venuto ad annunciare al mondo, nel suo camminare
insieme a Gesù fin sotto la sua croce, senza abbandonarlo mai,
condividendo in ogni momento ogni sua scelta, vivendo il suo “avvenga
per me secondo la tua parola” quotidianamente nell’obbedienza del Figlio
al Padre, nell’accettare sotto la croce la maternità dell’intera
umanità. Ecco la famiglia di Nazareth, una famiglia che cammina insieme
a Gesù, una famiglia che, dopo aver accolto la nascita di Gesù, non
desidera imprigionarlo con le catene del proprio amore ma accetta che
quel figlio ha una grande missione da compiere, che quel figlio non è il
proprio figlio, ma è il Figlio di Dio, che il proprio grembo, la propria
paternità e maternità è un’offerta a Dio, è uno strumento posto nelle
mani di Dio per permettergli di realizzare il suo progetto di salvezza
per l’umanità intera. La famiglia di Nazareth vive nel silenzio e
custodendo nel cuore la volontà di Dio incarnata nel figlio Gesù, la
famiglia di Nazareth è ogni famiglia che ha fatto nascere Gesù nella
propria casa e che è disposta, insieme a Lui, a fare la volontà di Dio,
a gioire anche nel dolore qualora la volontà di Dio diventa
incomprensibile, a cercare Dio quando, lungo il cammino, si accorge di
averne perso le tracce e a ritornare sui propri passi, in cerca di Lui,
disposti ad ascoltare anche parole dure, messaggi di rinuncia, domande
che mettono a nudo la propria fragilità, i propri limiti: “perché mi
cercavate?” chiede Gesù alla propria famiglia … e tu, “famiglia di
Nazareth”, perché hai pensato di aver smarrito Gesù, perché hai creduto
che Gesù si sia allontanato dal tuo cammino? Ecco tu conosci dove puoi
trovarlo, tu sai dove l’hai lasciato, tu conosci dove Egli opera …
avvicinati a Lui nel silenzio, ritorna a Lui e ascolta cosa ha da dirti,
accogli la sua volontà sulla tua vita e soprattutto amalo col cuore di
madre e padre che hai, accettalo e custodiscilo nel tuo cuore dove Egli
ha scelto di nascere.
20
dicembre: IV domenica di Avvento
"In
fretta": chi ama non indugia
Maria ha accolto Gesù
nel suo grembo, ha pronunciato il suo Si…ed ecco che Gesù fa irruzione
nella sua vita, nasce dentro di lei e la pone in cammino! Maria nella
sua fretta esprime l’opera del Signore nella sua vita, ha bisogno di
portare Gesù, ha bisogno di condividere con qualcuno il grande amore che
sta vivendo… ora che è diventata donna, ora che sta per diventare Madre,
ora che sente in Lei compiersi la volontà del Signore! Che grande dono!
Maria conosce la verità, Maria conosce l’opera di Dio, sa cosa è
accaduto nel suo grembo, sa Chi sta crescendo dentro di Lei! E’ una
gioia incontenibile, una gioia che Lei non può tenere per sé, deve
portarla agli altri, deve uscire dalla sua casa, deve mettersi in
cammino….va da Elisabetta, sua parente, “in fretta”, sfida il cammino da
percorrere malgrado il suo stato interessante…doveva essere preoccupata,
Maria, come tutte le donne per il suo bambino ma sa che quel bambino, il
suo Signore, ha una volontà più grande, ha da dire al mondo qual è
l’essenza di un cristiano, ha da portare agli altri la gioia, quella
vera! Ha bisogno di Maria il piccolo Gesù, ha bisogno di Lei per
crescere, ha bisogno di Lei per essere portato da Elisabetta… oggi lo
dice anche a noi, ci chiede di non restare fermi nel nostro silenzio,
nel nostro piccolo mondo, ci chiede di non preoccuparci delle nostre
paure, di non temere per le difficoltà…se la strada si fa ripida, se
tutto ciò che ci sta accadendo sembra difficile da capire, se dentro di
noi sta nascendo un amore che nessuno può comprendere, se abbiamo
interiormente pronunciato quel fiat, allora non dobbiamo temere perché
il Signore ci sarà accanto, perché il Signore abiterà in noi e colmerà
di Spirito Santo le persone cui porteremo il suo mistero, saremo
portatori di gioia, portatori di pace. Ma Chi stiamo portando nel nostro
cuore? Quale Amore stiamo facendo crescere in questi giorni che ci
avvicinano sempre più a quest’evento così importante per ciascun
cristiano? Chi ci prepariamo ad accogliere? Quale annuncio ci è stato
fatto? Cosa sta venendo a dire alla nostra vita il Signore che si
prepara a nascere? Non possiamo non rispondere a queste domande, non
possiamo avvicinarci a Gesù bambino e sperare che qualcosa nella nostra
vita cambi se non abbiamo pienamente coscienza di quanto sia importante
per la nostra vita l’amore di Dio, se non sappiamo quale posto gli
stiamo preparando… Maria ha Gesù nel suo grembo, Maria ha posto Gesù nel
luogo dove Lui può crescere, può divenire parte indissolubile di Lei,
dove può nutrirsi del suo amore di mamma. È senza dubbio un’amore
speciale quello di Maria, ma il nostro può essere altrettanto grande
perché Gesù è venuto al mondo non per una sola persona, non soltanto per
una donna o per i pochi che l’hanno realmente incontrato. Gesù nasce per
tutti, è un dono di Dio per chiunque abbia il coraggio e la forza di
accoglierlo nella propria vita e sappiamo questo cosa vuol dire…Maria
per accogliere Gesù poteva essere lapidata, rischiava che nessuno
avrebbe compreso un così grande mistero…una donna che stava coronando il
suo sogno di donna, stava per sposarsi. Ecco, non questo ci viene
chiesto oggi, Gesù non ci chiede un sacrificio così grande, ma chiede a
ciascuno secondo le proprie forze di fargli spazio, chiede a ciascuno di
avvicinarsi a Lui unicamente per comprendere la grandezza del suo Amore,
unicamente per prendere coscienza di quanto siamo importanti agli occhi
di Dio, di quante meraviglie possiamo compiere nella nostra vita se solo
ci abbandoniamo a quest’amore, di quanta gioia può nascere nel nostro
cuore se solo sentissimo, come Giovanni oggi, l’avvicinarsi di Gesù, la
sua presenza costante nella nostra vita. Se facessimo questo non
riusciremmo neanche noi a stare seduti, in fretta lasceremmo tutte le
nostre tristezze, le nostre preoccupazioni, i nostri limiti e correremmo
per le nostre strade con la pace nel cuore, col sorriso stampato sul
viso, con la consapevolezza che stiamo compiendo la volontà del Signore.
13
dicembre: III domenica di Avvento
“Che cosa dobbiamo fare?”
“Preparate la via del
Signore, raddrizzate i suoi sentieri”
era l’esortazione di
Giovanni durante la sua predicazione, ma le folle subito si domandarono:
“che cosa dobbiamo fare?” E’ inevitabile, davanti a qualcuno che
annuncia la salvezza, davanti a chi dice che “ogni uomo vedrà la
salvezza di Dio” non si riesce a resistere, non si riesce a non
pensare a se stessi, a come si può partecipare ad un così grande
incontro annunciato! Ogni anno, in questo periodo di Avvento, ciascuno
si fa la stessa domanda, ogni credente ha questo grande interrogativo
nel cuore: “cosa devo fare? Come posso prepararmi all’incontro con
Gesù?” E a pensarci bene, questa non è solo una domanda di Avvento, è la
domanda che spesso ci poniamo quando ci sentiamo persi, quando
percepiamo che abbiamo smarrito la strada, quando sentiamo nel cuore
nascere l’interrogativo forte del perché la nostra sempre più frequente
tristezza, la nostra difficoltà nell’affrontare un quotidiano troppo
spesso faticoso, un quotidiano in cui non avvertiamo, come in questo
periodo, l’avvicinarsi di un momento di gioia, la speranza di un
incontro che può cambiarci la vita. “Cosa devo fare?” è anche
l’interrogativo di chi ritiene di aver incontrato il Signore, di chi,
giorno per giorno, vive intensamente l’incontro con Dio… credo che
questa domanda alberga anche nei cuori di tanti religiosi, di tanti
sacerdoti che quotidianamente devono fare delle scelte, devono prendere
delle decisioni che non riguardano solo se stessi, ma intere comunità,
persone in difficoltà che necessitano di scelte giuste, persone lontane
da Dio che attraverso un gesto, un’attenzione potrebbero avere
l’incontro decisivo, potrebbero finalmente ritrovare la strada per la
propria salvezza. E’ la domanda di ogni uomo, di chiunque vuole riporre
in Dio le proprie scelte, voglia trovare in Dio la propria strada,
avverte che solo in Dio si può vivere una vita piena…ci si avvicina a
Lui, si avverte che Dio è vicino e ci si chiede come è possibile
prepararsi, come possiamo essere degni della sua grazia, del suo dono di
salvezza. E Giovanni oggi ci risponde, ad ognuno secondo il proprio
ruolo sociale, il proprio compito tra la gente: ai pubblicani, coloro
che riscuotevano tributi, chiede di non esigere dalla gente nulla più di
quanto previsto e ai soldati di non maltrattare le persone e di
accontentarsi delle loro paghe, senza estorcere denaro agli altri. E
alla gente comune? Alle folle? Chiede di condividere, chiede di essere
caritatevoli con chi non ha da mangiare né come vestirsi. Anche questa è
giustizia, è un dovere di chiunque abbia la possibilità più degli altri
di vivere degnamente:come ai soldati ed ai pubblicani viene chiesto di
svolgere il proprio dovere in maniera degna, secondo quanto stabilito
dalla legge, così l’essere socialmente più avvantaggiati di altri è
visto come un obbligo di carità nei confronti di chi non ha niente.
Essere caritatevoli, essere disponibili, essere prossimi a chi ci vive
accanto è un dovere, non è un di più che ci rende preziosi, che ci fa
essere migliori degli altri. Tutti possediamo qualcosa e non si tratta
solo di ricchezze materiali, forse oggi non abbiamo più bisogno di
quelle, non tutti, possediamo delle ricchezze, dei doni che non possiamo
non condividere: la disponibilità, anche solo di ascoltare, di essere
presenti, un sorriso, anche quando non ne abbiamo voglia, quando siamo
imbronciati, un gesto d’affetto, anche quando desideriamo più riceverlo
che farlo agli altri, uno sguardo amorevole, anche quando chi ci sta di
fronte ci ha fatto soffrire, ci ha feriti, una preghiera, anche quando
avremmo voglia di pensare solo a noi stessi…ognuno può essere capace di
queste cose, anche il più povero di questo mondo perché queste sono
ricchezze che il Signore ha donato a chiunque perché sa che sono quelle
ricchezze di cui tutti hanno bisogno: è necessario esserne dispensatori,
essere disponibili a sacrificare ogni giorno la propria individualità,
il proprio egoismo e aprirsi agli altri nei modi più disparati, ognuno
secondo le proprie capacità, i propri doni. È questo che il Signore ci
chiede, la fratellanza, il sentirsi sempre in dovere nei confronti del
proprio fratello, il sentire che chi ti sta di fronte è qualcuno che ha
bisogno di te, anche solo di un tuo semplice gesto. Se solo avessimo la
capacità di chiederci, ogni volta che ci troviamo di fronte a qualcuno,
cosa potremmo fare per lui probabilmente non avremmo più tempo per
giudicarlo, per trovare ciò che in lui non va, un alibi per la nostra
indisponibilità. È strano ma il Signore per accogliere Lui ancora una
volta ci chiede di accogliere nostro fratello e ci chiede, attraverso i
pubblicani e i soldati, di non pretendere più di quanto ci è dato
ricevere… quante volte non siamo contenti di nulla, quante volte, pur
vivendo nella ricchezza e nella serenità affettiva, desideriamo altro,
desideriamo ciò che non possediamo! Il Signore dice di no, il Signore
dice di accontentarsi della proprio paga, di essere ben contenti di
avere ciò che ci è stato donato. Quanto è difficile questo per chi non
ha nulla, per chi vive una grande sofferenza, per chi pensa che la vita
non gli ha concesso nulla buono….
«Non temere, Sion, non
lasciarti cadere le braccia!
Il Signore, tuo Dio, in
mezzo a te
è un salvatore potente.
Gioirà per te,
ti rinnoverà con il suo
amore,
esulterà per te con
grida di gioia».
È questa la promessa, il
Signore ti rinnoverà con il suo amore! E cosa c’è di più grande? Quale
dono più grande il Signore può fare ad un uomo se non il proprio amore?
Con l’amore di Dio nel cuore ogni sofferenza si può superare, ogni
ferita può trasformarsi in gioia, ogni difficoltà può essere affrontata
con il sorriso e con la serenità di chi ha un grande Speranza, quella
che Dio non l’abbandonerà mai. “Gaudete!”, siate lieti, dice san Paolo
perché il Signore è vicino!
8
dicembre: Immacolata Concezione della B.V.M.
“Ecco concepirai un figlio,
lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù
Quando si dice che la
pienezza di "grazie" di Maria sorpassa quella degli Angeli e dei santi,
si è tentati talvolta di immaginare questa pienezza in un modo
esclusivamente quantitativo. Vien da pensare: "In una piccola creatura
come può esistere tutta questa grazia?...." Questo, da parte nostra, è
un errore di immaginazione perché la "grazia" non è un pezzo di oro che
aggiungendosi ad altri pezzi costituisce un blocco di oro più o meno
considerevole: la grazia non è quantità. La grazia è una qualità. E
particolare. Quando la grazia scende su di noi diventa forza, diventa
energia. La grazia in se stessa è anche apertura a Dio, apertura che
rende una creatura capace di riceverLo. La grazia, quindi, non solo è un
aiuto, ma è anche un allargamento: con essa la creatura riesce a
ricevere da Dio molto di più di quello che poteva ricevere prima di
essere aiutata dalla grazia. Più una creatura riesce a ricevere da Dio,
riesce a unirsi a Dio (in una unione personale) più è disponibile a
ricevere anche nel futuro. In Maria il grado di unione con Dio sorpassa
incomparabilmente quello di tutte le altre creature. Questa unione è un
mistero, infatti nella Bolla "Innefabilis Deus" viene detto: nessuno
all'infuori di Dio può raggiungerla col pensiero. Noi, sull'argomento,
cerchiamo di balbettare, di intuire, ma non sappiamo fare altro. Maria
riceve lo Spirito Santo nella "concezione", nell'incarnazione, nella
Pentecoste, e... Lo Spirito Santo è una forza che agisce in
continuazione quando si è in condizione di riceverLo. Questo concetto
vale anche per tutti noi, solo che a volte noi non siamo "aperti" alla
grazia perché siamo distratti. Dio manda sempre la Sua grazia, e in
alcuni momenti manda grazie speciali, quali "affidi, "incarichi"
particolari: la Madonna ha avuto un incarico diverso da quello che può
aver ricevuto qualsiasi altra madre. Dio manda le Sue grazie, ma bisogna
essere pronti ed attenti a riceverle. Invece, la maggior parte delle
volte noi, nella nostra giornata, siamo troppo presi dagli impegni
quotidiani e quindi distratti dal pensiero di Dio tanto da non
permettere a Lui di fare di noi e in noi quello che vuole. Il nostro
grande rimpianto sarà di non aver avuto il coraggio di "fermarci"
qualche minuto nella giornata per pregare e per cercare di stabilire un
"contatto" con il Signore. Quando Gesù dice: "Pregate sempre" vuol dire:
"Mantenetevi sempre in contatto con il Signore perché la Sua grazia vi
faccia crescere progressivamente". In Maria la sintonia con Dio c'era
già prima del concepimento di Gesù, prima della sua incarnazione. Non
bisogna fare grandi o strane cose per essere in sintonia con Dio, basta
fare il consueto, ma farlo insieme a Lui e con una coscienza divina (cum-scio
= so con Dio), e nello stesso tempo, con una operatività che rispetta lo
stile di Dio, cioè l'amore e non l'odio, il risentimento, l'invidia o la
"luna" come molti hanno. La parte operativa della Madonna è sempre stata
secondo lo stile di Dio che è poi lo stile dell'amore. Amore che non
significa (come di solito intendiamo noi) solo un sentimento, amore che
significa fare sempre quello che è il bene degli altri: mettere gli
altri e non noi al primo posto. Essere in sintonia vuol dire fare ciò
che vuole Dio in ogni momento della propria esistenza: non si deve
pensare che per il fatto che una persona, una volta in vita sua, fa un
atto grandioso, ha risolto il "problema" della sintonia. No!, la vita è
fatta di tante piccole cose. Maria avrebbe potuto rifiutarsi di
diventare serva di Dio e Madre di Gesù, ma non lo ha fatto perché il suo
era un atteggiamento di vera umiltà, di disponibilità (o devozione) a
Dio. Chi è devoto è disponibile. La Madonna aveva capito da sempre che
nell'amore non si deve cercare solo la propria soddisfazione, o nei
migliori dei casi, il proprio arricchimento, fosse anche quello
spirituale. Esiste anche l'egoismo spirituale, non solo quello
materiale: ci sono delle persone che si arricchiscono spiritualmente e
non danno nulla agli altri; persone che non sono disponibili a far
arrivare la Parola del Signore agli altri: vanno ai "seminari", ai
"deserti", alle settimane di spiritualità.. ma agli altri non sanno dare
nulla. E' cercando il bene della persona amata, è donando a lei che si
cresce: questo la Madonna lo sapeva e lo metteva in pratica. Più si dà
gratuitamente, più si è. Ciascuno di noi cerchi di imitare Maria
nell'atteggiamento che è stato la sua caratteristica di sempre: piena di
grazia. Preghiamo il Signore che questa diventi anche la nostra
caratteristica, se non di sempre almeno dei momenti migliori.
6
dicembre: II° domenica d'Avvento
«Ogni
uomo vedrà la salvezza di Dio!»
“Preparate la via del
Signore, raddrizzate i suoi sentieri” … è il messaggio di oggi, è ciò
che Giovanni predicava in tutta la regione del Giordano, quel Giovanni
che balzò di gioia nel ventre di Elisabetta quando Gesù per la prima
volta gli si avvicinò, “…benedetto il frutto del tuo grembo” esclamò
Elisabetta; proprio Giovanni glielo aveva annunciato, dal suo grembo
aveva percepito la presenza di Dio, aveva avvertito l’arrivo del suo
Dio, quel Giovanni che Zaccaria stesso definirà profeta dell’Altissimo…
“andrai innanzi al Signore a preparargli le strade…”. E’ questo il
cantico di Zaccaria, proferito appena si sciolse la sua lingua, per dare
al mondo un messaggio di speranza, per testimoniare ai presenti l’opera
che il Signore andava compiendo… “verrà a visitarci dall’alto un sole
che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra
della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace”! E oggi
Giovanni viene ad annunciarci che il Signore è vicino, che la sua gloria
sta per manifestarsi. Ci chiede di preparare il nostro cuore, di
predisporci all’incontro, di meditare sulla nostra vita perché il
Signore verrà per salvarla, verrà per colmare quel vuoto che spesso
avvertiamo dentro di noi…quel burrone, quel vuoto sarà riempito, l’Amore
di Dio abiterà ogni spazio lasciato vuoto dai tanti silenzi che la
morte, il dolore, l’abbandono, il distacco ci lascia dentro; l’Amore di
Dio ci aiuterà a scalare i monti delle nostre difficoltà, quelle che
faticosamente cerchiamo di affrontare quotidianamente con le nostre sole
forze, il Signore renderà meno dura la salita, ci sorreggerà nello
sforzo di sfidare quei limiti che noi stessi poniamo alle nostre
capacità; l’Amore di Dio ci accompagnerà lungo le strade tortuose e
impervie che dovremo percorrere, saranno per noi strade dritte e
spianate perché avremo la possibilità di sorreggerci sul Suo braccio,
avremo un grande compagno di viaggio che mai ci permetterà di posare un
piede in un posto se Lui stesso non l’abbia già testato. Spesso in
questo tempo dimentichiamo che quel tenero bambino che stiamo per
incontrare è lo stesso uomo che ci fissa dalla Croce, quell’uomo con le
braccia aperte sul mondo che ha desiderato più di ogni altra cosa di
donare tutto se stesso per amore dell’uomo, per amor mio e per amor tuo!
Quell’uomo oggi ti chiede di non riflettere sulla morte, ma sulla vita,
la tua vita… quella vita che Lui ha amato più della sua e che oggi forse
ha bisogno di essere presa in pugno, illuminata da una luce nuova, amata
dall’amore di un Dio che sceglie di essere come te e di donarsi
completamente a te. “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” dice Giovanni,
è questo il grande annuncio, la buona notizia che quest’uomo che ha
incontrato Dio nel suo deserto personale, porta al mondo, grida per le
strade del suo mondo. L’eco arriva anche da noi, è questo il tempo del
nostro deserto, il tempo in cui nel silenzio e nella preghiera possiamo
incamminarci incontro al Signore che viene…lungo il cammino
rifletteremo, lungo il cammino ripercorreremo la nostra storia
personale, ci sembrerà difficile, avvertiremo il peso di sentirci soli,
senza un evidente sostegno ma al termine della strada scopriremo che
Qualcuno ha camminato accanto a noi, che Qualcuno ha osservato ogni
nostro passo e ci ha tenuti per mano perché il Signore è già venuto, il
Signore ci ha già scelti, il Signore, dalla mangiatoia alla croce, non
ha mai distolto lo sguardo dal nostro cuore.
29
Novembre: 1° domenica d'Avvento
«Vegliate
in ogni momento»
Sono queste le ultime
parole di Gesù prima dell’inizio della sua Passione, si rivolge ai
discepoli, li ammaestra, li ammonisce. Le ritroviamo oggi all’inizio di
questo tempo per noi così prezioso, così importante: è il tempo
dell’avvento, è un tempo di preparazione, è il tempo dell’attesa di Gesù
che viene incontro all’uomo, di un Dio che diventa uomo, dell’Emmanuel
che viene per far brillare la nostra vita, per portare la verità nella
nostra storia. L’evangelista descrive il momento del ritorno di Gesù con
immagini forti, sconvolgenti. Ci parla di segni nel cielo, di mare in
tempesta, di angoscia di popoli, di gente che muore per la paura, per
l’attesa di ciò che sarà…mi piace pensare al cuore dell’uomo: ci vedo lo
stesso sconvolgimento, lo stesso fragore, la stessa paura quando questo
cuore diventa accogliente, quando questo cuore si prepara ad ospitare
Cristo, inizia ad assaporare la presenza di Cristo: tutto si sconvolge,
tutta la vita, ciò che è stato, ciò che si è vissuto, inizia ad essere
visto con occhi diversi…le dissipazioni, le ubriachezze, gli affanni
vissuti e tutto ciò che sembrava di aver imparato da essi diventano un
peso, diventano un fardello troppo pesante. Siamo davanti all’Amore,
Gesù è “l’amore che nasce nel cuore di un uomo”, e davanti a Lui tutto
ciò che di sbagliato abbiamo vissuto ci fa paura, ci fa sentire tutta la
nostra povertà, i nostri limiti. Ma Gesù non viene per umiliarci, Gesù
non viene per appesantirci, viene per liberarci dalle nostre paure,
viene per salvare la nostra vita. L’amore non condanna, l’amore non
accusa, l’amore non mortifica…l’amore comprende, l’amore sana, l’amore
si prende cura, l’amore sostiene, rafforza, valorizza, l’amore
libera….ti libera dall’uomo che ti ha tenuto imprigionato, ti libera
dal peccato che ti ha convinto di essere bastante a te stesso, di non
essere importante per gli altri, di non essere scelto per la felicità,
per una vita piena…l’Amore ti ridona te stesso, per come Lui stesso da
sempre ti ha pensato! E’ questo il tempo, è questa l’ora di aprirsi
all’Amore…se nel cuore, nella mente avverti una speranza, senti che
Cristo può venire anche per te, senti che Gesù sta posando il suo
sguardo sulla tua vita allora non fermarti, allora ascolta la tua voce
interiore, nel silenzio, nella preghiera… giorno dopo giorno il Signore
verrà a trovarti e non ti chiederà “perché”, a Lui non interessa, lo
conosce già, ma verrà per ascoltarti, verrà per sentire la tua vita,
verrà per amare anche la tua storia. Se il tuo cuore andrà in subbuglio,
tu non aver paura, tu non spaventarti perché Gesù calmerà quella
tempesta, Gesù porterà il sereno, parlerà al tuo cuore.
“Non abbiate paura,
aprite, anzi spalancate le porte a Cristo. Non abbiate paura. Cristo sa
cosa è dentro l’uomo, solo Lui lo sa. Permettetegli quindi, vi prego, vi
imploro con umiltà e fiducia, di parlare all’uomo. Solo Lui ha parole di
vita, di vita eterna!”
Giovanni Paolo II
22
Novembre: Cristo Re dell'Universo
«Sei
tu il re dei Giudei?...
Tu lo dici: io sono re»
- Osservo i movimenti di
Pilato, mi faccio attento ai verbi che il Vangelo riferisce a lui, fin
dal primo versetto e lo seguo, perché in questo momento è lui la guida
verso Gesù, è lui che apre la strada per raggiungere il mio maestro, il
mio re. "Entra di nuovo", "chiama Gesù", "parla con Gesù". Il suo corpo,
la sua mente, le sue parole sono rivolti a Gesù, alla ricerca di Gesù,
al desiderio di un contatto con Gesù, anche se lui non è consapevole. Se
penso alla mia vita, devo ammettere che non sempre sono disposto a tutto
questo, che molte volte mi è difficile partire, uscire, entrare,
domandare, chiamare, stare in dialogo con il Signore. Perché non faccio
mia questa realtà, questa grazia, perché non entro anch'io nel pretorio,
in questa piazza troppo quotidiana, forse, troppo squallida e inquinata,
impura? Perché non vendo tutto e vado anch'io, così, dietro a Gesù?
- Le parole che Gesù
rivolge a Pilato sono molto forti, colpiscono subito al cuore, vanno al
centro: "parli da te o parli con parole di altri?"; sembra quasi che mi
chieda: "Sei proprio tu che mi cerchi, che mi conosci e mi ami?" Il
Signore desidera un rapporto personale con me, vuole incontrarmi in
profondità, là dove nessun altro mai potrà arrivare; mi aspetta per uno
scambio d'amore reciproco, faccia a faccia, cuore a cuore; Lui non
sopporta le lontananze, le nebbie, le indifferenze. Dice infatti: "Noi
verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14, 23) e: "Ti
fidanzerò a me nella fedeltà" (Os 2, 22), "farò con te un'alleanza
eterna" (Ez 16, 60). Quando sono con Lui, quando rimango nel suo
abbraccio, nella sua parola, io parlo da me, parlo con il mio cuore, con
la mia esperienza, o parlo sempre con parole di altri, con l'esperienza
sentita da altri? Sono capace di entrare o di lasciarmi attirare in un
rapporto vero, intenso, vitale, con il Signore? E se ho paura di
questo, perché? Cosa c'è che mi separa da Lui, che mi tiene a distanza?
- "Consegnato" è una
delle parole più forti e sconvolgenti di questo brano e di tutto il
Vangelo. Gesù si rivela a me anche come il consegnato, l'offerto, il
donato e vive questa realtà in tutta la sua pienezza; incarna in sé
questa parola divina per trasfigurarla, per renderla positiva anche per
me. Consegnarsi al Padre e quindi a tutto ciò che Egli dispone nella
nostra vita, non è perdersi, ma trovarsi, riconquistarsi, per Lui,
giorno dopo giorno. Capisco tutto questo guardando a Gesù e seguendolo
lungo le pagine della Scrittura. Mi soffermo su questa parola e cerco di
mangiarla, di ruminarla e trattenerla nel mio cuore, mettendola a
confronto con la mia vita, coi miei comportamenti di ogni giorno. Vedo
che è un cammino lungo da percorrere, è una conversione, un cambiamento
di rotta. Decido, in questo istante, dentro la grazia della Parola del
Signore, di voltarmi indietro e di andare da Lui così, consegnandomi al
suo amore, al suo abbraccio benedicente.
- Per tre volte Gesù ripete che il suo regno "non è di questo mondo",
invitandomi, così, con forza a passare in un'altra realtà. Ancora una
volta Lui mi sconvolge, proponendomi un altro mondo, un altro regno, un
altro potere. E' il regno dei cieli, ormai vicino, per il quale occorre
convertirsi (Mt 4, 17); è il regno del Padre (Mt 6, 10); è un regno dove
non ci sono scandali, inciampi gettati ai fratelli da fratelli, né
iniquità (Mt 13, 41); dove il più grande è il più piccolo (Mt 18, 4);
dove entra chi è povero (Mt 19, 23). Per vederlo e per entrare in esso
occorre farsi nuovi, rinascere dall'alto, dall'acqua e dallo Spirito (Gv
3, 3-5); occorre aspettarlo, conquistarlo, acquistarlo a prezzo di ogni
altra ricchezza. E' un regno senza violenza, senza potere. E' diverso:
il regno di Dio è totalmente nella luce, nella pace, nella dolcezza e
nella vita, perché è "oltre", è "al di là" di ciò che appare e si può
costatare come realtà mondana. E', infine, il regno della mitezza e
dell'amore, che giunge fino alla croce, come mi insegna Gesù in questi
versetti. Mi vengono incontro altre sue parole, in questo momento: "Non
potete servire due padroni" e sento che non posso appartenere a due
regni; devo scegliere, devo amare l'uno o l'altro, devo camminare su una
strada o su un'altra. Dove andrò? Verso dove decido di muovermi? Quale
regno sto aspettando, con la speranza nel cuore?
- La battuta finale del brano è stupenda: "Ascolta la mia voce". E' Gesù
che parla e che si rivela come buon pastore, che, mentre dà la vita per
le sue pecore, continua ancora, instancabile, a parlare loro con quelle
sue parole d'amore che sono inconfondibili e inimitabili. Chi mai ha
parlato così? Nessuno. "Le mie pecore ascoltano la mia voce" (Gv 10,
27). Io, che corro tutto il giorno per le strade, che sono assorbito da
mille lavori, impegni, incontri, dove volgo le orecchie?, a chi sto
attento?, a chi penso?, chi aspetto, alla sera, quando sono stanco?,
dove mi riposo? Io sono dalla Verità, che è Gesù o da dove prendo
origine? Ogni mattina ricevo vita nuova, ma in realtà, da chi mi lascio
generare?
15
Novembre: XXXIII Domenica T.O.
«
Il cielo e la terra passeranno,
ma le mie parole non passeranno»
Pietro, Giacomo,
Giovanni e Andrea avevano chiesto a Gesù spiegazioni su come riconoscere
il giorno e quali sarebbero stati i segni che avrebbero preannunciato la
distruzione del tempio da Lui appena annunciata: “vedi queste grandi
costruzioni? Non rimarrà pietra su pietra, che non sarà distrutta”!
La risposta di Gesù è quella che sarà chiamata il suo discorso
escatologico, la sua predizione del destino ultimo dell’uomo!
Gesù inizia parlando
dell’inganno di coloro che verranno nel Suo nome, di guerre, di
terremoti, di carestie…. “Ma voi badate a voi stessi!”, esorta;
parla delle difficoltà e dei dolori che i discepoli dovranno soffrire
per causa sua, per testimoniare e proclamare il Vangelo… “non
preoccupatevi di ciò che dovrete dire, ma dite ciò che in quell’ora vi
sarà dato: poiché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo”,
rassicura; parla dell’odio che ci sarà tra uomini dello stesso sangue e
quello che avranno verso i discepoli a causa del Suo nome… “chi avrà
perseverato sino alla fine sarà salvato”, incoraggia!
Parla infine di una
grande tribolazione, sta parlando dell’ultimo giorno, quando “il sole
si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal
cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”… è il
grande giorno, è il momento decisivo, è il giorno degli eletti…
Chi avrà perseverato,
chi avrà annunciato con coraggio, chi avrà combattuto le proprie guerre
personali, chi sarà stato percosso, odiato per causa Sua, chi ha agito
in Suo nome potrà gioire, potrà ammirare la potenza e la gloria del
figlio dell’uomo … verrà per lui, verrà per riunire tutti nel suo regno,
verrà per condurli al cospetto di Dio! … "Ed egli manderà gli angeli
e riunirà i suoi eletti dai quattro venti". E’ una grande speranza,
è la Speranza cristiana, è il seme da cui nasce l’impegno quotidiano, la
perseveranza nel bene, l’esercizio nella carità, l’amore e il rispetto
per i fratelli, il desiderio di donare ogni giorno qualcosa in più di se
stessi per annunciare il Vangelo, per portare l’amore di Dio lì dove Dio
è dimenticato, bestemmiato, trascurato, sostituito dall’odio, dal potere
… dai falsi cristi, dai falsi profeti! Ma Gesù è molto chiaro, questa
non è semplicemente una promessa ma un annuncio, un impegno: “Il
cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”,
afferma! E ci chiede di essere vigili, di scrutare i segni, di percepire
il Suo avvicinarsi, l’avvicinarsi dell’incontro... “Vegliate!”,
ci dirà, per essere pronti all’incontro, per ammirare il Cristo che
viene a condurci dal Padre, per essere degni di stare alla presenza di
Colui che, vinta la morte mediante il sacrificio di se stesso, può oggi
annunciare che ci desidera con Lui, ci vuole nel suo regno per farci
godere pienamente dell’Amore infinito del Padre, per rivelarci e
consegnarci il senso ultimo della nostra vita … “Per questo gioisce
il mio cuore … perché non abbandonerai la mia vita negli inferi …
mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra”.
8
Novembre: XXXII Domenica T.O.
«Vi
gettò due monetine»
Vi gettò due monetine, un soldo!
Signore Gesù chi era quella vedova povera?Chi era quella donna “senza
nome” che venne presso il tesoro? Qual era la sua storia? Cosa la spinse
a fare quel gesto all’apparenza semplice, povero come colei che lo fece
ma ricco, impegnativo, significativo agli occhi tuoi che stavi lì, nel
silenzio ad osservare ognuno? È ancora un povero Gesù che mi parla oggi
di te, è ancora un povero privato non solo delle ricchezze economiche ma
anche dall’affetto dell’amato ad insegnarmi cosa è buono, cosa è gradito
ai tuoi occhi… Non ha un nome, Signore, l’hai privata anche di quello,
non ha un volto, perché tu Signore non ti sei soffermato a descriverlo,
eppure è una donna che oggi mi chiede tanto, interpella la mia fede, mi
chiede quanto grande è oggi la mia disponibilità, la mia capacità di
accogliere te Gesù, di fidarmi di te. Cosa sono oggi per me le due
monetine? Qual è la mia ricchezza più grande di cui faccio fatica a
privarmi? Non si tratta di soldi, Gesù, oggi possediamo tante altre
ricchezze, siamo legati ad atteggiamenti, a persone, al nostro
benessere… le nostre ricchezze possono essere anche i nostri egoismi, il
nostro orgoglio, il legame con persone da cui non vogliamo distaccarci…
ognuno ha le sue ricchezze Gesù, tutto ciò che crediamo faccia la nostra
felicità. Gettarle via…non possiamo accettarlo, Gesù, ci sembra
illogico; ti possiamo trovare tutte le ragioni per cui ci sembra invece
giusto tenerle con noi, conservarle, perseverare in esse! Ma forse
questa vedova oggi mi dice altro, forse oggi, tu Gesù, stai tentando
ancora una volta di farmi andare al di là dell’apparenza di un semplice
gesto e mi vuoi far scavare dentro di me per farmi comprendere in che
modo io possa trovare la vera felicità, la vera gioia! La vedova le
gettò…ma le due monetine caddero in un grande tesoro…non è un dettaglio
Gesù! Era un tesoro di ricchi, di poveri, di peccatori, di giusti …
ognuno ha fatto la sua offerta e quell’offerta non è stata gettata nel
nulla ma è diventata un tesoro! Gesù forse vuoi dirmi proprio questo, la
mia offerta non è un gettar via, la mia privazione non è un liberarmi da
ciò che oggi ritengo possa farmi del bene ma è un mettere nelle tue mani
qualcosa che oggi, pur se contribuisce al mio benessere, “alla mia fame”
mi impedisce di trasformare la mia vita in un tesoro ai tuoi occhi! E
non mi stai chiedendo il superfluo, Gesù, mi chiedi il tutto, mi chiedi
ciò che per me è più importante, ciò che io oggi sento essere
fondamentale per la mia “sopravvivenza”! Gesù è una questione di fede,
Gesù se io non ci riesco è perché forse non mi fido abbastanza, non
riesco ancora a credere che tu possa veramente far brillare la mia vita,
che Tu hai la capacità di trasformare il gesto di un povero in una
ricchezza per molti! Forse il non aver dato il nome a quella vedova, il
non aver descritto il suo volto è perché tu, Gesù, hai un sogno…
vorresti che quel nome fosse il mio nome, quel volto fosse il mio volto,
quelle due monetine il mio tutto…vorresti che io mi spogliassi delle mie
ricchezze per diventare povero, delle mie sicurezze affettive, per
diventare vedovo … vorresti farmi diventare ricco di un tesoro grande,
ricco di Te, solo di Te Gesù!
1°
Novembre: Tutti i santi
«…grande
è la vostra ricompensa nei cieli
»
È un grande dono il
discorso che oggi Gesù fa ai discepoli, è un faro, una via maestra che
conduce direttamente “davanti al trono e davanti all’Agnello”; sono le
indicazioni per la santità, rappresentano quegli atteggiamenti e quelle
impostazioni di vita che identificano i veri Cristiani, coloro
riceveranno una grande ricompensa nei cieli.
Chiunque abbia mai letto
la storia di un Santo si renderà conto che sono proprio questi
atteggiamenti che essi hanno saputo rendere vivi nella loro vita, hanno
saputo attuare ciascuno secondo la specifica volontà del Signore nella
loro storia. Oggi ognuno di noi è invitato a leggere queste
affermazioni, a meditarle, a riflettere sul significato che ciascuna di
esse possiede ed ognuno troverà la risposta, l’ambito di applicazione
perfettamente inquadrato nel proprio cammino.
Credo che in questa
solennità non esista cosa più bella che cogliere questa opportunità per
la nostra vita…ognuno di noi è chiamato alla santità, ad indossare
quella veste bianca, a prendere un ramo di palma tra le mani e a lodare
Dio, ognuno può ricevere quel sigillo che identifica il cristiano
salvato e stare al cospetto di Dio. Oggi ci viene detto come fare, oggi
attraverso le parole di Gesù possiamo conoscere ciò che il Signore
chiede a tutti coloro che desiderano il Paradiso, a coloro che vogliono
vivere per sempre alla presenza del Signore.
Leggendo e rileggendo le
Beatitudini mi accorgo di quanto difficile sia incarnarle, quanto grande
sia ciò che il Signore suggerisce…riflettendo sull’oggi della nostra
vita mi accorgo anche che sempre più persone fanno difficoltà a
comprenderne il senso e addirittura pensare di farlo proprio risulta
essere un’utopia. Il problema è che non ci si crede abbastanza, il
problema è che leggiamo le beatitudini dimenticando ciò che abbiamo nel
cuore, leggiamo un messaggio d’amore con gli occhi di chi non si sente
innamorato, di chi l’amore nel cuore non ce l’ha.
Credo allora che il
segreto dei Santi, ciò che fa della vita di un uomo un percorso di
santità è la sua capacità di amare Dio con tutte le forze, con tutto se
stesso. Se riusciamo a desiderare che cresca dentro di noi questo amore
allora qualunque cosa oggi ci sembrerà “un troppo” per noi, diventerà
“un troppo poco”, sentiremo che non riusciremo a fare a meno di
combattere con noi stessi per riuscire ad incarnare ciò che oggi vediamo
scritto nelle beatitudini … la povertà di spirito, la sofferenza, la
mitezza, il desiderio della giustizia, l’essere misericordiosi, la
purezza di cuore, l’operare la pace, il sopportare con coerenza le
persecuzioni nel nome del Signore non possono che appartenere ad un
cuore che prima di ogni cosa ama!
L’amore per Gesù è il
principio di ogni nostro desiderio per il regno dei cieli, senza l’amore
non possiamo desiderare di essere Amati, di vivere alla presenza
dell’Amato, di vederLo, di esserene consolati…. È questo che ci spinge a
migliorare la nostra vita, ad “assomigliare” sempre di più al beato che
oggi Gesù ci presenta come modello di vita, è questo che dà al beato
quell’alito di vita che gli permette di abitare in noi. Non apriamo
allora questo testo se prima non abbiamo scoperto quanto grande sia il
nostro desiderio di amare Dio, e non pretendiamo di amare Dio se prima
non prendiamo coscienza di quanto Lui stesso ci abbia amati e continua
ad amarci in tutto ciò che facciamo e per tutto ciò che abbiamo nel
cuore. Riprendiamo allora tra le mani la sua Croce, meditiamo le
sofferenze e l’amore con cui Gesù ha vissuto gli ultimi momenti della
sua vita e scopriremo Chi è colui che oggi ci vuole Beati… “sono
realmente figlio di Dio!”, esclameremo, sarà il nostro inizio, sarà il
primo passo verso la santità!
25 ottobre XXX Domenica T.O.
«Che cosa vuoi che io faccia per te?»
Bartimèo e Gesù: un
cieco e un Rabbunì che si incontrano lungo la strada… l’uno, cieco,
mendica, l’altro, un maestro, è diretto verso Gerusalemme, va incontro
alla sua Passione e alla sua Morte. Quante cose il cieco non sa di Gesù…
ne ha sentito parlare, lo aspettava lungo quella strada chissà da quanto
tempo, ma non ha la possibilità di vederlo in volto, di scrutare i suoi
gesti, non ha la possibilità di incrociare il suo sguardo, di guardarlo
negli occhi, forse ha paura che Gesù vada via insieme alla folla senza
che si accorga di lui, ma nonostante questo sa che Gesù solo può
cambiargli la vita, lo avverte; sente che quella è la sua occasione per
guarire da ciò che lo rende diverso dagli altri, da ciò che gli
impedisce di guardare il mondo, di percepirlo in modo diverso. E allora
comincia a gridare, malgrado i rimproveri grida ancora più forte!
Immagino le strade attraversate da Gesù che si riempiono della voce di
Bartimèo, urla come un forsennato per farsi sentire, certamente lui non
può accorgersi di ciò che gli accade intorno ma nel dubbio urla, nel
dubbio chiama disperatamente Gesù!
Questa è la fede di
Bartimèo, questa la forza nascosta nel suo dolore di essere cieco che
gli permette di credere in Qualcuno, che fa crescere nel suo cuore la
fiducia in Gesù. Getta via il mantello, balza in piedi perché ha
fretta…lascia i suoi spiccioli senza curarsi di nulla e corre verso
Colui che l’ha chiamato, verso la salvezza. È bastato questo, Gesù gli
fa solo una domanda: “cosa vuoi che io faccia per te”, non gli chiede
cosa ha combinato nella sua vita, non lo rimprovera di nulla, non gli
chiede quanto ha amato, ma solo cosa desidera da lui…e lo salva! Gesù in
quel grido ha sentito oltre, dietro quelle parole urlate ha percepito
una fede viva, fervida di un uomo che ha saputo attendere il passaggio
di Gesù, pazientemente e al suo arrivo non ha aspettato che Gesù si
accorgesse di Lui, ma l’ha chiamato, si è fatto sentire, l’ha implorato:
“Abbi pietà di me!”.
È questa la meraviglia,
Gesù vede proprio questo nel cuore delle persone…spesso urliamo, stiamo
male, desideriamo una vita diversa, una vita nuova e facciamo anche
finta di pregare, di chiedere a Gesù di salvarci ma la realtà è che
fingiamo, la realtà è che siamo più ciechi di Bartimèo perché non ci
rendiamo conto di quando Gesù sta passando nella nostra vita! Eppure Lui
passa, Lui attraversa anche la nostra storia ma noi non lo sentiamo, non
percepiamo nel nostro cuore che con Gesù abbiamo una grande possibilità,
insieme a Gesù possiamo veramente trasformare il nostro cammino.
Dobbiamo imparare a vedere come un cieco, a vedere le nostre povertà con
gli occhi di chi non può vedere altro che se stesso, il suo cuore perché
è quello che Gesù osserva, è quello che Gesù ama, è quello che Gesù
salva! E impariamo a gridare a squarciagola perché Gesù potrebbe passare
proprio oggi, forse ora e se tu griderai forte certamente ti chiamerà
per salvarti, per dirti vai incontro al mondo con un cuore nuovo, un
cuore consapevole dell’amore di Dio…non temere di disturbarlo, non
temere di rubargli del tempo perché Lui intanto va, non si ferma,
continua il suo viaggio nella storia, verso le Gerusalemme che
quotidianamente lo attendono per farlo morire ancora una volta, morire
d’amore!
17 ottobre XXIX Domenica T.O.
“
il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per
farsi servire,
ma per servire e dare la propria vita in
riscatto per molti”
Gesù ha
appena annunciato per la terza volta la sua passione "...il Figlio
dell'uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo
condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli
sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre
giorni risusciterà" ma a quanto sembra non è bastato questo nuovo
annuncio per far comprendere ai discepoli il senso della sua "missione"
nel mondo, il senso della sua morte in croce. Giacomo e Giovanni fanno
una richiesta insensata, inopportuna: vogliono sedere accanto a Gesù nel
Regno di Dio! E non lo chiedono anche per gli altri... lo chiedono solo
per se stessi tanto da suscitare l'indignazione di tutti gli altri
discepoli, segno che il desiderio di primeggiare, di essere degli eletti
abita nel cuore di tutti. Forse è proprio con queste parole di Giacomo e
Giovanni che inizia la Passione di Gesù, forse questi desideri dell'uomo
sono proprio ciò che lo farà soffrire di più, lo porteranno a morire su
un Croce: Croce di un Dio che insegna a bere il calice amaro della
mortificazione, del sacrificio totale di sè solo per amore dell'uomo.
Chi
potrà sedere alla destra di Gesù, nella sua gloria? Gesù provoca e in un
certo senso risponde....: coloro che possono bere il calice che Lui beve
e essere battezzati nel battesimo in cui Lui è battezzato...! E i due
discepoli ancora non capiscono il senso di quest'espressione, troppo
accecati dai desideri di essere grandi, di essere primi e rispondono che
loro possono farlo! Ma loro non possono realmente farlo, non possono
perchè in loro non abita ancora il vero senso del servizio, quello che
presto Gesù spiegherà a tutti i dodici: il Figlio dell'uomo non è
venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in
riscatto per molti!
-
Il
battesimo di Gesù fu un battesimo per mano di un uomo, Giovanni
Battista, che predicava un battesimo di conversione per il perdono dei
peccati e Gesù, sebbene senza peccato, si sottomise al battesimo per
obbedienza, perchè quel battesimo era voluto da Dio, istituito da Dio e,
aggiungerei, per umiltà; San Paolo nella lettera ai Filippesi scriverà:
"Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il
quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la
sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione
di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò
se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce".
Gesù umiliò se stesso, Gesù voleva essere in tutto simile agli
uomini, pur essendo Dio! Qui invece i due discepoli vogliono prendere il
posto di un Dio, desiderano decidere quale posto occuperanno nel
Regno...nella loro domanda è insita la loro mancanza di umiltà, la loro
diversità con Gesù.
- Poco
prima di morire un soldato grida a Gesù: "se tu sei Figlio di Dio,
scendi dalla Croce!", ma Gesù vi resta, Gesù, Figlio di Dio, vuole
bere interamente il suo calice per obbedienza, per amore, fino in fondo,
anche nella sofferenza più cruda della crocifissione, malgrado gli
insulti, le provocazioni degli uomini per i quali lui stava per morire,
non si sottrae, ma si abbandona alla volontà di Dio, consegnandosi
totalmente nelle sue mani. I suoi discepoli invece lo abbandoneranno, i
suoi discepoli davanti all'orrore della sua morte violenta lo
rinnegheranno, non saranno con Lui fino alla fine.
In
questi piccoli esempi c'è la coerenza di Gesù e la fragilità dei
discepoli, la debolezza umana...questo ci fa sentire male, ci sentiamo
piccoli davanti ad un mistero così grande, davanti ad una vita che
continua a parlare ancora oggi, che ci spinge ad essere migliori. La
nostra vita appare povera, insensata, i nostri comportamenti incoerenti,
a volte stupidi, pieni di egoismo. Ma Gesù è divenuto uomo per ciascuno
di noi, Dio è Padre perchè ama ciò che siamo, con le nostre debolezze, i
nostri limiti, il nostro cuore. Gesù non si stanca, Gesù anche oggi ci
chiama a sè, affettuosamente, pronto per insegnarci ancora una volta
qual'è la nostra missione, quale senso può avere la nostra vita se
vissuta nel servizio verso tutti, indistintamente...è questo che ci
rende grandi agli occhi di Dio, questa dovrebbe essere la nostra unica
preoccupazione. Il resto lo farà Dio, il resto sarà Dio a
deciderlo....immagino che accanto a Lui non ci siano solo due posti ma
tanti, tantissimi: i nostri e di tutti quelli cui avremo portato anche
una piccola briciola del suo amore!
11 ottobre XXVIII Domenica T.O.
“Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri,
e avrai un tesoro in cielo”
“La
parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio
taglio;
essa
penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle
giunture e alle midolla,
e
discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.
Non vi è
creatura che possa nascondersi davanti a Dio,
ma tutto
è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere
conto”.
È il
brano della seconda lettura di oggi, è tratto dalla lettera di San Paolo
Apostolo agli Ebrei e interpreta pienamente i sentimenti di quel “tale”
che corse incontro a Gesù e gli si gettò in ginocchio….quel tale che
attendeva il passaggio di Gesù, attendeva di incontrarlo, di guardarlo
negli occhi.
Aveva una
domanda, qualcosa che lavorava dentro di lui, scavava nel profondo di
un’anima che ama Dio, che quotidianamente osserva i comandamenti,
che nella
propria vita sta cercando con tutte le proprie forze di farci entrare
Dio.
Eppure a
quest’anima manca qualcosa, quel tale voleva altro, quel tale sentiva un
gran desiderio nascosto dentro di lui cui non sapeva neanche dargli un
nome…
l’ha
chiamato vita eterna, ma si potrebbe chiamare abitare per sempre alla
presenza del Signore,
vivere
consapevoli dell’amore di Dio, sentire l’appartenenza a quell’Amore che
lo sta divorando dentro…
si avverte
nella sua corsa, si avverte nel suo prostrarsi davanti a Gesù, in
ginocchio, nella fretta con cui pone la domanda! Vuole sapere cosa deve
fare … che altro deve fare!
Gesù
avverte tutto questo, lo fissa, mette il suo sguardo nel suo e lo ama!
Si, lo ama di un amore tutto particolare, Gesù capisce cosa c’è in quel
tale, Gesù ricambia col suo sguardo ciò che fin dalla giovinezza vive
come un fuoco che consuma in quel cuore che non trova consolazione, che
non sa più cosa fare.
Lo ama! Ed
ecco che la parola di Dio diventa come spada, tagliente…penetra
nell’anima … discerne i sentimenti e i pensieri del cuore! “Và, vendi
quello che hai e dallo ai poveri…e vieni, seguimi!”.
È la
richiesta più difficile che poteva fare Gesù a quel tale, è per lui il
sacrificio più grande che sente rivolgersi per avere la vita eterna. Si
fece scuro in volto, si rattrista. Possedeva molti beni e Gesù gli sta
chiedendo di rinunciarvi, di darlo ai poveri, di venderli.
Dov’è la
difficoltà, qual è il motivo di tanta tristezza, come mai tutta
quell’agitazione, quell’euforia tutto d’un colpo si spegne, muore?
“Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, tutto è nudo e
scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto”! è
questo il motivo! Gesù in quello sguardo ha compreso cosa mancava a
quell’uomo, ha compreso quanto il suo desiderio di avere la vita eterna,
la sua offerta quotidiana al Signore nell’osservare i comandamenti, il
suo desiderio di piacere a Dio fosse incatenato a qualcosa che non lo
lasciava libero, che non gli permetteva di amare liberamente il Signore,
di
seguirlo! Le sue catene erano i suoi beni, il suo attaccamento alla
ricchezza!
L’osservanza dei comandamenti, la fedeltà alla parola di Dio non bastano
a colmare la sete dell’Amore di Dio, il desiderio del cuore di chi ama
il Signore! Gesù lo sa e per quanto complesso sia lasciare tutto,
liberarsi dalle catene delle nostre ricchezze materiali, umane chiede di
farlo, chiede di lasciare tutto, qualunque cosa possa impedire di
seguire Gesù, di andare incontro alla vita eterna!
E’ una
scelta tanto difficile quanto necessaria se si vuole cancellare quel
turbamento,
vincere
quella tristezza, spezzare quelle catene perché è l’unico modo per fare
un’offerta totale di sé,
per dire al
Signore con la propria vita che non c’è nulla cui non si è disposti a
rinunciare pur di stare alla presenza di Dio, è un riconoscere per se
stessi che Dio solo basta!
Allora Gesù
parla di casa, fratelli, sorelle, madre, padre, figli, campi … sono le
nostre ricchezze,
a volte
possono rappresentare le nostre catene, i nostri vincoli, ciò che ci
tiene separati da Dio;
scegliere
di lasciare gli affetti, la propria casa, il proprio lavoro per seguire
il Signore o semplicemente compiere delle scelte da cristiano che ci
mettono contro i nostri affetti ci sembra illogico, contro i nostri
sentimenti, è qualcosa che ci divide dentro, che ci fa sentire in colpa,
sembra che le nostre scelte possano nuocere a chi ci vive accanto, a chi
ci ha sempre amati … e ciò fa soffrire, lacera il cuore.
Ma Gesù è
chiaro, Gesù non chiede qualcosa senza dare a ciascuno la forza e la
speranza di riuscire in ciò che sta chiedendo: «Impossibile agli
uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
E’ questa
la speranza, è questo ciò che deve guidare chi sceglie per il Signore,
chi compie un’offerta totale di sé, chi in Dio ripone tutta la propria
ricchezza! È questa la ricchezza più grande di un cristiano: la
consapevolezza che il Signore saprà trasformare ogni cosa, che anche ciò
che noi riteniamo impossibile può diventare in Dio possibilità, futuro,
certezza…già ora, in questo tempo!
27 settembre: XXVI Domenica T.O.
«Chi
non è contro di noi è per noi»
Lo scenario del Vangelo di oggi è lo stesso della
settimana scorsa: Gesù sta attraversando la Galilea e, lungo la strada,
istruisce i suoi discepoli. Sono diretti a Gerusalemme e lì non ci sarà
più tempo per Gesù di parlargli in tal modo, ha bisogno di farlo ora,
lungo il cammino. Attraverseranno molte regioni, tanti villaggi perché
la strada per Gerusalemme sarà molto lunga…troviamo un Gesù
confidenziale e un Gesù che ammonisce, che parla dritto al cuore dei
suoi discepoli. In queste domeniche Gesù entrerà anche nel nostro cuore
e ci insegnerà la strada da percorrere per giungere alla verità che solo
nella Croce troverà la sua dimora, la sua completa rivelazione. Ma
bisogna prepararsi alla Croce per comprendere la verità in essa
nascosta, per riconoscervi inchiodato il Figlio di Dio e con Lui il
mistero racchiuso in questo dono d’amore, in questo gesto per noi di
speranza e insieme di salvezza.
Gesù oggi ci parla di una grande famiglia, una
famiglia allargata: è la famiglia riunita in Suo nome. Nessuno deve
impedire che altri possano essere membri eletti di questa famiglia,
l’atteggiamento di Giovanni è lo stesso di tante persone che guardano
con occhi sospetti chi opera nel nome di Gesù ma senza seguire i suoi
discepoli. Non sono i discepoli a rendere possibile di operare nel nome
di Dio, ma è Dio stesso a farlo e chi opera nel nome di Dio è nella
verità, la sua opera porta frutto perché da Dio desiderata e da Dio
concessa. Non glielo impedite dunque, dice Gesù, perché essi, come voi,
operano nel nome di Dio e sono quindi per Dio. Gesù è chiaro, cancella
dalla mente di chi ascolta ogni equivoco: nessuna opera viene dall’uomo…
operare nel nome di Dio significa permettere a Dio di servirsi di noi
per compiere meraviglie: nessun miracolo può essere compiuto nel nome di
Dio da chi è contro Dio, poiché chi è contro Dio non permette a Dio di
abitare in lui e operare attraverso di lui. E chi nel nome di Dio opera
il bene, fosse pure un sol bicchiere d’acqua, è da Dio amato, non
perderà la sua ricompensa!
Poi Gesù diventa duro, improvvisamente sembra
assumere un tono di minaccia…inizia a parlare dello scandalo: “Chi
scandalizzerà uno solo di questi piccoli”, “Se la tua mano ti è motivo
di scandalo”, “se il tuo piede ti è motivo di scandalo”, “se il tuo
occhio ti è motivo di scandalo” … tutto il discorso è sulle
conseguenze del male, su ciò che lo scandalo provoca in chi lo produce.
Sono parole orribili, parole forti, parole che entrano profondamente nel
nostro cuore. Sembrano intimorirci, il nostro Gesù inizia a farci paura!
Ma se guardiamo dentro queste parole ci accorgiamo che sono parole di
giustizia, sono parole che ci fanno paura perché ci ricordano il
dolore…sì, il dolore di chi nella propria vita ha fatto anche
l’esperienza del male, di chi in un modo o in un altro, con le sue
azioni, ha recato del male intorno a sé. Non ci scandalizziamo di
questo, anche i santi nel loro cammino di perfezione e di somiglianza a
Gesù giudicano se stessi dei grandi peccatori e ciascuno di noi ogni
giorno, in tante mancanze può allontanarsi da Dio e cadere in
tentazione. Ci sono poi tante persone che vivono in peccato per periodi
molto lunghi, che hanno per lunghi anni sprecato la loro vita operando
il male per sé e per gli altri….ma le loro storie hanno un valore
inestimabile quando il loro cammino si incrocia con quello di Gesù,
quando il loro cuore incontra l’amore puro, l’amore che brucia, che
riempie la loro vita di un senso nuovo. È nel momento dell’incontro con
Dio che il male operato inizia a pungere, a farsi sentire forte,
doloroso; il guardarsi dentro diventa allora un sacrificio immenso,
sembra di vivere un inferno: è il mettersi faccia a faccia con Dio, è
l’aver preso coscienza che può abitarti dentro un grande amore, che uno
sguardo si è posato su di te e ti ama come mai hai provato prima…allora
tutto si illumina, tutto il buio che attentamente hai tenuto nascosto
viene illuminato dall’amore di Dio. Ma in quel buio c’è anche il tuo
male e allora soffri, ti penti, hai bisogno che il tuo Dio perdoni le
tue scelte sbagliate, ti accolga nella casa dove hai deciso di
ritornare, hai bisogno di pregare per le persone cui hai causato del
male e, come dice Gesù, saresti disposto a tagliarti una mano, a cavarti
un occhio piuttosto che ritornare nel peccato, piuttosto che rivivere
ciò che ti ha fatto e ha fatto soffrire. È per questo che allora Gesù
ammonisce! Lui è lungimirante, conosce il nostro cuore, sa quanto dolore
siamo capaci di farci entrare ma conosce anche la nostra capacità di
amare, il nostro bisogno di ritornare a Lui e vivere del suo amore …e
allora ci vuole salvi, vuole proteggerci da quelle fiamme che non si
estinguono! Ma ha bisogno di te, ha bisogno della tua scelta, ha bisogno
che tu dica di no al peccato, che tu sappia rinunciare al male. E non
può essere la paura che deve guidare la nostra scelta, non la minaccia
che apparentemente si nasconde dietro questo discorso di Gesù…nel nome
di Gesù possiamo operare questo miracolo nella nostra vita, sulla Parola
di Dio possiamo gettare le reti che ci imprigionano ad un’esistenza
senza amore!
20 settembre: XXV Domenica T.O.
«Se
uno vuole essere il primo,
sia l’ultimo di
tutti e il servitore di tutti».»
Gesù
insegna, Gesù oggi cammina accanto ai discepoli, lungo la strada,
lontano da chiunque potesse disturbare un discorso importante che Egli
deve fare ai suoi discepoli,
a coloro
che presto si troveranno soli e increduli di fronte alla dura realtà.
Gesù cerca
di prepararli, prova a raccontargli ciò che accadrà, prova a rivelare il
disegno di Dio sul Figlio dell’uomo…ma Gesù trova i discepoli
impreparati, trova uomini incapaci di comprendere la rivelazione, sordi
al disegno di Dio e timorosi di chiedere spiegazioni, quasi a nascondere
la vergogna di mostrare al Maestro l’incapacità di accettare, nella
propria logica umana, una così crudele realtà: il loro Maestro ucciso
per mano degli uomini! Un Maestro, il Messia, il Figlio di Dio non è
forse destinato ad essere il più grande tra tutti? Come potrà essere
ucciso? Come potrà essere consegnato in mano ai suoi uccisori?
Nella
logica umana, nel cuore dell’uomo la grandezza di un uomo equivale alla
sua potenza, alla sua capacità di essere al di sopra delle forze umane:
il Salvatore dunque non può morire per mano di uomini altrimenti non è
il Salvatore, non è il Figlio di Dio!
Anche sulla
Croce verrà lanciato a Gesù la stessa provocazione: “Se tu sei Figlio di
Dio, scendi dalla Croce!... Ha salvato gli altri, non può salvare se
stesso?”.
Quante
volte, dominati dalla paura, dall’incapacità di accettare il nostro
cammino, dalle difficoltà che incontriamo per realizzare un progetto, un
sogno ci ritroviamo davanti al Signore con animo simile a quello dei
discepoli… il Signore non è poi tanto grande, non è tanto buono con noi,
non può proprio tutto perché noi glielo chiediamo e lui non risponde, lo
imploriamo e Lui sembra non esserci; ci sentiamo trattati ingiustamente
dalla vita, sembra che tanti eventi negativi ci siano accaduti senza che
noi abbiamo fatto nulla per meritarli… noi che sempre abbiamo pregato il
Signore, sempre ci siamo rivolti a Lui con fede sentiamo che la nostra
fede vacilla, sembra che il Dio che abbiamo fatto abitare nel nostro
cuore ci stia tradendo,
ci stia
mostrando un volto duro, un volto mai prima conosciuto.
E forse
dentro di noi inizia a maturare l’idea che il Signore non è onnipotente,
il Signore non può tutto!
Bisogna
giungere a Cafarnao per comprendere!
Se lungo il
cammino ci siamo solo soffermati su chi fosse il più grande, su chi
potesse veramente contare, entrati in casa con Gesù, nell’intimità con
Lui potremo ascoltare una parola importante, potremo raccoglierci e
meditare su ciò che Gesù ci rivela del Figlio dell’uomo: «Se uno vuole
essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» e
ancora, dopo aver abbracciato un bambino: «Chi accoglie uno solo di
questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non
accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
È questa la
logica di Dio, è questa la grande rivelazione che deve scuotere i nostri
cuori,
è questo
ciò che non dovrebbe farci dormire la notte, dovrebbe spronarci
continuamente “sulla strada”
della
nostra vita: essere servitori di tutti, essere gli ultimi!
La morte in
Croce di Gesù è morte di un “ultimo”, è morte di un miserabile! Gesù è
il più grande perché ha saputo mettersi a servizio dell’uomo, Lui che
era Dio ha saputo donare tutto se stesso per l’uomo, la sua morte ce lo
rivela, le sofferenze che ha patito, gli insulti e gli oltraggi ne sono
il segno.
Tutto è
mosso dall’amore, un amore grande, infinito…il servizio non può che
nascere dall’amore, da un amore che non chiede nulla per sé, che non ha
bisogno di sentirsi “importante”, il “più grande” perché il suo unico
interesse è donarsi, è ricercare il bene dell’altro, a qualunque costo,
anche al costo della vita.
E’ questa
la grandezza di Dio, è questo che oggi Gesù cerca di ripeterci, di farci
comprendere…l’accoglienza che ci chiede dei bambini è in fondo
l’accoglienza dell’ingenuità, della purezza, dell’abbandonarsi…ci chiede
di accogliere e fare nostro ciò che nel bambino è così palese, così
chiaro:
il bambino
da solo non può nulla, ha bisogno dei genitori, ha bisogno di amore, ha
bisogno di qualcuno che si prenda cura di lui…se riuscissimo a sentire
la paternità di Dio, saremmo come bambini guidati dall’amore di un Dio
che mai ci abbandona e mai desidera che la nostra vita si perda nel
nulla;
tanti
avvenimenti della nostra vita, tante storie sapremmo allora accoglierle
certi che anche quegli avvenimenti, anche quelle difficoltà hanno un
senso per il nostro cammino che oggi non comprendiamo,
ma che
siamo disposti ad accettare perché sappiamo che nostro Padre le permette
per qualcosa di più grande, per qualcosa che noi oggi non siamo in grado
di comprendere e, come bambini,
ricambieremmo con un sorriso, con un abbraccio che solo in Dio può
trovare consolazione!
13
settembre: XXIV Domenica T.O.
«Chi
perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà»
Gesù è con i suoi discepoli, è in cammino verso Cesarèa di Filippo,
tanti miracoli ha già compiuto Gesù: il cieco di Betsaida, il sordomuto
di Sidone, la ragazzina posseduta da uno spirito immondo nella regione
di Tiro e Sidone, i tanti malati nel paese di Genesaret…Aveva compiuto
le due moltiplicazioni dei pani, aveva dato tanti insegnamenti, aveva
camminato sulle acque…tanti, tanti prodigi! Ora Gesù, lungo la strada,
chiede ai discepoli cosa pensa di lui la gente e soprattutto cosa loro
pensano di lui. Ad una prima lettura sembra che Gesù voglia
semplicemente capire cosa hanno compreso di Lui, che esperienza hanno
fatto di Gesù le persone che hanno assistito a tutti i suoi prodigi, che
gli sono stati vicino in ogni circostanza, le persone che Lui stesso
aveva accuratamente scelto. Pietro sembra non deludere Gesù, sembra che
Pietro abbia capito profondamente chi è Gesù: “Tu sei Cristo”, risponde,
senza esitare, tu sei il messia, l’unto, l’inviato di Dio, il Salvatore.
Questo Pietro pensa di Gesù, questo è ciò che in tutto il tempo è
andato maturando nel suo cuore, questa la convinzione più grande a cui è
giunto quest’uomo, questo discepolo che aveva camminato sulle acque con
Gesù, che l’aveva già riconosciuto come Figlio di Dio! Pietro ha detto a
se stesso chi è la persona che gli cammina accanto, chi è quell’uomo che
gli ha cambiato la vita, che un tempo lo aveva attirato a sé
promettendogli di farlo diventare pescatore di uomini…è un passo
importante per la vita di Pietro perché riconosce la vera natura di
Gesù, riconosce che Gesù è il messia, Gesù è inviato da Dio per la
salvezza del suo popolo. Pietro lungo la strada verso Cesrèa fa ciò che
ogni uomo di fede dovrebbe dire innanzitutto a se stesso: chi è Gesù per
te? Chi è Gesù nella tua vita? Che ruolo dai a Gesù nella tua storia? Se
non sappiamo rispondere a queste domande, se non abbiamo ancora maturato
dentro di noi chi è Gesù per noi non riusciremo a trasformare la nostra
vita, non permetteremo a Dio di entrare pienamente nella nostra storia.
Pietro l’ha compreso, ha riservato uno spazio speciale a Gesù, l’ha
definito il messia, colui che è venuto per cambiare radicalmente la vita
di ogni uomo. È questo che spinge Pietro a seguire Gesù, è questo che dà
la forza ai discepoli di andare incontro ad ogni pericolo insieme a
Gesù, di testimoniarlo in ogni dove. Ed è questa convinzione, maturata
nel nostro cuore, che potrebbe permetterci di fare il grande salto di
qualità, di dare un sapore diverso a tutto ciò che facciamo, a tutto ciò
che viviamo quotidianamente perché, con questa convinzione nel cuore,
non riusciremmo a non portare Gesù in ogni nostro gesto, non riusciremmo
a contenere la gioia di aver scoperto chi può donarci veramente il senso
della nostra esistenza.
Gesù però non si ferma a questa domanda, sa che Pietro, come ogni uomo,
deve fare ancora un passaggio, deve ancora comprendere veramente cosa
significa seguire Gesù, cosa significa far entrare Gesù nella propria
vita, cosa comporta dire a sé stessi che Gesù è il Cristo: parla per la
prima volta della Passione, delle sofferenze che dovrà patire, del
rifiuto dagli uomini, della morte! E Pietro non comprende, Pietro lo
rimprovera, in disparte, nel segreto…è anche il nostro atteggiamento, è
il nostro modo di fare quando incontriamo le difficoltà, rimproveriamo
Gesù, nel silenzio del nostro cuore, non accettiamo ciò che riteniamo
illogico, ciò che non riteniamo di dover vivere, di dover patire. Ma
questa è la logica di Dio: «Se qualcuno vuol venire dietro a me,
rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole
salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per
causa mia e del Vangelo, la salverà». È una promessa di salvezza, è
un mistero che il cuore dell’uomo non può comprendere se prima non ha
incontrato l’amore di Dio, se prima non ha veramente detto a se stesso:
Gesù è per me il Cristo! Rinnegare se stesso è in fondo questo:
rinunciare alle proprie logiche, fidarsi, lasciarsi andare, dire di no a
tutto ciò che ci impedisce di seguire Gesù; perdere la propria vita
significa donarla a chi intende trasformarla, salvarla, è un dire si ad
un amore più grande che non segue logiche terrene…è Dio che l’ha donata
per primo, è Dio che coraggiosamente si avvia sul calvario, è Dio che
allontana da sé chi gli vuole impedire di donarsi! La Croce di Gesù e la
nostra diventano allora per noi strumento, diventano per noi mezzo di
salvezza, la strada che ci porta a Dio!
6
settembre: XXIII Domenica T.O.
«Effatà»
Oggi un sordomuto incontra Gesù,
viene portato da Gesù…è una persona con una grave infermità:
i suoi orecchi non odono né
suoni, né rumori e la sua bocca non emette alcun suono comprensibile a chi
gli vive accanto.
Qualcuno ha compassione di
lui e lo porta da Gesù convinto che Lui solo può liberarlo da questo male.
Queste
persone si rendono conto di quanto sia difficile vivere senza avere la
possibilità di ascoltare ciò che ci accade intorno e quella di poter
esprimersi, quella di farsi comprendere dalle persone che ci circondano. Se
riflettiamo su queste infermità ci rendiamo conto che esse agiscono su
qualcosa che è molto importante per le persone: la comunicazione.
Certo
esistono tanti modi per comunicare, anche un gesto, un atteggiamento del
corpo permette di comunicare, mediante gli altri organi di senso riusciamo
comunque in parte a comprendere e a farci comprendere da chi ci circonda. Ma
l’ascolto e la possibilità di parlare permettono a ciascuno di noi di
esprimersi e di comprendere pienamente noi stessi e gli altri.
Mi chiedo
se esistono degli atteggiamenti nelle persone che possono rispecchiare la
condizione del sordomuto pur non avendo nel proprio corpo questo problema…
credo di si, credo che ci siano tante situazioni in cui ciascuno di noi
soffre della stessa infermità pur non essendone cosciente.
Ci capita
spesso di incontrare persone chiuse in se stesse, persone che hanno fatto
della propria vita un fatto privato, chiuso al mondo; persone che non
permettono a nessuno di potergli parlare e che con nessuno riescono a
comunicare il proprio vivere, le proprie difficoltà, le proprie gioie…tutte
quelle persone che vivono una realtà che non si apre agli altri, chiusa in
se stessa; persone che non godono, pur avendone la possibilità, del
confronto, dell’ascoltare qualcuno che ha qualcosa da dire alla propria
vita.
E ci sono
anche persone che fingono di essere completamente nel mondo, che hanno delle
ottime relazioni e grandi doti di comunicazione ma stanno semplicemente
sprecando l’opportunità che il Signore ci ha dato di sfruttare questi doni
perché parlano della propria vita ma non parlano di sé, ascoltano ciò che
accade intorno a sé ma non sentono che Qualcuno sta parlando proprio a loro.
E’ come
una grande discoteca in cui c’è musica alta, molto alta perché tutti devono
sentire, tutti devono emozionarsi, devono farla vibrare nel proprio corpo ma
quella musica è troppo alta, ti distrae da te stesso, non ti permette di
comunicare. In quella musica spesso esci fuori da te stesso, sembra che sia
talmente alta da superare la voce interiore che parla di quello che sei
veramente, sembra che ascoltando quella musica riesci a dimenticare
qualunque cosa hai nella testa…è l’atteggiamento di chi vuole evadere da sé,
non vuole comunicare agli altri ciò che veramente è, cercando un posto dove
c’è confusione, dove tante cose possono distrarti. Anche in questo
diventiamo come il sordomuto.
È la
paura, è il timore di affrontare il proprio io, di scendere dentro le
proprie ferite e i propri limiti; ci chiudiamo come un riccio rifugiandoci
nel nostro piccolo mondo in cui nessuno può entrare, dove non è necessario
dire chi siamo né ascoltare che qualcuno ce lo dica.
Ma arriva
il momento in cui Gesù ci chiama in disparte, in cui qualcuno ti vuole
portare fuori dalla confusione, fuori dalla folla rumorosa che tu non hai
neanche la capacità di ascoltare; arriva il momento in cui Qualcuno vuole
guarirti e farti sentire ciò che realmente hai bisogno di sentire e vuole
ascoltare ciò che urgentemente tu hai bisogno di comunicare. Al Signore
basta toccare i tuoi orecchi e bagnare con la sua saliva la tua bocca, Lui
alza gli occhi al cielo e chiede a Dio Padre di darti questa possibilità:
Apriti! grida, Apriti e sarai guarito, apriti al tuo Dio e potrai essere te
stesso, potrai godere dei doni che ti sono stati dati. Il Signore chiede
questo per te, di non restare chiuso, di non essere ripiegato su te stesso
altrimenti la tua vita perderà di sapore, perderà di musicalità. Il suo è un
grido d’amore per te che vale la pena di ascoltare è un imperativo che se tu
riesci a fare proprio vedrai che tutto intorno a te avrà un suono diverso,
avrà un gusto e un sapore nuovo!
Allora
Effatà sia la parola che oggi noi ascolteremo con maggiore attenzione e
mediteremo come parola pronunciata per noi, per ciò che di oscuro e doloroso
abbiamo rinchiuso nel nostro cuore! Abbiamo il coraggio di portarlo a Gesù
che, in disparte, lo guarirà!
30 agosto: XXII Domenica T.O.
“Questo
popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me.”
Proviamo a passare in rassegna le tre accuse che
Gesù muove contro lo spirito farisaico:
il formalismo, il legalismo, il moralismo.
Il formalismo consiste nel dare la precedenza alla forma più che
alla sostanza, all’esterno più che all’interno. Questo capita anche a
noi quando ci preoccupiamo più della bellezza fisica che dell’onestà
etica, più dell’inquinamento atmosferico che di quello morale, più
dell’igiene del corpo che di quella dell’anima; quando ci diamo pensiero
piuttosto di essere “belli fuori” anziché “puliti dentro”. Così, viene
da chiedersi: è giusto indignarsi per la pedofilia, per la violenza
sessuale contro le donne, ma poi, in nome di una malintesa libertà di
espressione, approvare e magari, guardandola, far salire l’audience
di certa TV spazzatura?
Il legalismo porta a preferire la legge allo spirito, a porre la
norma al di sopra del valore, ma anche qui Gesù si è pronunciato con
linguaggio tagliente: il sabato è per l’uomo, non l’uomo per il sabato.
Cristo non abolisce la legge, ma va oltre; non si
accontenta delle apparenze, ma scende in profondità: guarda al cuore.
Una religiosità di tipo farisaico si presta ad essere misurata in
termini di “meriti”, ossia di crediti da rinfacciare a Dio. Ma si può
pesare e calcolare solo ciò che appare all’esterno. Il legalismo può
tutt’al più produrre una osservanza non una obbedienza, una pratica non
un amore; al limite il legalismo può esprimere delle belle parole, che
rassomigliano però tanto alle perle delle annunciatrici della TV:
luccicano, certo, ma sono false. Merita di essere ricordato il giudizio
inesorabile dell’ex-fariseo Saulo di Tarso: “Non avete più nulla a che
fare con Cristo, voi che cercate la giustificazione nella legge: siete
decaduti dalla grazia” (Gal 5,4).
Il moralismo dimentica che il cristianesimo è innanzitutto la
bella notizia dell’amore di Dio per noi e riduce tutto a precetti da
osservare, a norme da rispettare: un cumulo opprimente di proibizioni e
divieti asfissianti. In quest’ottica la salvezza non è più grazia ma
merito, non dono ma conquista, non gioia ma penoso dovere e fatica
spossante. Il vangelo non è più lieta notizia, ma affanno e angoscia. È
inevitabile allora che nell’uomo si crei il complesso del giusto, con la
fiducia nelle proprie meticolose osservanze anziché nell’amore benevolo
di Dio. Il miraggio disperante dell’autogiustificazione porta
inesorabilmente a cercare di farsi belli davanti al Signore, illudendosi
di poterne catturare il favore, e spinge a fare di tutto - anche gli
sforzi più ostinati - pur di conquistare i suoi premi, piuttosto che
accettare di essere amati gratuitamente da lui. Così il cuore si ammala
di “sclerocardìa”: diventa duro, calcificato, e ci si fa giudici
spietati del cuore degli altri. Quando si dimentica che Dio è
misericordia, ci si scorda della propria miseria, e si guarda solo, con
occhio inflessibile, a quella degli altri.
Affidiamo la conclusione di questa riflessione ad
uno scrittore francese, il filosofo esistenzialista ateo, Jean Paul
Sartre, superiore in questo a ogni sospetto: “Bisogna aver conosciuto
l’amore, prima della morale, altrimenti è lo strazio”. In altre parole:
se non crediamo di essere amati da Dio, non riusciremo mai ad amare né
lui né il prossimo: uno strazio senza fine.
23 agosto: XXI Domenica T.O.
“Signore, da chi andremo?”
.
Le parole di Gesù sul “pane di
vita” avevano seminato il vuoto attorno al Maestro di Nazaret. Dopo la
sconcertante promessa di dare addirittura la sua carne da mangiare, la
mormorazione contro il rabbi galileo ha contagiato perfino “molti”
discepoli, che non riescono a metabolizzare quel linguaggio duro e tanto
inquietante del Maestro. “Molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e
non andavano più con lui”, riferisce sbigottito l’evangelista Giovanni.
Invece di andare dietro a Gesù, tanti dei primi suoi compagni fanno
inversione di marcia e si defilano dal gruppo. Il momento è alto e
tesissimo: senza ricorrere ad espressioni-paraurti, Gesù pone
l’interrogativo inatteso e scottante: “Forse volete andarvene anche voi?”.
L’umanissima risposta di Simon
Pietro, a nome degli altri Undici, è fulminante, quanto la domanda del
Maestro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna;
noi abbiamo creduto e conosciuto
che tu sei il Santo di Dio”.
Anche la 1ª lettura ci riporta un momento decisivo e altamente drammatico
della storia di Israele.
Il Signore aveva eletto il
popolo ebraico, lo aveva liberato dalla schiavitù, lo aveva sollevato come
su ali di aquila, colmandolo di doni, con benevolenza tenerissima e squisita
gratuità.
Ora che questo popolo sta per prendere possesso della terra promessa, il
Signore esige una decisione: “Chi scegliete, YHWH o gli dèi stranieri?”. Gli
dèi “al di là del fiume”, il Giordano, esigono di meno del Signore, molto di
meno, sono molto più accomodanti; non vietano questo e quello; basta qualche
agnellino in sacrificio per comprarne il favore bizzarro.
La risposta quel giorno, nella
storica assemblea di Sichem, fu: noi scegliamo di servire il Signore!
E così il popolo poté entrare
nella terra promessa.
Anche noi siamo stati scelti dal Signore quando ci ha chiamati alla vita e
poi ci ha inseriti nella sua famiglia con il battesimo, ci ha ammessi alla
sua stessa mensa nell’eucaristia. A nostra volta, abbiamo rinunciato a
Satana, ci siamo impegnati a non cedere alla seduzione degli idoli, per
scegliere di servire fedelmente il Signore.
Ma sappiamo il seguito di
questa... umano-divina commedia: mentre Lui rimane fedele, noi ripieghiamo
facilmente verso il compromesso, cercando di servire tacitamente due
padroni. E così la storia va avanti, oscillando continuamente tra i due
poli, tra Dio e il nostro vitello d’oro, mescolando fifty-fifty fede
e infedeltà, adorazione e superstizione, vangelo e oroscopo, devozione ai
santi e adesione ai miti correnti.
Il nostro rischio non è quello
di diventare increduli, ma idolatri: non sono idoli seducenti l’avere, il
potere, l’apparire? Certo, non siamo tentati di venerare la statua della dea
Venere o del Dio Marte,
ma di idolatrare i valori - o
presunti tali - della Bellezza fisica, del Piacere a tutti i costi, del
Successo senza scrupoli, del Denaro, del Benessere, dell’Immagine, della
Moda...
Oggi viviamo in un tempo in cui non possiamo più essere cristiani per
abitudine, per tradizione, per convenienza o per convenzione sociale. Mai
come oggi ci viene continuamente riproposta la domanda di Gesù: “Volete
andarvene anche voi?”. Almeno una volta all’anno la Chiesa ci convoca a
rinnovare solennemente la nostra alleanza con Cristo Signore, la notte di
Pasqua, e in ogni eucaristia domenicale.
Ma poi di volta in volta, in casa o sul posto di lavoro, a scuola o nel
tempo libero, in banca o in ospedale, ci si presentano occasioni in cui non
possiamo zoppicare da ambo i piedi, e siamo chiamati a scegliere: o con
Cristo o contro Cristo; o per la vita o per l’aborto; o per la fedeltà
coniugale o per il divorzio; dobbiamo optare tra l’inchiodare sulla croce il
nostro io possessivo e vorace oppure crocifiggerci qualcun altro. La scelta
è tanto più necessaria oggi, in un momento in cui, come cristiani, non
possiamo assistere impotenti o rassegnati alla crisi culturale e sociale dei
nostri giorni. Stiamo vivendo tempi in cui essere cristiani è tornato a
costare, ma questo, se rende la nostra scelta più difficile e urgente, la fa
risultare anche più preziosa e feconda.
16 agosto: XX Domenica T.O.
“Io
sono il pane vivo, disceso dal cielo”
Tutto questo discorso di
Gesù è un tutt’uno con quello che abbiamo meditato nelle due domeniche
precedenti ed era la risposta di Gesù ad una domanda che la folla gli
rivolge: “che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”. A questa
domanda Gesù risponde molto semplicemente: “Questa è l’opera di Dio: credere
in colui che Egli ha mandato”. Inizia così il discorso che verrà ricordato
come il discorso nella sinagoga di Cafarnao in cui Gesù spiega alla folla
chi veramente Lui è e qual è la sua opera in questo mondo. Lo dice
chiaramente, senza riserve, senza parabole e senza giri di parole. Gesù è il
pane vivo, disceso dal cielo!
Aiutaci a capire Gesù!
Fa che nei nostri pensieri, nelle nostre occupazioni, nel nostro cuore non
ci sia altro desiderio che di comprendere questo grande mistero. Gesù in
fondo non ci chiedi altro, ci dici solo di credere in Te, nella tua vita
terrena, nel tuo sacrificio d’amore; ci chiedi di comprendere che Tu sei
quell’unico pane che può sfamare il nostro desiderio di avere una vita
piena. Non abbiamo bisogno di altro, non ci servono segni, non occorrono
altre opere. Tu le hai compiute tutte, hai donato Te stesso, hai sofferto
per ciascuno di noi, hai fatto della Tua vita un grande gesto d’amore. Ma in
fondo Gesù io non ci credo, io non ci ho mai creduto pienamente, malgrado
gli sforzi, malgrado Tu costantemente me lo ricordi e non fai mancare alle
mie esperienze la tua attenzione, ai miei incontri il tuo sguardo, alla mia
preghiera il tuo abbraccio. No Gesù io non ci credo perché in me non c’è la
vita, in me non dimora la vita eterna. La tua non è una promessa per un
futuro lontano, per la fine dei miei giorni, la tua è parola per l’oggi, per
il mio quotidiano…ma la mia vita non è veramente fiorita, la mia vita spesso
reclama di essere amata, non c’è ancora spazio per te, non l’ho saputo
creare, eppure continuo a mangiarti, eppure mi sforzo di custodirti: mangio
ma non mi nutro, bevo ma non mi disseto…
Aiutami a credere che
quel pane è la Tua carne per la mia vita! Aiutami a capire che in quel pane
ci sei Tu! Tu con l’amore che hai per me, Tu col desiderio di trasformarti
in me, di rimanere in me, Tu che mi chiedi solo di fidarmi di Te, di credere
con tutte le mie forze alla tua parola… Mi prometti la vita, quella vera,
quella vissuta per Te, per l’Amore, e mi prometti che questa vita non
finirà, durerà in eterno: un lungo abbraccio, un lungo vivere nel Tuo Amore,
un eterno godere della tua luce e della tua grazia.
9 agosto:
XIX Domenica T.O.
“Io
sono il pane vivo, disceso dal cielo.
Se uno mangia di questo
pane vivrà in eterno
”
I giudei non credono in
Gesù, non riescono a comprendere il mistero che sta dietro la sua nascita
(“di lui non conosciamo il padre e la madre? Come può dire Sono disceso dal
cielo?) e ancor più a quelle parole di salvezza che mostrano il suo vero
volto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. Parole dure, parole
difficili, incomprensibili al cuore dell’uomo che si interroga sulla vita,
che fa fatica a credere in se stesso, che difficilmente si abbandona con
fiducia all’Altro. L’Altro che ti dice chi sei, che ti propone un viaggio,
ti sostiene con le parole di un Padre. Il timore dei Giudei di seguire un
“falso”, di credere alle parole di una persona che in fondo è “solo” un uomo
esprime tutta la nostra incapacità di mettere la nostra vita nelle mani di
Dio. In quel mormorio c’è tutta la nostra asprezza, il nostro sdegno, l’ira
e le maldicenze di cui parla S. Paolo nella seconda lettura; sono
atteggiamenti questi dell’uomo che fa fatica a credere in Dio, che punta
solo su sé stesso, che ripiegato in sé stesso non comprende ciò che oggi ci
dice Gesù: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha
mandato”. E’ questa la consapevolezza che ognuno dovrebbe sentire forte
nel suo cuore: è il Padre che ci attira a sé! Il nostro desiderio di bene,
di vivere una vita piena di Dio, piena di amore è già segno che il Padre ci
sta chiamando a sé, ha posato su di noi il suo sguardo e ha risposto al
nostro grido liberandoci dalla paura. Sapere di essere in cammino verso Dio,
che i nostri più intimi desideri provengono da Dio risponde a quella
mancanza di fiducia di cui parlavamo all’inizio. E’ questo che Gesù vuol far
comprendere a chiunque si mette sulle strade del Signore e, per la
difficoltà del cammino, spesso tende a gettare la spugna, a sentirsi
sfiduciato: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono
migliore dei miei padri», grida Elia nel deserto sentendosi minacciato
dagli Israeliti, ma è anche il grido di chi quotidianamente sente il peso di
un cammino che spesso è difficile da comprendere per chi ti vive intorno, in
una società in cui un gesto d’affetto, il desiderio di fare verità,
l’impegno per vivere una vita sana e pura, la volontà di dedicare la propria
vita agli altri è giudicato segno di debolezza e di stupidità. Ma ecco che
il Signore nutrirà quel corpo stanco, quello spirito debole e “Con la forza
di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di
Dio, l’Oreb” dice il testo. Il nostro pane oggi è Gesù Eucaristia, è il
corpo di Gesù che diventa per noi forza nella difficoltà, coraggio nella
paura di scegliere per il bene, fiducia in Dio che sempre dona la Sapienza
per intraprendere la strada giusta, carità che sempre si rinnova nel cuore
di chi malgrado tutto crede che Gesù è quel pane e quel pane è un sacrificio
d’amore infinito.
2 agosto: XVIII Domenica T.O.
“Chi viene a me non avrà fame
e chi crede in me non avrà sete, mai!”
Ancora una volta ritroviamo una folla di persone che cercano Gesù, lo
cercano ovunque, attendono da Lui qualcosa…e ancora una volta Gesù guarda
nel loro cuore e risponde a questa insistenza come colui che conosce
profondamente i desideri più nascosti del cuore di un uomo. Alla folla non
interessa il quando, non il come… a ciascuno di noi non interessa sapere in
che modo il Signore si manifesterà, quale sarà il modo per incontrarlo ma
vogliamo sapere il perché, vogliamo conoscere cosa ci spinge a cercare Gesù,
quali sono le nostre attese, i nostri desideri, cosa vogliamo veramente da
Lui? Ecco che la risposta ce la dà Gesù oggi, ce lo dice chiaramente: voi
mi cercate perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Ognuno
di noi nella propria vita ha fatto esperienza di Dio, ognuno a suo modo,
attraverso un’esperienza di preghiera, attraverso un incontro con una
persona speciale, altri nel quotidiano sperimentando la vicinanza del
Signore, altri ancora credono di non averlo incontrato, attendono il grande
giorno, nutrono un desiderio nel cuore, una speranza che verrà a cambiare il
corso della loro storia…è il Signore che agisce, è Dio che ha seminato in
ciascuno questo desiderio e, senza accorgercene, ci riscopriamo già alla
presenza di Dio, con un cuore che ama. Anche questa è esperienza del Dio che
chiama, del Dio che attrae, che attira a sé…del Dio che ama con l’Amore che
sazia, che riempie e tutto avvolge. Queste esperienze di Dio, questi
incontri con il Signore nel corso della propria vita rispondono al perché di
questo lungo cercare, di questa speranza che nutriamo interiormente: abbiamo
bisogno di incontrarlo di nuovo, abbiamo bisogno di restare alla sua
presenza. E’ l’amore, è la preziosità dell’incontro con Dio, è la sensazione
di pace che abbiamo provato, è l’intuizione e insieme la certezza che un
Padre ci ama di un amore infinito, così come siamo, senza veli, senza
bisogno di maschere, è la consapevolezza che qualunque cosa, qualunque,
siamo disposti a mettere nelle sue mani sarà perdonata, sarà trasformata,
diventerà seme di salvezza per noi. Dio è tutto questo e molto, molto di
più…Lui ci ha donato un Figlio, il pane di Dio! Un Figlio morto per amore,
un figlio che ha sofferto fino a dare la propria vita per amor tuo, per
tutto ciò che anche tu oggi non hai il coraggio di accettare, per tutte le
tue sofferenze che quotidianamente affronti… e muore ancora ogni giorno per
le tante mancanze che ognuno di noi ha nei confronti dei fratelli,
inchiodato su una croce ma con le braccia spalancate sul mondo, protese
verso te che lo stai cercando. Ecco Dio è anche questo! E’ amore donato, è
in quel pane che ogni giorno diventa sacrificio d’amore, è in quel vino che
ricorda il suo sangue versato. Il pane e il vino con cui noi possiamo
nutrire il nostro spirito, possiamo custodire nel nostro corpo e attraverso
cui possiamo imparare a donarci, a sacrificarci, a perdonare…ad amare!
Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!
19 luglio: XVI Domenica T.O.
«Gesù
ebbe compassione».
Gesù sapeva e sa leggere
molto bene la vita di noi uomini.. Conosce le nostre tante ansie, le
difficoltà, le speranze e sa stare al centro, nel modo giusto, a tutto
questo. Lui è l'Amore per eccellenza e quindi chi meglio di Lui conosce le
sofferenze, le fatiche e le speranze degli uomini?
Lo leggiamo bene nel Vangelo
di oggi, un vangelo che è una vera icona di delicatezza squisita, umana, e
di una compassione senza limiti, come due grandi braccia spalancate ogni
momento per capire, abbracciare, dare speranza all'umanità. E' davvero Gesù
il "buon pastore", che ieri, oggi e sempre, con la discrezione che a volte
ci sfugge, sa leggere i nostri cuori.
"In quel tempo – racconta
Marco – gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono quello che
avevano fatto e insegnato".
E' la continuazione del
Vangelo di domenica scorsa, quando Gesù mandò i suoi a due a due perché
andassero nei villaggi ad annunciare che il Regno di Dio era vicino. Li
aveva esortati di andare nella più assoluta povertà, e farsi accogliere
nelle varie case rimanendo e portando la pace. Deve essere stata una grande
fatica quella di avventurarsi come dei missionari nei vari villaggi, pronti
a raccogliere accoglienza o rifiuto.
Tornati, ed essendo stati
spettatori delle meraviglie che Dio operava per mezzo di loro, certamente
sarà stato un incrociarsi di racconti, che commossero Gesù. Avrà sorriso
dell'entusiasmo dei suoi, dimentichi delle fatiche, ma coglie il loro
bisogno di fermarsi un momento. Disse loro: "Venite in disparte in un luogo
solitario e riposatevi un poco". Era infatti, molta la folla che andava e
veniva e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora partirono sulla
barca verso un luogo solitario in disparte.
Sulla barca con Gesù, i discepoli, stanchi,
avranno certamente preso sonno. Ed è facile immaginare
la commozione di Gesù nel vedere i
suoi riposare dopo tanta gioiosa fatica. Sicuramente li vegliava come Lui sa
fare con chi sa vivere operando il bene, come sono tutti i suoi discepoli.
Come piacerebbe anche a noi, stare su quella barca, a riposare, sotto lo
sguardo di Gesù. Chi non vorrebbe avere la stessa sorte?
Ma il riposo dura poco. "Molti li videro partire e capirono, e da tutte le
parti cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. Sbarcando vide
molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore,
e si mise ad insegnare molte cose" (Mc. 6,30-34).
Ed è davvero anche oggi immensa la folla che cerca conforto, speranza. E
Gesù subito si lascia prendere dalla compassione. Ed è davvero tanta anche
oggi la folla che cerca disperatamente chi possa donare speranza. Basta
avere occhi carichi di amore, come quelli di Gesù, per vedere le tante
miserie. Il nostro mondo anche oggi sembra sia alla ricerca di uno che
sappia avere compassione, ma soprattutto doni speranza.
In questi giorni, i mass media ci
bombardano sugli italiani che vanno in ferie. Lo fanno in un modo che nulla
ha del ristoro di cui parla Gesù. Presentano immagini e luoghi che
rispondono più alla logica del consumismo, mirato al profitto, che nulla o
poco concede a quel "salire in barca con Gesù" per riposare. Ed è veramente
un'offesa alla voglia di uscire dalla ferialità, fatta di fatiche, di
impegni e di sofferenze, questo di presentare il bisogno di riposo come una
occasione di fare a brandelli la tranquillità dell'anima di cui abbiamo
bisogno. Sembra che proprio tutto, agli occhi del materialismo, debba essere
macinato da questa assurda morte della quiete dell'anima. Il cuore di ogni
uomo ha bisogno di altro. Ha bisogno di trovare quella tranquillità
interiore che è come vedere il cielo sgombro di nubi, mostrare la bellezza
del cielo.
Ha bisogno di capire i
tanti perché, troppe volte dolorosi o confusi, che la vita propone. Ha
bisogno di quel silenzio, riempito però della Parola e della presenza dello
Spirito, che sa dipanare le difficoltà.
12 luglio: XV Domenica T.O.
«Gesù
chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due».
Il vangelo di oggi ci racconta quello che si potrebbe considerare una sorta
di tirocinio missionario per i primi discepoli. Finora Gesù se li è
scelti uno ad uno, li ha poi chiamati tutti insieme e ha fondato la comunità
dei “Dodici”. Ora li convoca di nuovo, ma per realizzare il secondo dei due
obiettivi per cui li aveva radunati attorno a sé: il primo era “perché
stessero con lui” - ci aveva informato Marco - e il secondo, “per mandarli
ad annunciare” (il vangelo) (Mc 3,14s). L’inviato ad evangelizzare non è più
padrone di se stesso. Scrivendo ai cristiani di Roma, Paolo si qualifica
come “schiavo di Cristo Gesù”, e nella lettera ai cristiani di Filippi
si autodefinisce come “afferrato da Gesù Cristo” (3,12). Il missionario non
ha un suo progetto da realizzare, né una parola propria da dire. Non si è
apostoli per decisione personale, ma per chiamata. E la chiamata chiede un
grande amore: non si va in missione per interesse o per bisogno, ma per
amore, e non primariamente per amore degli uomini, ma di Gesù Cristo. “Noi
siamo vostri servitori per amore di Gesù Cristo”: è sempre Paolo che
parla (2Cor 4,5).Inoltre si va in missione a due a due, non da soli,
né in ordine sparso, né tanto meno da pionieri “sfusi”, ma sempre come
cristiani “fusi” in un cuore solo e in un’anima sola, in comunione piena, al
cento per cento, legati a Cristo, il primo missionario, e a tutti gli altri.
Il messaggio fondamentale dei cristiani “apostoli” sarà necessariamente la
loro stessa vita, un segno di unità, un seme di comunione. Si narra che un
giorno s. Francesco d’Assisi disse ad un fraticello di prepararsi per andare
insieme con lui a predicare in paese. E uscirono tutt’e due, passarono in
una piazzetta dove si faceva il mercato, ma Francesco non predicò; entrarono
nelle due, tre chiese incontrate lungo il percorso, ma neanche lì Francesco
predicò, né disse al frate di farlo. Finalmente tornarono in convento, e il
fraticello deluso domandò al santo: “E la predica?”, e Francesco di rimando:
“Ma non l’abbiamo fatta?!”. Quasi a dire: la prima missione avviene
attraverso la nostra relazione di fraternità vissuta e testimoniata. Una
relazione autentica, improntata a vera carità, è di per sé un “fatto di
vangelo”, che, molto più e meglio di tante parole, annuncia la parola di
Gesù: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”
(Mt 18,20).
Un’altra caratteristica dei missionari cristiani è la povertà: non
devono “portare niente per strada... né pane, né bisaccia, né denaro nella
cintura”. Il Maestro li vuole liberi e leggeri, senza appoggi e senza
favori, sicuri solo dell’amore di lui che li invia, forti solo della sua
parola che devono annunciare. Vengono permessi solo il bastone e i
sandali, l’equipaggiamento dei pellegrini, perché tali sono i messaggeri
del Regno di Dio, non managers superoccupati e ultragarantiti, non
funzionari inamovibili, non divi in tournées. Ma forse nell’eccezione
del bastone e dei sandali, è da vedere una sottile allusione
all’equipaggiamento degli ebrei che dovevano mangiare l’agnello pasquale con
“il bastone in mano e i sandali ai piedi” (Es 12,11). Quasi a
dire: i discepoli del Signore devono andare ad annunciare la sua Pasqua, il
suo passaggio dalla morte alla vita, il suo peregrinare da Risorto per le
strade del mondo.
5
Luglio: XIV Domenica T.O.
«Era per loro motivo di
scandalo».
Paradossalmente quello che doveva profilarsi come un
successo garantito, si tramutò per Gesù ben presto in un clamoroso
disastro: “e non vi poté operare nessun prodigio”, annota amaro e asciutto
l’evangelista. La traiettoria del rifiuto è accuratamente e minuziosamente
ricostruita da Marco: si parte dall’ascolto (“molti ascoltavano”), si
passa allo stupore (“rimanevano stupiti”), quindi alla perplessità
(“da dove gli vengono queste cose?”), per finire nel disprezzo (“un
profeta non è disprezzato che nella sua patria”).
Come mai i compaesani di Gesù saltano dalla meraviglia all’incredulità?
L’evangelista ci aiuta a trovare la risposta: perché “si scandalizzavano di
lui”. Lo scandalo è una pietra contro cui si inciampa e si cade. Dio -
secondo i nazaretani - era troppo grande per abbassarsi a parlare attraverso
un uomo così semplice! È lo scandalo dell’incarnazione: con Gesù sbattiamo
contro l’evento sconcertante di un “Dio fatto carne”, che pensa con mente
d’uomo, lavora e agisce con mani d’uomo, ama con cuore d’uomo, un Dio umano
che suda, mangia e dorme come uno di noi. Come è possibile? Noi lo vorremmo
sovrumano come un super-man, e ci piacerebbe essere almeno un po’ come
pensiamo che sia lui; non accettiamo che lui sia come noi effettivamente
siamo.
Ecco la radice dell’incredulità. Tutto sommato è facile dire: “questo Gesù è
proprio un Dio!”; è molto più difficile riconoscere: “Dio è proprio questo
Gesù!”. Noi pensiamo che doveva risultare abbastanza semplice per i suoi
concittadini credere in lui, perché se lo vedevano davanti in carne ed ossa,
mentre noi dobbiamo credere in lui senza vederlo, e non ci rendiamo conto
che a far inciampare i nazaretani è stato proprio l’eccesso di familiarità
con il loro concittadino diventato illustre. Appunto perché conoscevano
l’umiltà delle origini di Gesù e della sua condizione, gli abitanti di
Nazaret si rifiutarono di entrare nella “logica” umanamente così illogica di
Dio il quale, per farsi vicino a noi, si è spogliato della sua gloria,
“assumendo la condizione di schiavo, e facendosi simile agli uomini” (Fil
2,7). Così, anziché lasciarsi mettere in questione da Gesù, i suoi paesani
mettono in questione lui: perché Dio si dovrebbe rivelare in “costui” e non
piuttosto in un altro nostro concittadino, magari più ricco, più nobile o
più potente? La conclusione, drammatica, è quella che tira s. Giovanni nel
prologo al suo vangelo: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno
accolto” (Gv 1,11).
Anche per tanta gente di oggi, che pure si dice cristiana, si verifica una
situazione analoga a quella degli abitanti di Nazaret rispetto a Gesù: il
vangelo non suscita l’impressione di qualcosa di nuovo e sconvolgente perché
si crede di conoscerlo e lo si dà per scontato. Oggi tanti cristiani, quando
ascoltano il vangelo, hanno spesso la sensazione di trovarsi di fronte a
qualcosa di imparaticcio e di risaputo, e così la loro reazione non è più lo
stupore, ma lo sbadiglio, non è la meraviglia, ma l’assuefazione: è quello
stanco e soddisfatto appagamento delle cose già sentite e risentite, sapute
e risapute.
La conclusione è che “c’è bisogno di un rinnovato annuncio anche per chi è
battezzato”.
Innanzitutto occorre ripartire dal cuore della fede, che non è una serie di
formule da accettare, o di norme da osservare o di riti da praticare, ma è
una persona: Gesù Cristo, unico Signore e Salvatore di tutti. Ma perché Gesù
- la sua opera, la sua persona - sia davvero una lieta notizia di salvezza,
è necessario non ridurlo mai a oggetto o argomento di cui discutere,
ma è indispensabile lasciarsi incontrare da lui come soggetto
vivente, che “mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20), che mi
viene incontro come la via, la verità, la stessa vita.
Inoltre occorre non appiattire mai la sconcertante paradossalità del vangelo
sul buon senso corrente, altrimenti ne viene fuori un “vangelo modellato
sull’uomo” (Gal 1,11).
Quanto detto fin qui non si potrebbe realizzare senza la testimonianza viva
e concreta, bella e attraente di persone, famiglie e comunità cristiane che
vivono “paradossalmente”, secondo criteri che sono in netta antitesi con il
senso comune.
28
giugno: XIII Domenica T.O.
«Non temere continua
solo ad aver fede!».
Finora l’evangelista Marco ci ha presentato Gesù che
lotta corpo a corpo contro il male, e vince: lotta contro i mali dello
spirito di tanti poveri “diavoli”, posseduti dal Maligno, e vince; lotta
contro le devastanti malattie del corpo, come la lebbra, e vince; lotta
contro le forze indomabili della natura, come quella notte della tempesta
sul mare, e vince. Sarà allora capace di vincere anche l’ultimo nemico, la
morte? A questa domanda capitale l’evangelista non risponde citando dalla
bocca del Maestro di Nazaret sottili elucubrazioni sulla sofferenza e sulla
morte; peraltro il suo insegnamento al riguardo è stato sempre piuttosto
ridotto all’essenziale. S. Marco preferisce farci vedere l’insegnamento di
Gesù, per come esso si è effettivamente svolto, fatto cioè più di gesti che
di parole, e perciò l’evangelista ci riporta un evento concreto e specifico:
il risuscitamento di una ragazzina di dodici anni.
S. Marco, infatti, sa bene che Gesù non è venuto tanto
a spiegare la morte, ma ad eliminarla.
Nel racconto di questo miracolo l’evangelista incunea un altro episodio, la
guarigione di una donna che da dodici anni soffriva di perdite di sangue. A
causa di questa malattia che la rendeva “maledetta” agli occhi della gente e
la relegava in una penosa situazione di impurità legale, la poveretta doveva
assolutamente evitare ogni contatto umano: insomma, da quando aveva
cominciato a patire per quelle terapie umilianti, costose e inconcludenti,
anzi controproducenti, viveva come condannata ad una morte civile
cronicizzata, interminabile.
Abbiamo sentito il racconto dei due rispettivi prodigi operati da Gesù:
Marco li descrive quasi come una sorta di “marcia trionfale” verso la vita.
Il percorso del Maestro parte dalla riva del lago, dove veniamo a sapere che
la figlia di Giairo è agli estremi. Per strada apprendiamo dell’avvenuta
guarigione della donna emorroissa e della morte sopraggiunta della
ragazzina. Quando arriviamo alla casa del capo-sinagoga, nel cortile esterno
è già in corso la celebrazione del funerale.
Si tratta di due racconti ad incastro, con un unico centro: la fede. Giairo
deve affermare la sua totale fiducia nel Signore, nel momento in cui tutto
lo spinge a disperare: “Non temere - gli dice Gesù - continua solo ad
aver fede!”. L’emorroissa deve passare da un calcolo interessato che la
spinge alla ricerca della salute, a un rapporto personale con il Maestro:
solo allora sarà salvata, e lo sarà per la fede, come l’aiuta a riconoscere
espressamente Gesù: “Figlia, la tua fede ti ha salvata”. Il messaggio
è trasparente, e si può concentrare in una domanda, che riguarda noi, non
Dio: il punto non è se Dio è veramente capace di farci passare dalla morte
alla vita, ma se l’uomo è sinceramente disposto a passare dall’incredulità
alla fede.
Infatti Gesù ha ripreso in mano le sorti dell’uomo e ha dato volto al Dio
che chiamava teneramente Abbà: è il Dio che “non ha creato la morte e non
gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per
l’esistenza. Le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di
morte” (1ª lettura). Dio fa trionfare la vita, perché è il Signore “amante
della vita” (Sap 11,26). Ma Gesù va ancora più in là, rispetto alla sapienza
di Israele: ci rivela che non solo non è stato Dio a volere la morte
dell’uomo, perché “la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo”, ma
che il Signore “non abbandonerà la nostra vita nel sepolcro, né lascerà che
i suoi fedeli vedranno la corruzione” (cfr. Sal 16). Quando l’evangelista
Marco raccontava i miracoli di cui oggi abbiamo sentito nel vangelo, Gesù
aveva già vinto la morte con la sua risurrezione, e i cristiani credevano
che se Cristo è risorto, anche noi risorgeremo.
Questa fede che per i primi cristiani era talmente sicura che per essa erano
pronti a dare la vita, per tanti di noi oggi si è fatta nebulosa e incerta,
al punto che molti confondono risurrezione con reincarnazione. Il
cristianesimo invece sta o cade con l’annuncio della risurrezione di Cristo
e perciò anche della risurrezione dei nostri corpi mortali: il
cristianesimo non solo crede queste due verità, intimamente intrecciate e
del tutto inscindibili, ma solo il cristianesimo le crede.
Il problema allora oggi non è dato dal fatto che i cristiani non sono la
maggioranza nel mondo, ma che sono pochi i cristiani che vivono nella
prospettiva della risurrezione. Non è perché la consapevolezza del dono e
del compito di questa fede si è fatta più fiacca e confusa, che oggi il
messaggio cristiano risulta complessivamente sfocato e così poco incisivo
nel contrastare quella irrespirabile atmosfera di morte che, come una nube
tossica, si fa sempre più densa e opprimente sul nostro mondo?
21 giugno
Dio, non t'importa che moriamo?
Nella nostra vita ci possono essere momenti in cui, a causa di una delusione
negli affetti, negli affari o nella carriera, temiamo di essere inghiottiti
dal vuoto e ci sembra che ogni luce si spenga, ogni varco si chiuda e ogni
forza si esaurisca, perché Dio se ne è andato. E dal cuore esplode il grido:
«Dove sei, Dio?».
Quella notte sul lago in tempesta i discepoli di Gesù hanno fatto
un’esperienza terrificante. Fino allora avevano conosciuto un Maestro
travolgente: capace di infiammare le folle, tenero e potente con i malati,
vigoroso e imbattibile nella lotta contro i demoni, autorevole come nessun
altro quando parla dell’amore di Dio, capace di incatenare con quel suo
sguardo magnetico uomini muscolosi e massicci come loro. Ma adesso si
trovano in mezzo alla burrasca, sotto un cielo nero pesto, su una povera
barca che volteggia impazzita, trascinata su e giù dalle onde schiumose di
un lago diventato improvvisamente intrattabile e ringhioso come un mastino
inferocito. Loro - i compagni di Gesù - il lago lo chiamano mare e fin da
piccoli hanno imparato a temerlo perché solo a prezzo di molto sudore
concede qualche pesce da vendere, mentre non si sazia mai di sottrarre
giovinezza e salute - e non poche volte perfino la stessa vita - a quei
poveri diavoli di pescatori dei villaggi circostanti. Per questo il mare per
loro è simbolo del male, soprattutto quando scoppia l’uragano e il
lago di Cafarnao rassomiglia a un enorme ossesso scatenato.
Ma ora, nel cuore in subbuglio dei discepoli, alla paura si aggiunge
l’angoscia: come mai, mentre essi tremano di spavento, il Maestro dorme
sonni beati, a poppa, tranquillamente adagiato su un cuscino? Sicurezza
invincibile per la propria sorte personale, comunque vadano le cose?
Indifferenza superiore e distaccata per la sorte di quegli uomini che, pure,
per lui hanno lasciato lavoro e famiglia? Dal petto dei discepoli in preda
al panico esplode il grido accorato: “Maestro, non t’importa che moriamo?”.
Ecco il virus del sospetto che ha aggredito la loro mente e ha scatenato la
tempesta dell’angoscia nel loro cuore: mettono in dubbio che a Gesù importi
veramente di loro, della loro vita e incolumità. Con quel rimprovero
spudorato gli apostoli dimostrano di non fidarsi di Gesù, di non credere
fino in fondo nel suo amore, nella sua volontà disinteressata di prendersi
cura delle persone a lui affidate, nella sua premura gratuita nei confronti
degli amici, soprattutto quando versano, come ora, letteralmente in...
brutte acque.
A rabbi Gesù, invece, importa della vita dei suoi compagni, e come! In lungo
e largo nel vangelo brilla la incessante, instancabile generosità del
Maestro, che preferisce sempre il bene dei suoi al proprio successo e alla
propria incolumità personale. Costantemente antepone la vita dei discepoli
alla propria. Quando verranno per arrestarlo nel Getsemani, l’unica
preoccupazione sarà per i Dodici: “Se è me che cercate, lasciate che questi
se ne vadano” (Gv 18,8).
Ecco quindi la risposta del Maestro al grido angosciato dei compagni di
traversata, una risposta da par suo: pronta e autorevole, solenne ed
efficace, rapida e risolutiva. “Destatosi, sgridò il vento e disse al mare:
‘Taci, calmati!’”.
Dunque il mare si comporta come un energumeno spiritato?, e Gesù lo tratta
come solo un esorcista esperto e infallibile, qual è lui, sa fare. Neanche
stavolta manca il colpo; e il risultato non si fa attendere: “Il vento cessò
e vi fu grande bonaccia”. Ma Gesù è rimasto colpito al cuore
dall’incredulità dei discepoli; di qui il suo rimprovero: “Perché siete così
paurosi? Non avete ancora fede?”.
La lezione è chiara: il contrario della paura non è il coraggio, ma la fede!
Oggi la nostra si presenta come la cultura dell’incertezza. Siamo
perennemente in ansia: per le malattie in agguato, per i possibili rovesci
finanziari, per l’incubo di insuccessi matrimoniali, professionali o anche
pastorali. Soffriamo di una profonda insicurezza, nonostante - o proprio per
questo, almeno in Occidente - siamo più protetti e garantiti. Abbiamo cure
mediche più efficaci, trasporti più sicuri, territori più e meglio difesi.
Oggi noi possiamo controllare tante cose: la fertilità delle donne e la
nascita dei figli, le forze della natura, l’andamento dell’economia. Ma
paradossalmente è proprio la cultura del controllo a generare angoscia. Dopo
l’11 settembre ci siamo scoperti tutti più indifesi e vulnerabili. E spesso
ci sembra di essere esposti al naufragio: quante volte ci sembra di dover
affrontare - nella traversata della vita - tempeste paurose che rischiano di
travolgerci?!
L’unica forza che può salvarci è la fede-fiducia in Dio, il quale è
infinitamente più sapiente, più potente, più benevolo di noi: “Gettate in
lui - raccomandava s. Pietro - ogni vostra preoccupazione, perché egli ha
cura di voi” (1Pt 5,7). “Un giorno la paura bussò alla porta; la fede andò
ad aprire: non c’era nessuno”.
14 giugno:
Corpus Domini
Da sempre abbiamo in testa che a Dio piaccia la
morte, il sangue. Non per caso l'uomo ha pensato anticamente che Dio volesse
i sacrifici umani.
Tradotta in termini nostri, questa mentalità religiosa significa che per
andar bene a Dio devo sacrificarmi, mortificarmi, fare qualcosa che mi
scomoda, mi fa star male. Questo è l'unico modo che ho per influire su Dio,
portarlo dalla mia parte, ottenere quello che voglio. Non ho strumenti per
piegare Dio, l'unica cosa che mi dà 'potere' su di lui è il sacrificio,
dargli qualcosa di mio. Bisogna mercanteggiare con Dio, e la merce di
scambio è la mia vita: tempo, denaro, cose, etc. Più do più ricevo, maggiore
il sacrificio maggiore il favore di Dio: è il classico "do perché tu mi
dia". Pensiamo che fare/dare delle cose per Dio ci dia diritto alla sua
protezione; se Dio poi non ci aiuta ci sentiamo imbrogliati.
Questa idea però è fasulla. Dio non è così, e non ci chiede proprio niente.
Anzi, è lui a darci tutto. E tutto quello che ci dà lo dà gratis. Il
problema è che non ci crediamo, attribuendo a Dio un secondo fine, perché
proiettiamo il nostro modo di essere su di lui.
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio» (Gv 3,16). Si capovolge
la nostra idea. Dio non chiede la mia vita, mi dà invece la sua. Dobbiamo
cambiare idea su Dio. È Dio stesso che dà la vittima per il sacrificio:
Gesù, che si dona al Padre e a noi. Attraverso essa, mangiandola, noi
entriamo in comunione con Dio. Celebrare l'Eucaristia significa celebrare il
dono di Dio e accettarlo sempre nuovamente, facendone il proprio nutrimento.
Ci nutriamo di Gesù, vittima bruciata nell'olocausto dell'amore di Dio: "Il
suo corpo per noi immolato è nostro cibo e ci dà forza, il suo sangue per
noi versato è la bevanda che ci redime da ogni colpa". Tutto questo -
ripetiamolo - è gratis, non dobbiamo meritarlo. Non ci è dato perché siamo
(stati) bravi, ma perché Dio ci ama.
Certo: accettare questo dono ci impegna. Se ci rendiamo conto del dono, se
facciamo esperienza della gratuità di Dio, non possiamo restare come prima.
Ricevere il dono gratuito e totale di Gesù ci impegna a rispondere donando
gratis e completamente. Quando l'amore è accolto genera una risposta di
amore, l'unica risposta adeguata. Non cerco più di calcolare il dare e
l'avere: smetto di calcolare e desidero rispondere alla gratuità di Dio con
la mia gratuità.
Se ciò non avviene, "ho accolto per nulla la grazia (= la gratuità) di Dio"
(2 Corinzi 6,1): il suo dono in me non produce niente, rimane sterile. Non
c'è sorpresa, non nasce la lode, la meraviglia, la voglia di rispondere con
la gratuità. Non me ne accorgo nemmeno, insensibile resto nella vecchia
mentalità mercantile.
Il sacrificio di Gesù si rinnova nella Messa perché chi vi partecipa goda
nuovamente di questo dono di Gesù, e si metta in gioco offrendo a Dio se
stesso. Dio guarda di nuovo con amore al gesto del Figlio e ci invita a
rispondere con il nostro amore.
La Messa ci spinge a fare come Gesù. In essa chiediamo a Dio che faccia
anche di noi un dono, un sacrificio, un'offerta a Dio, e in lui ai fratelli.
Il sacrificio di Gesù fa della nostra vita un sacrificio che offriamo a Dio.
Lo chiediamo allo Spirito Santo: "egli faccia di noi un sacrificio perenne a
te gradito". Questo è il sacerdozio comune dei fedeli: ogni battezzato è
sacerdote, perché può fare della propria vita un dono che Dio gradisce.
Senso più alto non può esserci che questo unirsi a Cristo, "sacerdote vero
ed eterno".
7 giugno: Santissima Trinità
Immersi
nella Trinità
Gesù, avvicinatosi loro.... Ancora non è stanco di avvicinarsi, di farsi
incontro; si impegna, fino all'ultimo, in questo reciproco cercarsi di Dio
e dell'uomo. E disse: battezzate. Verbo la cui radice significa immergere.
Immergete ogni vita dentro l'oceano di Dio, e sia sommersa e sollevata
dalla sua onda mite e possente. Fate entrare ogni creatura nella vita di
Dio. In queste che sono le ultime parole di Cristo, sta il cuore della
nostra fede: vivere di Dio. Immersione felice e sofferente. Felice, come
intuisce Mosè, quando dice: tutto è dato perché siate felici voi e i
vostri figli. I comandamenti sono posti a difesa di una possibile lunga
felicità. Immersione sofferente, dice Paolo, nella croce che è dono di sè,
un potere che non è possesso. Battezzate nel nome del Padre, cuore che
pulsa nel cuore del mondo; e poi nel nome della fragilità del Figlio
morto nella carne, e nel nome della forza dello Spirito che lo risuscita.
La Trinità viene allora a significare che la vita di Dio non può essere
estranea né alla fragilità della carne, né alla forza della vita; né
al dolore né alla felicità dell'uomo. La Trinità diventa storia
concreta di fragilità e di forza, affidata non ad acute intelligenze, ma
a pescatori illetterati che dubitano ancora, che sanno di non sapere, che
si sentono piccoli piccoli, ma invasi e abbracciati dal mistero (A.
Casati). Perciò lo preserveranno, pur senza capire tutto, come un vento
in cui naviga l'intero creato. Insegnate a osservare tutto ciò che vi ho
comandato. Non è detto: insegnate i comandamenti; neppure: ordinate di
osservarli. È detto invece: insegnate a viverli, mostrate come si viva il
vangelo. È facile trasmettere nozioni, ancora più facile dare ordini. Ma
la vera missione è trasmettere vita, valori, energia, strade per vivere
in pienezza. Tutto ciò che vi ho comandato: amatevi; tutto ciò che ho
detto del Padre: che è amore, dono della vita agli uccelli dell'aria, ai
gigli del campo, ai figli dell'uomo, questo insegnate. Insegnate ad amare,
come si insegna un'arte che si conosce, un cammino dell'anima che si è
percorso. Insegnate ad essere felici, direbbe Mosè. Insegnate a donare,
cioè ad essere vivi, direbbe Paolo. Io sarò con voi tutti i giorni. Sarò
con voi, senza condizioni, anche quando dubitate e non riuscite a
insegnare nulla a nessuno. Con voi, tutti i giorni, come seme che cresce,
inizio di eternità, anima di comunione. La Trinità intera è in me, fin
dall'origine, in me creato non semplicemente a immagine di Dio, ma ad
immagine della Trinità, di un Padre che è la fonte della vita, di un
Figlio che mi innamora, di uno Spirito che accende di comunione tutte le
nostre solitudini.
24
maggio: Ascensione del Signore
"Il
Signore agiva insieme con loro"
E'
questa la promessa, questa la certezza che sarà sempre viva nel cuore dei
discepoli di Gesù: chi crede in Dio, nel suo nome potrà compiere
meraviglie; nel suo nome potrà trasformare ogni sorta di tentazione in
strumento per giungere ad una comunione profonda con l'amore del Padre;
ogni insicurezza, paura dei propri limiti, in gesti concreti, in
possibilità per la propria vita, in riuscita delle opere suggerite dal
cuore; ogni pericolo, ogni minaccia in forza e padronanza di sè; ogni
avversità e seme di morte in germe di vita; ogni gesto in opera d'amore
per i fratelli.
Chi
ha Gesù nel cuore, chi si fida della sua parola, chi crede nella promessa
che Gesù ci ha fatto e che in Gesù ha trovato compimento, sperimenta
ogni giorno ciò che Marco dice oggi in questo passo del Vangelo: "Il
Signore agiva insieme con loro". La presenza del Signore nei nostri
gesti, nelle nostre azioni, nelle nostre parole, importanti o meno che
siano, grandi o piccoli che si compiano, si sperimenta nel frutto che essi
danno e in ciò che il nostro cuore avverte: l'amore di Dio sempre vivo,
immenso, costante, quell'amore che ci permette di superare ogni ostacolo,
ogni difficoltà; quell'amore che ci dà la forza che da soli non
riusciremmo mai ad avere; quell'amore che ci permette di sperare anche
quando tutto intorno a noi sembra contrario.
Il
Signore non vuole essere solo un pensiero, magari il pensiero più bello
che riusciamo a fare in un momento positivo della nostra vita; il Signore
non vuole essere solo una poesia d'amore o una preghiera scritte in rime.
Il Signore vuole essere nella tua vita, il Signore vuole essere presente
nelle tue mani callose, nei tuoi piedi lacerati, nel tuo cuore affranto,
sulla tua lingua incapace di farsi comprendere, nella tua mente affollata
da mille pensieri. Il Signore vuole essere nella tua vita e diventare la
tua vita, l'unica ragione per cui tu oggi vivi. E questo perchè il
Signore è amore, l'unico amore che può renderti felice, l'unico amore
che può ridarti dignità, l'unico amore che può aiutarti a vivere
pienamente ciò che anche tu giudichi stolto e insensato. Perchè Lui può
trasformarlo, perchè Lui sa amarlo. E tu hai la possibilità, tu solo hai
la capacità di realizzare tutto questo: devi solo credere, devi solo
avere fede, devi solo permettere a Gesù di entrare nella tua vita e
consentirgli di trasformartela. Lui troverà il modo, Lui sarà capace di
stupire anche te che, con timore, stai pensando di abbandonarti perchè il
Signore crede in te, il Signore ha donato completamente la sua vita
proprio per te. La nostra disponibilità di oggi diventerà la speranza
nella vita di tanti fratelli che Dio metterà sul nostro cammino.
17
maggio: VI domenica di Pasqua
Nell'Amore
di Cristo per amare gli altri
Oggi
siamo al cuore del messaggio cristiano, meditiamo ciò che davvero
può essere considerato l'assoluto del vangelo: Dio è amore e non può
che amare.
E'
solo perché facciamo l'esperienza di essere amati da Dio che finiamo col
dirigere il nostro cuore sulle sue strade.
Mai
come in questo tempo l'uomo manifesta in mille modi il desiderio di essere
amato, eppure mai, come in questo tempo, questo desiderio è svilito,
castrato, tarpato. L'amore si vende, si esalta, si smercia, si abbellisce,
il sentimento, che nel nostro cuore viene trattato come un'emozione da
gestire a proprio uso e consumo, rischia di lasciare l'amaro in bocca.
Quante
coppie sperimentano il fallimento del loro rapporto, scontrandosi con le
concrete esigenze del quotidiano! Non è diventato il mito della modernità,
l'amore? In un tempo di insicurezze e di crollo degli ideali, non ci si
rifugia forse in questo sogno di tenerezza che viene talmente caricato di
attese da diventare irrealizzabile? Mistero della contraddizione umana!
Sentiamo che siamo fatti per qualcosa di straordinariamente grande e bello
(l'amore, appunto), eppure questo desiderio non riusciamo a realizzarlo in
pienezza.
Dio
ha qualcosa da dire su tutto questo. Sì: l'unico a poterne parlare con
cognizione di causa, di questo amore, visto che l'ha creato, è proprio
Lui. Perché allora rivolgerci alle cisterne screpolate dei venditori di
sogni invece che accostarci alla sorgente che zampilla fredda acqua
dissetante?
Dio,
oggi, il nostro Dio, ci racconta che è vero, l'amore è la cosa più
importante della vita dell'uomo.
L'essere
nel cuore di qualcuno, essere apprezzato e stimato per quello che si è in
profondità, non per quello che si appare o si costruisce, l'essere
prezioso nella memoria di qualcuno, essere avvolto da una tenerezza che fa
dimenticare il dolore, questo e solo questo è il pieno destino dell'uomo.
Viviamo la nostra vita elemosinando amore, viviamo la nostra vita nella
segreta speranza di vedere il nostro cuore colmato di gioia. Ebbene:
Dio la pensa allo stesso modo, Gesù è venuto perché (lo dice lui!) la
nostra gioia sia piena (non a pezzettini) e per farlo dona la sua vita.
L'unico
problema: trovarci. Già, spesse volte il circuito d'amore viene
interrotto dalle nostre lentezze e chiusure, dalla nostra fatica e dal
nostro peccato. Se capissimo che Dio ci chiede soltanto di lasciarci
amare! Di lasciarci raggiungere dalla sua misericordia! Ed è ovvio che
l'amore cambia, mi cambia. Già lo fa l'amore di una persona. Figuriamoci
l'amore di Dio! Un amore senza condizioni, gratis, Dio non ci ama perché
amabili ma – amandoci – ci rende amabili e capaci di superare la parte
oscura che abita nel profondo di ciascuno di noi.
E,
di fatto, Giovanni nella sua prima lettera ci chiama ad essere testimoni
dell'amore. Con i fatti. Amare l'altro (chiunque esso sia) significa
mettere lui al centro della mia attenzione, significa lasciare che la sua
vita, i suoi interessi, il suo modo di essere venga rispettato, accolto,
valorizzato.
Essere
cristiani significa guardare l'altro (chiunque esso sia) negli occhi e
dirgli: "Ti voglio bene". Magari non sono d'accordo su come la
pensi, su cosa fai, ma ti voglio bene, desidero il tuo bene, ti aiuto, per
quanto io ne sia capace, a raggiungere il bene.
O
la nostra comunità, nella coscienza dei propri limiti, si lasci avvincere
dall'amore di Dio per diventare testimone credibile di questo amore, o la
nostra fede diventa inutile osservanza. Se il nostro cuore non brucerà più
d'amore il mondo morirà di freddo.
10
maggio: V domenica di Pasqua
"Rimanete
in me, e io in voi..."; sono le parole con le quali il Signore Gesù
ci
chiama alla comunione con lui, una comunione di vita. Colpisce
l'insistenza con la quale Gesù ci invita a rimanere in lui. Tutto questo
per sottolineare la condizione indispensabile, l'importanza vitale
dell'unione del discepolo con il suo Maestro per un'esistenza autentica e
ricca di frutti. Siamo invitati a rimanere alla presenza del Signore, a
lasciarsi incontrare da lui, a stare con lui, perché senza di lui non
possiamo fare nulla. Rimanere uniti a Lui significa rimanere nella verità;
essere alla scuola della verità vuol dire lasciare che la parola di Gesù
ci purifichi e tolga da noi tutto ciò che non è in sintonia con lui.
Apriamo il nostro cuore alla speranza, perché, con Cristo, è davvero
possibile vivere un'esistenza piena di frutti: il "molto" detto
con altrettanta insistenza da Gesù rivela chiaramente che non siamo
condannati all'insuccesso, che la nostra esistenza non è come una vite
disseccata. Anzi, la linfa vitale, sgorgando dalla grazia dei sacramenti e
dall'unione spirituale con il Signore, ci dà la garanzia dei frutti
abbondanti.
Per
una tale crescita, occorre però, essere potati e lasciarsi potare:
Ogni tralcio che porta frutto (il Padre mio) lo pota perché porti più
frutto (Gv. 15, 2). Che significa potare? Significa recidere i germogli
superflui e parassitari (i desideri e gli attaccamenti disordinati), perché
concentri tutta la sua energia in una sola direzione e così cresca
davvero. Il contadino è attentissimo, quando la vite si carica d'uva, a
scoprire e tagliare i rami secchi o superflui, perché non compromettano
la maturazione di tutto il resto. La persona che nella vita vuole fare
troppe cose, coltiva un'infinità di interessi e di hobby, si disperde.
Bisogna avere il coraggio di fare delle scelte, lasciar cadere interessi
secondari per concentrarsi su alcuni primari. La potatura è come la
scultura che leva pezzi di marmo che sono di troppo per far emergere
l'opera d'arte.
Un giorno Michelangelo, passeggiando in un giardino di Firenze, vide, in
un angolo, un blocco di marmo che sporgeva da sottoterra, mezzo ricoperto
di erba e di fango.
Si
fermò di scatto, come se avesse visto qualcuno, e rivolto agli amici che
erano con lui esclamò:
"In
quel blocco di marmo è racchiuso un angelo: debbo tirarlo
fuori".
E
armandosi scalpello, cominciò a togliere pezzi di marmo finché non
emerse la figura di un bell'angelo.
Anche Dio ci guarda e ci vede così: come dei blocchi di pietra, ancora
informi e dice tra sè: "Lì dentro è nascosto ognuno di noi...
voglio tirarlo fuori!" E prende lo scalpello che è la croce e
comincia a lavorarci, comincia a potare... Tra le opere di Michelangelo ce
ne sono alcuni cosiddette "incompiute"...
Figure
appena abbozzate... Forse Michelangelo non ha avuto tempo per
terminarle?
Forse
nella sua capacità di vedere dentro... le ha lasciate così,
affinché
possiamo prendere coscienza di ciò che noi siamo: esseri incompiuti, in
formazione...
Rimanere
in Cristo è permettere allo Spirito di lavorarci secondo l'immagine del
Figlio, Uomo perfetto.
3
maggio: IV domenica di Pasqua
Gesù
ai suo apostoli svela che egli è l'unico Pastore, che sa dove condurli,
che lo fa seriamente, che lo fa con passione. La sua morte non è stata un
incidente di percorso, ma l'offerta della sua vita per le sue pecore. Gli
apostoli hanno vissuto con Gesù per tre lunghi anni. Solo dopo la
resurrezione superano l'approccio superficiale che hanno avuto a Gesù e
cominciano ad esplorare le profondità del Mistero.
Chi conduce la mia vita?
L'autonomia e l'indipendenza sono realtà più teoriche che pratiche:
siamo impregnati di pregiudizi, distratti dalle attese di chi ci sta
intorno, sedotti dal modello di vita che ci raggiunge attraverso i
media.
Sono
molti i pastori della nostra vita: il temperamento, l'educazione, ciò che
gli altri si aspettano da noi,
i
modelli sociali... É normale, inevitabile che sia così: rendersene conto
è il primo passo per scegliere e cambiare. Per scegliere quale pastore ci
convenga seguire.
Gesù è caustico e ci offre un criterio di giudizio: gli altri pastori ci
guidano per un loro tornaconto, sono mercenari. Lui, invece, offre la sua
vita per amore delle sue pecore. Il sospetto è più che legittimo: chi mi
chiede di adeguarmi agli standard della contemporaneità molto spesso mi
vende le soluzioni, chi si aspetta da me delle cose lo fa più per sé che
per me.
Gesù no, il suo interesse è il mio bene, il suo unico desiderio è che
io possa pascolare in prati erbosi e dissetarmi a sorgenti d'acqua. Egli
è morto per indicarmi la strada, ha donato la sua vita per la mia.
Gesù dice di essere l'unico pastore che mi ama, che mi conosce e mi
valorizza. Gli altri padroni sono mercenari, mi amano per avere un
tornaconto. Vero, molto vero: al datore di lavoro stai simpatico se
produci, a volte anche i tuoi amici e i tuoi parenti ti amano a patto di
comportarti secondo ciò che essi si aspettano. All' allenatore vai bene
se diventi un campione.
Dio ci ama gratis, quando lo capiremo? Non ci ama perché siamo buoni ma,
amandoci, ci rende buoni.
Il suo amore senza condizioni è vero e serio: Gesù sceglie di donare la
sua vita, non vi è costretto, lo desidera e lo fa', perché davvero ci
ama...
Anche noi, a sua immagine, siamo chiamati ad amare, a dire ai fratelli che
non credono quale è il vero volto di Dio, ad allontanare i mercenari che
ci considerano validi solo se produciamo o consumiamo. Vivere da pecore
(non da pecoroni!) significa prendere sul serio le parole di Gesù,
riferirsi a lui nelle scelte quotidiane, amare e amarci come lui ci ha
chiesto, insomma vivere da risorti, da salvati.
Non si tratta di salvare il mondo, il mondo è già salvo, si tratta ci
creare degli spazi di verità in cui ognuno possa essere se stesso,
possa realizzare il desiderio di Dio.
Nel realizzare questo grande sogno, aspettando che il Regno contagi ogni
uomo e lo renda felice, aspettando il ritorno glorioso del Maestro, ognuno
scopre di essere amato e di avere un progetto (grande) da realizzare. Che
sia un premio Nobel o una colf poco importa, ognuno ha un destino da
realizzare, una vocazione da vivere.
In questa domenica tutta la Chiesa prega per le vocazioni: che ogni uomo
scopra il suo ruolo e la sua chiamata a diventare santo cioè come Dio,
amante come lui.
26
Aprile: III domenica di Pasqua
Gli
apostoli, un po' scoraggiati per le troppe emozioni vissute, stentano a
riconoscere Gesù; eppure piano piano, come Tommaso, come i due di Emmaus
che ricompaiono all'inizio di questo brano, come a Maria di Magdala nel
giardino, i loro cuori si aprono.
Tre sono gli aspetti che vengono coinvolti dalla venuta del Signore
risorto: uno intellettuale ("aprì loro la mente all'intelligenza
delle Scritture"), uno affettivo ("per la grande gioia") e
uno operativo ("Di questo voi siete miei testimoni"). Sono tre
aspetti essenziali della fede, perché Gesù non resti un
"fantasma", qualcuno di evanescente, ma diventi per ciascuno di
noi un commensale, un compagno di viaggio. L'aspetto intellettuale
anzitutto: nel nostro mondo iper-specializzato, in cui sono necessari
vent'anni di studio per ottenere una qualifica, lasciamo la fede nel mondo
dell'approssimativo e dell'infantile. Il Signore ci apre la mente
all'intelligenza delle Scritture: dedichiamo tempo a leggere e capire la
Parola, a renderla viva nella nostra vita. Abbiamo il coraggio
dell'ascolto, del capire, come i discepoli di Emmaus che in quel
crepuscolo ricevettero da Cristo stesso la spiegazione delle Scritture. Un
secondo aspetto viene coinvolto dalla presenza del Cristo: quello
affettivo; i discepoli provano una grande gioia, quasi un turbamento, nel
vedere il Signore. Finché non saremo conquistati dalla bellezza e dalla
gioia che scaturisce dalla presenza del Cristo, non potremo veramente
dirci cristiani. Infine l'aspetto della testimonianza, della concretezza,
del contagio: la fede diventa testimonianza. Attenti: niente crociate con
il crocifisso in mano, per carità, ma la capacità di rendere ragione del
nostro comportamento. Il Signore è venuto per portarci la pace interiore,
il perdono che è la profonda riconciliazione con noi stessi e con gli
altri. Lasciamoci raggiungere senza paura: il Signore ancora oggi ci
ripete: "sono proprio io!"
19
aprile: II domenica di Pasqua
Passare
dal “vedere per credere” al “credere per vedere”.
L’evangelista
Giovanni ha aperto il suo racconto con questa annotazione: “la sera di
quello stesso giorno, il primo dopo il sabato”, per farci rendere conto
che, in continuità con quanto abbiamo ascoltato domenica scorsa, siamo
ancora nel giorno della Risurrezione, il giorno che lo aveva visto
impegnato, insieme a Pietro e alla Maddalena, in quella corsa frenetica
che li aveva portati a contemplare un sepolcro vuoto, delle bende per
terra e un sudario ben “piegato in un luogo a parte”. Segni di un
vuoto e di un’assenza che attendevano di essere colmati dal dono di una
presenza.
Ed
ecco che, mentre i discepoli - ancora turbati per aver trovato il sepolcro
vuoto - si ritrovano insieme per tentare di superare lo smarrimento che
attraversava il loro cuore, il Signore si manifesta loro… ma - ci dice
il racconto - “Tommaso non era con loro”. E non credo di sbagliarmi
nel dire che la sua assenza quel giorno di Pasqua all’annuncio e alla
manifestazione del Signore risorto è stata provvidenziale… la sua
assenza aiuta il gruppo degli undici, e ciascuno di noi, a passare dal
“vedere per credere” al “credere per vedere”.
Per
noi è più preziosa l’incredulità di Tommaso che non la fede
dei discepoli perché come lui anche noi tante volte viviamo la fatica di
ricostruire la nostra fede a partire dallo scandalo e dalla stoltezza
della croce.
Chi
di noi, del resto, dinanzi i momenti di sconforto e di delusione non ha
vissuto le sue stesse difficoltà, la sua stessa fatica?
E, allora è una grazia, in questa seconda domenica di Pasqua, incontrare
nuovamente la sua persona che ci aiuta a dare voce all’umanità di
ciascuno di noi, davanti all’incredibile mistero del Risorto.
Tommaso
ci è ripresentato per scuoterci e per ravvivare la gioia della Pasqua,
aiutandoci a passare dalle semplici sensazioni alla certezza della fede.
Si ripresenta con il solito attributo di “incredulo” e con l’onore
(pensate al detto “sono come san Tommaso…”) di essere tirato in
causa ogni volta che l’uomo per credere vuole vedere.
Ma è solo credendo che possiamo vedere Cristo adesso, o meglio lo
intravediamo, lo riconosciamo presente “dentro” la vita quotidiana,
nella monotonia dei nostri giorni, a volte lieti, a volte tristi…
È
l’invito che ci rivolge sempre Giovanni nella II lettura che abbiamo
ascoltato, quando ci dice che chiunque crede che Gesù è il Cristo fa
esperienza della vita che viene da Dio, una vita che vince ogni morte,
ogni monotonia, una vita che, grazie alla fede nell’opera di Dio,
sconfigge il mondo.
Ecco allora che la ripresa della vita ordinaria sarà, per noi, il luogo
in cui vivere la concretezza della fede.
Non
a caso oggi è la domenica della Divina Misericordia. Solo un Amore così
grande poteva toccarci fino al più profondo della nostra incredulità per
rivelarci la potenza della sua Passione.
Cristo
appare risorto con i segni delle sue ferite, alle mani, ai piedi, al
costato.
E
di là, proprio attraverso quei segni così vicini alla nostra umanità,
quasi spiragli attraverso cui mettere il nostro sguardo come Tommaso, noi
oggi intravediamo la sua eterna Misericordia.
Preghiamo, allora, in questa messa invocando l’aiuto e l’intercessione
di san Tommaso, patrono, come dice un mio amico, di tutti coloro che
buttano il cuore oltre l'ostacolo, perché, quando sperimentiamo il
fallimento della vita, ci aiuti a ritrovare l’entusiasmo.
Preghiamolo perché quando ci ritroviamo feriti dalle nostre incredulità,
ci aiuti a rifissare lo sguardo sullo splendore del risorto di cui abbia
accolto l’annuncio pasquale.
E,
allora, Pasqua significherà per noi accettare ed amare la nostra e
l’altrui fragilità, facendo di essa il luogo in cui il Signore può
manifestare la sua misericordia e lo splendore della sua risurrezione.
10
aprile: Venerdì santo
Volgeranno
lo sguardo a Colui che hanno trafitto
E
siamo così al Venerdì Santo, giorno della passione e della crocifissione
del Signore. Ogni anno, ponendoci in silenzio di fronte a Gesù appeso al
legno della croce, avvertiamo quanto siano piene di amore le parole da Lui
pronunciate la vigilia, nel corso dell’Ultima Cena. "Questo è il
mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti" (cfr Mc
14,24). Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la
remissione dei peccati dell’umanità. Come di fronte all’Eucaristia,
così di fronte alla passione e morte di Gesù in Croce il mistero si fa
insondabile per la ragione. Siamo posti davanti a qualcosa che umanamente
potrebbe apparire assurdo: un Dio che non solo si fà uomo, con tutti i
bisogni dell'uomo, non solo soffre per salvare l’uomo caricandosi di
tutta la tragedia dell’umanità, ma muore per l’uomo.
La
morte di Cristo richiama il cumulo di dolore e di mali che grava
sull’umanità di ogni tempo: il peso schiacciante del nostro morire,
l’odio e la violenza che ancora oggi insanguinano la terra. La passione
del Signore continua nella sofferenze degli uomini. Come giustamente
scrive Blaise Pascal, "Gesù sarà in agonia fino alla fine del
mondo; non bisogna dormire durante questo tempo" (Pensieri,
553). Se il Venerdì Santo è giorno pieno di tristezza, è dunque al
tempo stesso, giorno quanto mai propizio per ridestare la nostra fede, per
rinsaldare la nostra speranza e il coraggio di portare ciascuno la nostra
croce con umiltà, fiducia ed abbandono in Dio, certi del suo sostegno e
della sua vittoria. Canta la liturgia di questo giorno: O Crux, ave,
spes unica – Ave, o croce, unica speranza!"
(Benedetto XVI)
Riflessione
A
far "santo" questo venerdì non è la sofferenza di una morte in
croce, ma è l'amore "fino alla fine" che ha portato il Figlio
di Dio a morire in croce. Questo è l'amore più forte della morte perché
sa abbracciare anche la morte e superarla con l'amore. È l'unico giorno
in cui non si celebra la messa: il grande Sacerdote, il mediatore fra il
cielo e la terra, infatti, ha le mani inchiodate, è sospeso fra cielo e
terra e grida l'oscurità e il silenzio del cielo su una terra dove s'è
fatto buio. Il crocifisso è il Dio spogliato, annichilito, tutto dato;
per questo è il Dio per ognuno, senza alcuna distinzione, il Dio anche
per gli atei, o per quelli che non riescono ad esprimere la propria fede
in alcun modo perché anch'essi inchiodati, poveri, inermi, vittime.
Tutti davanti alla croce, dunque, ma anche tutti sulla croce.
"Coraggio, allora – scriveva don Tonino Bello – tu che soffri
inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della
solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell'abbandono. Non
imprecare, sorella che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male
che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato
alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non abbatterti fratello
povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente
e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di
amarezza".
Il Vangelo dice che "da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si
fece buio su tutta la terra" Un tempo lunghissimo per chi agonizza
inchiodato, ma non infinito: "Tra poco – continua don Tonino – il
buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori
verginali e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga".
Torna alla memoria anche un altro racconto del vescovo don Tonino:
"Nel duomo vecchio di Molfetta, c'è un grande crocifisso di
terracotta. L'ha donato, qualche anno fa', uno scultore del luogo. Il
parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l'ha addossato alla
parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta:
collocazione provvisoria. La scritta, che in un primo momento avevo
scambiato come intitolazione dell'opera, mi è parsa provvidenzialmente
ispirata... Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula
migliore per definire la croce. La mia, la tua croce, non solo quella di
Cristo... Coraggio, fratello che soffri. La tua croce, anche se durasse
tutta la vita, è sempre collocazione provvisoria. Da mezzogiorno alle tre
del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime
umane... Coraggio, fratello che soffri. C'è anche per te una deposizione
dalla croce. C'è anche per te una pietà sovrumana. Ecco già una mano
forata che schioda dal legno la tua. Ecco un volto amico, intriso di
sangue e coronato di spine, che sfiora con un bacio la tua fronte
febbricitante. Ecco un grembo dolcissimo di donna che ti avvolge di
tenerezza. Tra quelle braccia materne si svelerà, finalmente, tutto il
mistero di un dolore che ora ti sembra assurdo... Tra poco, il buio cederà
il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali e il
sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga".
9
aprile: Giovedì santo
"Li
amò sino alla fine"
Nella Messa del pomeriggio, chiamata in Coena Domini,
la Chiesa commemora l’istituzione dell’Eucaristia, il Sacerdozio
ministeriale ed il Comandamento nuovo della carità, lasciato da Gesù ai
suoi discepoli. Di quanto avvenne nel Cenacolo, la vigilia della passione
del Signore, san Paolo offre una delle più antiche testimonianze. «Il
Signore Gesù, - egli scrive, all'inizio degli anni cinquanta, basandosi
su un testo che ha ricevuto dall’ambiente del Signore stesso - nella
notte in cui veniva tradito, prese del pane e , dopo aver reso grazie, lo
spezzò e disse: "Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo
in memoria di me". Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il
calice, dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue;
fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (1Cor
11,23-25). Parole cariche di mistero, che manifestano con chiarezza il
volere di Cristo: sotto le specie del pane e del vino Egli si rende
presente col suo corpo dato e col suo sangue versato. E’ il sacrificio
della nuova e definitiva alleanza offerta a tutti, senza distinzione di
razza e di cultura. E di questo rito sacramentale, che consegna alla
Chiesa come prova suprema del suo amore, Gesù costituisce ministri i suoi
discepoli e quanti ne proseguiranno il ministero nel corso dei secoli. Il
Giovedì Santo costituisce pertanto un rinnovato invito a rendere grazie a
Dio per il sommo dono dell’Eucaristia, da accogliere con devozione e da
adorare con viva fede. Per questo, la Chiesa incoraggia, dopo la
celebrazione della Santa Messa, a vegliare in presenza del Santissimo
Sacramento, ricordando l’ora triste che Gesù passò in solitudine e
preghiera nel Getsemani, prima di essere arrestato per poi venire
condannato a morte.
(Benedetto XVI)
Riflessione
E’ diversi
giorni che leggo e rileggo questo stupendo brano della parola di Dio. La
mia attenzione si ferma sempre lì, sulle mani di Gesù che stringono i
piedi dei discepoli.
Mi immagino la faccia dei dodici, le occhiate furtive tra di loro,
l’imbarazzo. Che sia veramente impazzito? Lo seguono con lo sguardo, in
silenzio. Si alza da tavola. Si spoglia dei suoi vestiti. Si copre con un
grembiule. Prende un secchio, dell’acqua e si mette a lavare i loro
piedi. Uno per uno. Senza fretta. Li asciuga con il grembiule che si è
annodato in vita. E poi si riveste e si risiede ancora con i suoi.
Silenzio. Nuovo imbarazzo.
La mia attenzione si ferma lì e ogni volta sono invaso dallo stupore. Gesù
non prende tra le mani la testa dei discepoli, con tutti i loro sogni, gli
ideali e i propositi. Il Figlio di Dio si mette in ginocchio davanti alla
ciurma scompaginata dei suoi amici e prende tra le sue mani i loro piedi,
cioè il contatto con la terra, le fragilità, le debolezze, le povertà.
I piedi sono l’equilibrio, il cammino e reggono tutto il peso del corpo.
I piedi dicono verso dove stiamo andando e verso chi stiamo camminando. I
piedi possono fare radici, sprofondare nell’immobilità e gonfiarsi di
egoismi.
Questa sera, i nostri piedi, sono nelle mani di Gesù. Così come sono,
senza prelavaggi. Il Rabbi di Nazareth ci spoglia di tutte le nostre
maschere e di tutte le nostre corazze. Davanti a Lui possiamo essere
quello che siamo, non dobbiamo vestire altri panni o entrare nel ruolo.
Davanti a Gesù possiamo davvero svestirci di tutti i nostri
travestimenti. Lui conosce il nostro cuore, sente vibrare le nostre
passioni e i nostri dolori, conosce la nostra sete di verità e le povertà
quotidiane del nostro vivere.
Di nuovo in ginocchio, il grembiule ai fianchi, chinato, giù, sui piedi.
I nostri, questa sera. Non alza la testa sopra la caviglia, non fa
differenze tra gli amici e i nemici, tra i fedeli e i traditori. I piedi
di Giovanni e i piedi di Giuda sono passati nelle Sue mani senza
distinzioni.
Questo è il mandato che il Maestro ci lascia, questo è il volto
dell’amore che la comunità cristiana deve incarnare. Mettiamo un po’
da parte i nostri litigi tra fedeli e super-fedeli. I veri nemici da
combattere sono il peccato, la tiepidezza, la superficialità, la
chiusura… e non quelli del tal gruppo parrocchiale che fa una cosa un
po’ diversa dal solito! Finiamola di allarmarci per le campane stonate o
le sacrestie disordinate, c’è altro da intonare e da ordinare!
Le nostre comunità si muniscano di acqua, di catini e di grembiuli per
dare mani e passione all’annuncio del Vangelo. Anche noi in ginocchio,
giù, senza mai alzare la testa sopra la caviglia per non distinguere i
nemici dagli amici. Il tintinnio dell’acqua risuonerà per il vagabondo
come per l'industriale, per l’ateo come per il monaco, per il bravo papà
come per il carcerato, per gli sposi fedeli come per i separati, per
l’amico sincero come per chi da mesi non saluta più. Lo faremo senza
far troppo rumore, in silenzio, come ha fatto Gesù quella sera. Lo faremo
con passione e con umiltà. Nelle nostre orecchie risuoneranno ancora le
Sue parole e sui nostri piedi sentiremo ancora la stretta delle mani del
Rabbi di Nazareth.
CONTEMPLAZIONE
Non ti troverò,
Signore, sugli altari delle mie celebrazioni interiori, se non avrò prima
incontrato il tuo sguardo di schiavo che lava i miei piedi. Sì, schiavo
di quell'Amore che domina il creato da quando nostro Padre ci amò e soffiò
nella creta muta il suo spirito vivente. Tu, Creatore del mondo, sei qui,
ai piedi di creature dal cuore indurito che non ti riconoscono nelle vesti
di servo ma ti vogliono vedere sul trono dei forti. Povero cuore di un
Dio, calpestato dai passi dei tuoi amici che col boccone di grazia
ingoiano il demonio delle loro passioni! Povero cuore di un Dio,
mendicante di amore per sempre. Non hai tu bisogno di amore, ma ci chiedi
unicamente di farci amare noi da te. Neanche questo ti concediamo, e quei
piedi che tu lavi come una madre fa con i suoi figli più piccoli quante
volte ci colpiscono il volto! Quando?! Quando ti cerchiamo dappertutto
all'infuori di lì dove sei, nel pane duro di ogni giorno, nella polvere
dei nostri passi, alla tavola della nostra cena.
8
aprile: Mercoledì santo
"Sono
forse io, Signore?"
Riflessione
Ascoltiamo di
nuovo con sgomento il patteggiamento di Giuda per consegnare Cristo ai
sommi sacerdoti: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?». E
quelli gli fissarono trenta monete d'argento. Da quel momento cercava
l'occasione propizia per consegnarlo". Così viene venduto l'Agnello
pasquale, così basso è il prezzo della vittima divina! Intanto si
avvicina la pasqua, è la pasqua ebraica, l'ultima celebrata con quel rito
antico, la prima nuova pasqua di Cristo, turgida di misteri e pregnante di
amore. Proprio mentre si celebrano i grandi segni della misericordia,
mentre la novità di Cristo sta per emergere in tutto il suo fulgore, lo
stesso Signore deve preannunciare il tradimento di uno dei suoi discepoli.
È quasi incomprensibile alla mente umana questo assurdo e meraviglioso
intreccio: l'amore che perdona e il peccato che uccide. Questa è però la
nostra storia più vera, la storia dell'umanità e la storia di ogni uomo,
che ama, è amato, rinnega l'amore e poi diventa anche traditore. Anche se
ci ripugna, dobbiamo ammettere che Giuda non è poi tanto lontano e
diverso da noi. Capita anche ai prediletti di rinnegare l'amore, di
vendere Cristo per poche briciole di presunta felicità e il tradimento
degli amati è sempre il più doloroso. "Colui che ha intinto con me
la mano nel piatto, quello mi tradirà". È ancora un figlio amato
che lascia la casa paterna per avventurarsi, avido di libertà,
nell'ignoto, nella valle dei porci. "Il Figlio dell'uomo se ne va,
come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo
viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!».
Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu
l'hai detto». Sta per consumarsi il tradimento e il sacrificio: siamo
tentati di pensare che possa essere Cristo a soccombere, ma fra breve ci
sarà dato di scoprire l'eterna verità: Cristo risorge glorioso e
trionfante, Giuda lo vedremo impiccato ad un albero. Non vogliamo privarci
della speranza che anch'egli abbia trovato la misericordia divina
dall'albero della croce e della vita, ma siamo certi che il vincitore è
Lui, il venduto per trenta denari, il tradito da un suo discepolo.
7
aprile: Martedì santo
"Quello
che devi fare fallo al più presto"
Riflessione
Nemmeno il tradimento di
Giuda, riesce ad ostacolare la bellezza del progetto di Dio; nemmeno i
nostri tradimenti riescono a sconfiggere o a scalfire l'amore di un Dio
che dà la sua vita per la salvezza dell'uomo: tanto amore riesce a fare
di noi persone migliori? Gesù rivela il limite dell'uomo che talora,
con troppa facilità, volta le spalle: Giuda tradirà e Pietro rinnegherà
ciò che in un momento di entusiasmo aveva affermato.
Anche noi commettiamo dei
tradimenti: ogni volta che veniamo meno ai nostri ideali; ogni volta che
veniamo meno agli impegni presi; ogni volta che abbandoniamo quei legami
affettivi che ci richiedono impegno per rincorrerne altri più frivoli e
interessati; ogni volta che riveliamo una fragilità dell'amico, per
sminuirne la sua immagine, volendo gonfiare la nostra. Ogni tradimento
ha all'origine una storia d'interessi e di egoismi. Gesù spezza questa
catena "precedendo" il tradimento di Giuda. Non sarà infatti
Giuda a consegnare Gesù in mano ai Giudei, ma sarà Gesù stesso,
facendo di quella scelta un capolavoro nell'amore, a consegnarsi.
C'è una frase in questo
Vangelo che sempre mi ha interrogato: "Quello che devi fare, fallo
subito." Perché Gesù ha detto questo a Giuda? La spiegazione più
bella mi sembra contenuta nella logica dell'amore: Gesù ha così tanto
desiderio di salvarci che, in un certo senso", non vede l'ora di
poterlo fare. Sa che Giuda, uscendo da quel banchetto speciale, andrà a
"consegnare Gesù", ma Gesù si è già consegnato all'amore
totale, all'amore fino alla fine e ha in un certo senso un desiderio
immenso di vederci tutti salvati da questo amore.
E' assurdo, ma in ogni
nostro tradimento, Gesù ci ha anticipato l'amore, e se solo abbiamo il
coraggio di volgere il nostro sguardo verso di Lui, ci rendiamo conto
che abbiamo solo tradito noi stessi, perché il suo amore rimane, fermo,
inchiodato a quella Croce, fedele sino alla fine.
6
aprile: Lunedì santo
"I
poveri infatti li avete sempre con voi,
ma
non sempre avete me"
Riflessione
Inizia la
Settimana Santa. Sono giorni preziosi, come è preziosa quella libbra di
olio profumato di vero nardo che Maria cosparge sui piedi di Gesù.
Preziosa non solo per il suo valore commerciale: 300 denari, non poca
cosa, ma preziosa soprattutto per il suo valore simbolico. In questi
giorni ho ascoltato l'esperienza di un giovane che dopo una vita da
"dissoluto" arriva dalla madre in punto di morte. La Madre lo
abbraccia e muore tra le sue braccia. Quale valore ha quell'abbraccio?
Quale valore hanno le ultime parole di uno che muore?, o i suoi ultimi
gesti?, o le cose che ci affida?
Quell'olio
profumato è prezioso perché in fondo Maria sembra l'unica a comprendere
che Gesù sta donando la sua vita fino in fondo. Il suo è un gesto
profetico, anticipa il rito della sepoltura, anticipa l'olio con cui il
suo corpo verrà cosparso dopo la morte. E' un gesto pieno di tenerezza,
di amicizia, di calda accoglienza. Gesù ha voluto trascorrere in casa di
amici i suoi ultimi giorni e Maria desidera dimostrargli tutta l'amicizia,
la limpidezza sul suo amore. Per Giuda quell'olio sparso su Gesù è uno
spreco inutile, si poteva vendere per i poveri, ma lui non ha capito chi
era Gesù. Maria, unica tra tutti, comprende che Gesù sta consegnando la
sua vita, Maria comprende che in questo momento Gesù, è il più povero
tra tutti e che quell'olio gli appartiene.
Gesù,
incarnandosi, ha già consegnato la sua vita di Dio, ora consegna la sua
vita come uomo, e si fa povero anche della sua stessa vita; è il più
bisogno di affetto, e quell'olio cosparso con tenerezza è la risposta
umana ad un Dio che si è fatto uomo.
In fondo Maria
ci insegna come stare accanto a Gesù, ai poveri, agli ultimi: essere
accanto a loro con Gesù. La strada che lei ha percorso sino a baciare i
piedi del maestro, è la via della salvezza, è la via di Gesù: i poveri
saranno sempre con noi nella vita di ogni giorno e loro stessi possono
dirci quanto hanno bisogno dell'unguento dell'amore e della giustizia. Gesù
si fa povero tra i poveri e ci insegna a "sprecare", come Maria,
la nostra tenerezza, il nostro amore, dandoci ai poveri, agli ultimi. Il
povero non ha solo bisogno di cose materiali come Giuda pensava, ma anche
del nostro amore, della nostra bellezza, della nostra compassione...
Questo Vangelo,
all'inizio della Settimana Santa, vuole renderci particolarmente sensibili
e attenti ad ogni gesto, a non ritenere in più nulla che venga fatto con
amore.
5
aprile: Domenica delle Palme
«Davvero
quest’uomo era Figlio di Dio!»
Riflessione
«Prendete,
questo è il mio corpo... Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è
versato per molti». Con queste parole, Gesù, ci hai detto qual è il
senso del momento più importante nonchè il più doloroso della tua vita:
la tua morte! Tu Gesù sei stato ingannato, tradito, percosso, giudicato
reo di morte, oltraggiato, deriso, schiaffeggiato, messo in catene,
spogliato, crocifisso! E' la volontà del Padre nostro che si è
realizzata, è la tua disponibilità, quella di un Dio in grado di offrire
il proprio corpo e il proprio sangue in sacrificio, che ha permesso la
realizzazione della salvezza per molti. Sì molti, tutti sono salvati dal
Tuo corpo e dal Tuo sangue, Gesù: ogni giorno nelle nostre chiese il Tuo
sacrificio diventa per noi la salvezza. Gesù tu ci permetti di mangiarti,
di nutrirci con il Tuo corpo e il Tuo sangue. Tu diventi in noi comunione,
sì comunione con l'amore del Padre: attraverso di Te sperimentiamo la
grazia, attraverso Te il nostro corpo diventa un tutt'uno col Tuo, con
l'Amore. Quell'amore che nutre il nostro spirito, quell'amore cui tu non
hai saputo dire di no, quell'amore che oggi ci raggiunge ovunque noi
siamo: nella nostra condizione attuale, ognuno con la propria storia di
vita, nessuna più bella di un'altra, nessuna più importante nè più
interessante di un'altra perchè Tu non hai fatto distinzioni, hai amato
proprio tutti, Gesù, non hai escluso nessuno, nemmeno i tuoi accusatori,
nè i tuoi crocifissori. Oggi mi è data solo la possibilità di leggere
ciò che ti è accaduto, mi sembra di essere lì, Gesù, nel mio cuore
sento che vorrei fare qualcosa per te. Quando leggo che hai avuto paura,
che ti sei angosciato, che eri triste mi si stringe il cuore, sento che
vorrei essere stato lì con te, forse non avrei dormito, forse avrei
pregato per Te, ti avrei sostenuto...ma poi mi osservo, mi guardo oggi nel
mio presente in cui Tu mi chiedi di vegliare, Tu mi chiedi di sostenerti
ed io spesso mi addormento, spesso ti rinnego e non mi accorgo che Tu sei
ugualmente triste, che Tu mi stai chiedendo qualcosa affinchè le
sofferenze che hai vissuto possano avere un senso: quello di rendermi
felice, quello di rendere la mia vita realizzata, amata! Non hai
desiderato altro Gesù! In quel grido straziante sulla Croce, in
quell'urlo di dolore che tu stavi provando nella Tua carne, c'era anche la
mia vita, c'era anche la mia sofferenza. Sei divenuto uomo perchè volevi
sentire quello che sento anch'io, la mia stessa esperienza, il mio stesso
dolore....chiamavi il Padre per me, urlavi il Suo nome affinchè non mi
abbandonasse e mi hai insegnato a restare su quella Croce comunque,
malgrado il dolore, malgrado il patire. No! Tu non sei sceso, l'amore che
ti guidava era più forte di ogni dolore e quell'amore era per me, è per
me! Ed io Gesù lo avverto, lo vivo tutto, lo sento nella pelle che Tu mi
ami, che Tu per me sei morto, che Tu hai resistito nel silenzio a tutto ciò
che ti veniva detto...il tuo silenzio! Quel silenzio che ancora oggi
spesso avverto nella mia vita, quando sembra che Tu non ci sei: qualunque
cosa io ti chieda, qualunque accusa io muova verso di te, Tu non rispondi,
sembri assente....e invece, Gesù, Tu stai lì, ascolti tutta la mia
incomprensione, la mia incapacità di vedere la verità, quella nascosta
nella Tua volontà, in quella del Padre! La mia incredulità, la mia
incoerenza, il mio peccato ti rende silenzioso vorresti che io capissi,
che io comprendessi il Tuo silenzio....ma in quel silenzio, mi hai
insegnato, che Tu mediti qualcosa di grande, che Tu ti stai preparando
all'ennesimo sacrificio d'amore per me...ti prepari ad una nuova Croce,
questa volta è la mia, sei pronto a caricarla sulle Tue spalle, a
portarla per me...ma io ti dico: no, Gesù! Hai fatto abbastanza, ora ho
capito cos'è il sacrificio e so nel mio cuore che nessuna Croce può
essere tanto pesante di quella che hai portato Tu per me. La vivrò come
l'hai vissuta Tu, la sosterrò con la stessa forza, con lo stesso amore e
questa volta sarò io ad offrire a Te il mio dolore, la mia fatica, il mio
soffrire...è Tuo Signore, perchè ti amo.
4
aprile: Sabato della V settimana di Quaresima
"Che
facciamo? Quest'uomo compie molti segni"
Riflessione
Questo brano
illustra la reazione opposta al segno della risurrezione di Lazzaro: molti
spettatori del miracolo credono in Gesù, i capi del popolo decretano la
sua morte, ostinandosi nella loro cecità volontaria. Questo brano ha
un profondo significato teologico. Non solo determina che Gesù deve
morire, ma stabilisce anche lo scopo e l'effetto di questa morte: egli
muore "per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi".
Questo è uno dei pochi brani del vangelo di Giovanni che parla del valore
salvifico della morte di Gesù. Il prodigio della risurrezione di Lazzaro
ha favorito la fede di molti giudei venuti da Maria. I segni operati da
Gesù devono favorire la fede. Bisogna credere nel Figlio di Dio almeno
per i segni eccezionali da lui operati. Tuttavia la fede profonda deve
prescindere dal vedere, per cui Gesù proclama beati i discepoli che
credono senza aver visto.Non tutti i giudei presenti a Betania hanno
creduto, anzi alcuni andarono subito ad informare i sommi sacerdoti e i
farisei i quali prendono occasione da questa notizia per radunare
d'urgenza il consiglio supremo. I sommi sacerdoti e i farisei mostrano la
loro preoccupazione per il comportamento di Gesù e implicitamente
riconoscono la loro impotenza dinanzi ai segni operati da lui.
L'ammissione che Gesù compie molti prodigi non stimola i giudei a
credere, ma al contrario li spinge a prendere misure repressive nei suoi
confronti. La preoccupazione maggiore dei capi religiosi degli ebrei è di
carattere politico: essi temono di perdere il potere. Quando Giovanni
scriveva il suo vangelo, la deportazione degli ebrei e la distruzione di
Gerusalemme operata dai romani era un fatto compiuto. I capi del popolo
che temevano dei disastri sociali a motivo della fede in Cristo, non
previdero che questi mali sarebbero stati una conseguenza della loro
incredulità, un castigo per aver rifiutati il loro Messia. Caifa nel suo
intervento dichiara che è conveniente sacrificare un uomo per evitare la
rovina dell'intera nazione. Per l'evangelista queste espressioni di Caifa
acquistano un significato molto profondo. Gesù muore a favore dell'intera
umanità, per donare la vita al mondo, per salvare il gregge di Dio, per
santificare i discepoli nella verità. I figli di Dio sono i discepoli di
Gesù, generati da Dio. Il loro distintivo è la fede e l'amore. Questo
popolo che è stato acquistato dal Signore è la Chiesa, la sposa santa e
immacolata di Cristo. La morte di Cristo ha una finalità salvifica perché
raduna in unità i dispersi figli di Dio. Il peccato è divisione, la
salvezza è vita in unità con Dio e con i fratelli. La morte di Gesù
realizza l'oracolo di Ezechiele 34, 12-13 che prediceva la riunione delle
pecore del Signore, radunandole da tutte le regioni nelle quali erano
state disperse, per formare un solo gregge condotto da un solo pastore.
Dopo la decisione del sinedrio Gesù si ritira ai margini del deserto di
Giuda. Questi avvenimenti si verificarono a pochi giorni dalla Pasqua. I
giudei che abitavano in campagna salivano qualche giorno prima della
solennità per purificarsi secondo le prescrizioni della legge,
sottoponendosi ai riti di aspersione con il sangue degli agnelli. Questi
pellegrini cercano Gesù. La loro ricerca era sincera. Questi pii
campagnoli osanneranno Gesù in occasione del suo ingresso trionfale in
Gerusalemme.
3
aprile: venerdì della V settimana di Quaresima
"Tu,
che sei uomo, ti fai Dio"
Riflessione
Gesù viene
accusato di bestemmia, Gesù viene minacciato con le pietre, vogliono
lapidarlo, vogliono ucciderlo, Gesù viene costretto a scappare via, a
sfuggire dalle mani degli accusatori....Gesù! Sì, non hai capito male,
proprio Gesù! Lui che ha compiuto miracoli, ha insegnato nel tempio, ha
guarito dalle malattie, ha liberato dalla schiavitù del peccato, ha
annunciato l'Amore del Padre è stato accusato. Chi ha accusato Gesù? Chi
lo condanna? Chi desidera lapidarlo? Coloro che non credono che Gesù è
Dio! E' questa la condanna, è questo ciò che ogni giorno uccide Gesù...è
quella pietra del tuo e del mio cuore indurito che colpisce ancora Gesù,
che lo allontana, che lo costringe a fuggir via da noi! La sua vita, le
sue parole, i suoi gesti sono ancora oggi sotto i nostri occhi, Gesù
opera continuamente nella nostra vita. Basta accostarsi alla Parola,
mangiare il suo corpo, bere il suo sangue e fare esperienza di Lui, dare a
Lui la possibilità di incarnarsi ancora oggi attraverso il nostro corpo
che Lui stesso continua a nutrire, a custodire. Dio si è fatto uomo per
entrare pienamente nella nostra vita, ha vissuto come me, come te, le
stesse difficoltà, una vita in carne ed ossa. L'ha vissuta per indicarci
la strada per vivere la nostra, per avere l'opportunità di guardarci
negli occhi, di toccare i nostri corpi e renderci santi. Divenendo uomo
Dio ha accorciato le distanze, è diventato simile a me, simile a te per
essere come me e dirmi che io posso essere come Lui, posso vivere come Lui
nell'amore del Padre, posso essere come Lui speranza per i miei fratelli,
posso essere come Lui dono per chi soffre! Signore non scappar via, getto
via la pietra, sotto la tua croce imparerò ad ascoltare il tuo cuore che
parla al mio, imparerò ad amare pienamente l'Uomo!
2
aprile: Giovedì della V settimana di Quaresima
"se
uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte"
Riflessione
E' difficile
parlare della morte perchè la morte ci spaventa, la morte ci fa
terribilmente soffrire. Tutti facciamo esperienza della morte: un
conoscente, un amico...un familiare! Tanti muoiono intorno a noi e la
nostra vita terminerà col sopraggiungere della morte fisica. Quando ciò
accade riflettiamo, ne siamo scossi, vediamo allontanarsi da noi persone
cui siamo fortemente legati, prendiamo consapevolezza che quel volto non
lo vedremo più, quella voce non l'ascolteremo più, quei gesti, quelle
carezze ci mancheranno tanto, ne proviamo un forte dolore, ci sentiamo
scoppiare il cuore...Il Signore tutto questo lo sa, ci conosce fino in
fondo e comprende quanto la morte è per noi il nemico che temiamo di più,
una fase della nostra esistenza che siamo costretti a vivere, sia per noi
che per i nostri cari. E' per questo che oggi Gesù ci parla della morte,
vuole far luce anche su di essa, vuole raccontarci la grande verità che
ne spiega il valore, il senso ultimo: "Se
uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte", dice
Gesù. Se crediamo in Lui, se osserviamo la sua Parola, scopriamo che Lui
è la Vita, è la Vita eterna, Lui è colui che ha vinto la morte...
Eppure tutti muoiono, tutti prima o poi perdono la vita anche persone che
amano il Signore, anche i Santi... Vorrei
riportare un brano che forse ci spiega questo controsenso, questa nostra
difficoltà a comprendere le parole di Gesù:
"Le persone in lutto
singhiozzavano: tutto è finito;
Le persone in lutto sussurravano: via,
coraggio, è finita;
Le prime persone non in lutto
mormoravano: poveretto, così finisce tutto!
E le altre respiravano: uf, è finito!
Ed io pensavo che tutto cominciava
Era appena nato, nato alla Vita:
quella buona, quella vera, la Vita
eterna.
Non vi sono morti, Signore,
non vi sono che viventi, sulla nostra
terra e all'al di là.
La morte esiste, Signore,
ma non è che un momento, un istante, un
secondo, un passo,
il passo dal provvisorio al definitivo,
il passo dal temporale all'eterno.
Così muore il bambino quando nasce
l'adolescente,
il bruco quando si libra la farfalla,
il grano quando si annuncia la spiga.
Ma in Voi, Signore, sento che (i miei
morti) mi chiamano,
vedo che mi invitano,
sento che mi consigliano,
perchè mi sono maggiormente presenti.
Un tempo, le nostre carni si toccavano,
ma non le nostre anime.
Ora li incontro, quando incontro Te,
li ricevo in me, quando ricevo Te,
li porto quando porto Te,
li amo quando amo Te.
signore, Vi amo e voglio amarVi
maggiormente,
Voi eternate gli amori ed io voglio
eternamente amare." (Michel Quoist, Preghiere)
La morte dunque
diventa contemplazione di Dio, diventa possibilità di essere un
tutt'uno con l'Amore, con Dio:
una realtà
unica, un ritorno al Padre, un abbraccio eterno! Stretti a Dio, uniti a
Lui è il nostro destino, è il desiderio di Dio per noi: permetterci di
godere una gioia piena che mai finirà. Spesso al passare degli
anni ci si rende conto che ci si avvicina alla morte e questo pensiero di
solito rende tristi ma è bello pensare che ogni giorno che passa è un
avvicinarsi al momento dell'incontro, ogni giorno accorcia le distanze tra
noi e Dio, tra noi e l'Amore eterno. Il Signore ci chiede di prepararci a
quest'incontro, di iniziare fin da ora ad amarlo per goderne pienamente
nel tempo stabilito.
1
aprile: Mercoledì della V settimana di Quaresima
"La
verità vi farà liberi"
Riflessione
Oggi Gesù è
molto chiaro, ci parla della libertà, della verità che ci rende liberi.
Credo che ognuno di noi ha questo profondo desiderio dentro di sè, il
desiderio della libertà. Ma cosa intende Gesù con questo termine? Cosa
vuole dirci? Innanzitutto, spulciando nelle tante definizioni che si
possono trovare su questo termine, per libertà si intende la condizione
di chi non è prigioniero e non ha restrizioni, non è confinato o
impedito. Per uomo libero dunque si può intendere colui che non è
costretto a vivere in un luogo chiuso, segregato, in stato di prigionia.
Ma per libertà in senso più ampio si può intendere anche la facoltà
dell'uomo di agire e di pensare in piena autonomia, è la condizione di
chi può agire secondo le proprie scelte. Ci sono voluti secoli, guerre,
morti per raggiungere la libertà e ancora oggi la libertà è ancora il
valore per cui si continua a combattere in tante parti del mondo. Anche
nei paesi "sviluppati" si continua a combattere per la libertà.
Se guardiamo alle notizie sui giornali, se ripensiamo a ciò che accade
ogni giorno non possiamo non notare che in fondo è sempre la libertà che
continuiamo a perseguire: libertà di pensiero, libertà di espressione,
libertà sessuale, libertà da chi ci vive accanto, libertà di morire
come e dove si vuole, libertà di sfruttare il nostro corpo...sono
tantissime le forme di libertà per cui molte persone, in un modo o in un
altro, con motivazioni più o meno convincenti, combattono ogni giorno. Si
fanno vere e proprie battaglie, si va in televisione, si strumentalizza la
vita e le sofferenze di tante persone...ma si combatte per la libertà! E'
dunque un desiderio di molti, un valore che vale la pena vivere. E noi
Cristiani? Beh, noi troppo spesso rimaniamo in silenzio, non abbiamo il
coraggio di intervenire, di dire cosa pensiamo e, quando lo facciamo,
qualcuno ci addita, qualcuno ci allontana, qualcuno dice che parliamo
troppo e che per questo valore noi non abbiamo il diritto di esprimerci
(mi sbaglio o ci vieta una libertà?). Però Gesù è chiaro, oggi è
proprio chiaro! Dice una cosa fondamentale: "conoscerete la VERITA' e
la VERITA' vi farà liberi". Ci dice che la vera libertà è solo
quella che nasce dalla conoscenza della verità! Ma allora mi chiedo, ma
di quale verità parla Gesù? Beh, sicuramente ognuno di noi ha provato
dentro di sè la sensazione di essere un uomo libero quando è giunto a
riconoscere la propria verità: per me stesso e per tante persone che mi
è capitato di conoscere ho intuito che il passo più complesso da
compiere per liberarsi da qualunque male, psicologico, morale, spirituale,
è quello di individuarlo e subito dopo di portarlo fuori di sè,
liberarsene. Ma allora Gesù intende questo? Che attraverso la sua parola
riusciremo a comprendere la "nostra" verità e attraverso di
essa ad essere liberi? Credo di sì, credo che in fondo la libertà di
ogni uomo è molto personale perchè derivi dalla propria verità che è
unica e, nella mia umile esperienza di Dio, posso gridare al mondo che
veramente la parola di Dio ti porta a conoscere la tua verità, ti pone
davanti la tua vita, te stesso. Il nostro Dio ci vuole persone libere,
persone che realizzano la propria vita, i propri desideri, la propria vera
natura. E ci indica la strada, ci indica il percorso da seguire per essere
persone libere. Ci dice che è Lui la via, la verità e la vita...Ci dice
dunque che la vera libertà, la conoscenza della verità la possiamo avere
solo in Gesù. E' Gesù la verità, è Lui che ci libera dalla schiavitù
del peccato, da ciò che ci imprigiona nei nostri limiti umani, nei nostri
ristretti pensieri, nel nostro piccolo mondo. E' il figlio che ci farà
davvero liberi. Attraverso la morte in Croce Gesù ci libera dall schiavitù
del peccato perchè ci insegna una cosa molto importante: l'Amore! Ci fa
comprendere che forma ha e quanto sia immenso l'amore che Dio ha per
ciascuno di noi, per ciascun peccatore e ci dice che forma deve avere il
nostro amore per gli altri, per noi stessi affinchè possiamo comprendere
la verità che ci riguarda intimamente e che ci renderà liberi: e cioè
che siamo persone in grado di amare, che la nostra vita ha senso solo se
riusciamo ad amare alla maniera di Dio, amare senza confini, amare fino a
donare se stessi. Credo che se nel mondo questo messaggio di Gesù fosse
compreso, fosse vissuto oggi non combatteremmo tante guerre, anche quelle
personali, anche quelle quotidiane!
31
marzo: Martedì della V settimana di Quaresima
"Io
non sono di questo mondo"
Riflessione
Il Vangelo di
Giovanni che ci sta accompagnando in questi giorni a volte sembra
ermetico. Eppure la Parola è per sua natura Rivelazione. Cosa vorrà
dirci la Parola di oggi? Anzitutto Gesù si sta rivolgendo ai Farisei,
coloro che al tempo di Gesù erano i più osservanti della legge, quelli
che la volevano proprio osservare fin nei minimi dettagli e ci tenevano.
Senza offendere nessuno, oggi diremmo i "bigotti", quelli che si
mettono sempre al primo banco in chiesa. E a costoro Gesù dice delle
parole forti: "Io vado", preannuncia cioè la sua morte, una
morte scelta in quanto sarà lui stesso a consegnarsi nelle mani di coloro
che lo vogliono uccidere, perché è Lui ad offrire la sua vita a riscatto
di tutti noi. "Voi mi cercherete, ma morirete nel vostro
peccato." Nonostante i farisei dicano che Gesù è un bestemmiatore
perché si professa Figlio di Dio e osa chiamare Dio, papà, continueranno
a cercare il volto di Gesù, quell'immagine presente nel cuore dell'uomo,
in quanto creati a sua immagine e somiglianza. Perché moriranno (o
moriremo) nel nostro peccato? Nonostante l'evidenza della salvezza,
rimaniamo ciechi. Nonostante la salvezza penetri come luce luminosa nelle
tenebre, i nostri occhi spesso non vedono.
Non è la luce
ad accecarci, ma il nostro stesso peccato. "Dove vado io, voi non
potete venire."
Dio è amore e
non c'è posto in Dio per il peccato, inteso come assenza di amore. S
e noi non ci
convertiamo all'amore, non possiamo stare là dove è Dio.
"Ma chi sei tu, Gesù, allora?" Quando avrete innalzato il
Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono...
Questo passo ci
ricorda Mosè, quando davanti al Roveto Ardente aveva detto a Dio:
Ma se mi
chiederanno il tuo nome, che nome dirò loro?
E Dio aveva
risposto: "Io Sono colui che Sono".
Una traduzione
dice che quel Io sono = Io ci sono. Io ci sono quando soffri,
quando gioisci,
quando stai in ansia per qualcosa, quando preghi e quando sei lontano...
Io ci sono.
Allora, dice Gesù:
quando mi avrai rifiutato, calunniato, offeso...
E quante volte
lo facciamo a Lui presente nel fratello... saprai che Io Sono.
Tutte le volte
che innalziamo Gesù sulla Croce, oltraggiando la verità, l'amore, la
giustizia, il fratello, lui ci dirà: Sono Io. Io sono presente in questo
oltraggio, in questa verità che calunni, nell'amore non dato, nella
giustizia non compiuta..."A queste parole molti credettero in
Lui..." Tu che cosa fai?
30
marzo: Lunedì della V settimana di Quaresima
"Neanch’io
ti condanno;
va’
e d’ora in poi non peccare più"
Riflessione
Tutti aspettano
di vedere come se la caverà Gesù: tutto appare ben orchestrato da scribi
e farisei i quali, come annota bene l'evangelista, vogliono tendere una
trappola a Gesù. In modo subdolo la domanda obbliga a prendere posizione
facendo scontrare frontalmente Gesù o con l'autorità giudaica, se egli
non osserva la legge mosaica nel caso voglia sottrarre la donna alla
morte, o con l'autorità romana, se egli decreta la morte, cosa vietata ai
giudei. In questa situazione Gesù deve decidere.
Sembra non
sapersi decidere, prende tempo scrivendo per terra: sono attimi eterni di
impacciante silenzio. Molti studiosi si sono impegnati a decifrare quelle
parole o quei segni tracciati sulla sabbia. Per qualche autore Gesù
scriveva i peccati degli accusatori, per altri il comandamento "non
commettere adulterio" oppure "non uccidere". Tu stesso puoi
usare la tua fantasia e decifrare quei messaggi.
A me piace
pensare che Gesù scriva una parola: PERDONO. E quel silenzio è il
silenzio dell'attesa perché sta per germogliare una cosa nuova, Gesù è
la novità, lui porta una novità: dice basta con la legge Mosaica, dice
no alla legge romana, e lascia fiorire una cosa nuova: il PERDONO. Con
divina maestria Gesù sa unire la chiarezza della verità alla dolcezza
dell'amore...
Gesù squarcia
il silenzio e la sua parola è come una spada che si conficca nella
profondità della coscienza, colpendo implacabilmente tutte le miserie e
le ipocrisie che vi si annidano: "Chi di voi è senza peccato, scagli
per primo la pietra contro di lei". MISERICORDIA O LAPIDAZIONE? Gli
accusatori vorrebbero negare alla donna adultera la possibilità di un
cambiamento, rifiutarle l'avvenire. Sotto i sassi, che tengono in mano
impazienti, vorrebbero seppellire il peccato e la persona, il suo passato
e il suo futuro.
Ma le parole di
Gesù provocano un nuovo silenzio, rotto solamente dai passi degli
accusatori che piano piano si allontanano. Rimane solo Gesù, l'unico che
non ha peccato: lui non scaglia la sua pietra, ma dal basso, dalla stessa
posizione in cui la donna era caduta, per poter essere vicino alla sua
miseria dice: "Donna, qualcuno ti ha condannato? Neanch'io ti
condanno, Và e non peccare più".
Con la donna sei
rimasto solo tu Gesù, tu che non hai peccato e che quindi potresti
lanciare la prima pietra. Ma tu non hai pietre, hai solo amore. Un amore
che libera, un amore che salva, un amore che spalanca un futuro nuovo.
Gesù chiama la
peccatrice: "donna", un titolo che darà anche a sua madre. Chi
gli sta davanti è una persona che egli non solo rispetta, ma che pure
riabilita alla sua dignità perduta. Le parole di Gesù sono come un
raggio di sole che arriva nell'oscurità della vita della donna. Le sue
parole non creano imbarazzo, Gesù non la scusa, non la giustifica, non
chiude gli occhi davanti alla verità, non cede alla tentazione di
confondere il vero con il falso, semplicemente perdona. E il perdono, chi
l'ha provato lo sa, è riabilitazione, rinascita a vita nuova, aria
fresca, possibilità di essere diversi per iniziare un cammino nuovo.
Cristo
assolvendola, liquida definitivamente il passato e consegna alla
peccatrice un futuro intatto, illibato. La inventa diversa. Cos'è allora
questa NOVITA' preannunciata dal Profeta Isaia, questa cosa nuova che è
venuto a portare Gesù? La novità del messaggio cristiano consiste nel
riconoscere che nessuno è senza peccato e che ognuno però può non
peccare più. Il peccato, appartiene, se tu vuoi, al passato, il futuro può
essere aperto alla grazia con cui Gesù ti raggiunge nel tuo presente.
Possiamo dire
con S. Paolo: "Proteso verso il futuro, corro verso la meta":
davanti a noi abbiamo la grazia della Pasqua.
29
marzo: V Domenica di Quaresima
«Signore,
vogliamo vedere Gesù»
Riflessione
Quante volte nel tuo
cuore si è presentato questo desiderio profondo: "voglio
vedere Gesù"...credo tante! Anche oggi se cerchi
qualcosa da leggere sul passo del Vangelo del giorno, se stai
girando qua e là sul web e per caso ti sei soffermato su
questa Parola, in fondo è perchè hai questo desiderio. Tu questo Gesù
vorresti proprio vederlo, vorresti guardarlo negli occhi, vorresti
essere guardato da Lui, vorresti dirgli qualcosa, forse raccontargli il
tuo dolore più grande, i tuoi dubbi, vorresti sondare la tua fede,
sciogliere ogni dubbio, interrogarti e osservare i tuoi sentimenti di
fronte a Lui. Bene, immagina che Gesù sta proprio lì di fronte a
te...qual è la prima cosa che gli diresti? Ci hai mai pensato? Come ti
comporteresti? Sapresti che domanda fargli? Prova ad
immaginare...qualunque cosa tu pensi, qualunque dolore tu porteresti a
Gesù la sua risposta sarebbe quella data alle persone che un tempo
chiesero di Lui: "se il chicco di grano, caduto in
terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto
frutto". Gesù ti ha già risposto, Gesù ti sta
dicendo che se vuoi far fiorire la tua vita, se vuoi dare ad essa un
senso, se vuoi viverla pienamente, se vuoi realizzare quel progetto che
Dio ha su di te e sentirti pienamente amato allora dovrai passare per la
morte. Eh sì, la morte! Quali sono i desideri, gli atteggiamenti, le
tue ostinazioni a cui dovresti morire? Qual è quel peso grande che hai
nel cuore, quella sofferenza che da tempo ti sta rincorrendo, quel
pensiero con cui tutte le mattine devi fare i conti appena apri gli
occhi? Gesù ti dice di morire a tutto questo, di non farlo più vivere
dentro di te facendo finta che non esiste, di non nutrirlo più con la
tua tristezza...affrontalo, non aver paura, vai da Gesù, confidalo a
Lui, mettilo nelle sue mani, donaglielo con amore! E se questo passo è
per te un sacrificio, ti sembrerà una morte, allora sei sulla strada
buona perchè produrrà molto frutto, il Signore lo trasformerà! "Chi
ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo
mondo, la conserverà per la vita eterna"...Gesù non
ci chiede di odiare la nostra vita, ma di odiare qualunque cosa della
nostra vita che ci incatena, che non ci permette di essere liberi di
amare. Amare la propria vita vuole dire avere un attaccamento morboso a
tutto ciò che viviamo ogni giorno, persone, cose, abitudini...il
Signore ci dice di avere coraggio, di avere la capacità di mettere in
discussione tutto ciò! Se hai incontrato il Signore, se hai compreso
cosa il Signore ti sta chiedendo, se hai finalmente guardato in faccia
la tua verità allora non temere, dice il Signore, mettiti in
discussione, stravolgi pure la tua vita...è per un amore più grande,
è per una gioia senza fine! "Se uno mi vuole
servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se
uno serve me, il Padre lo onorerà". Ecco la vera
promessa di Gesù...Ti sta chiedendo di essere sempre al suo fianco, non
attendere che Lui venga a cercarti, vai tu da Lui, seguilo, mettiti a
servizio dell'Amore! Qualunque cosa tu faccia nella vita, qualunque sia
la tua occupazione, la tua famiglia, i tuoi progetti ricordati che il
Signore ha piantato anche nel tuo cuore quel seme, con la sua morte in
croce il Signore è stato innalzato da terra e quella morte, quella
sofferenza è il segno dell'amore infinito che Dio ha per te. Fatti
attirare da quell'amore, respiralo, osservalo, scrutalo e lo troverai dentro
di te.
28
marzo: sabato della IV settimana di Quaresima
"Mai
nessuno ha parlato come quest'uomo!"
Riflessione
Giovanni
constata che c'erano diverse opinioni e molta confusione riguardo a Gesù
in mezzo alla gente. I parenti pensavano una cosa, la gente pensava in
altro modo. Alcuni dicevano: "E' un profeta!". Altri dicevano:
"Inganna la gente!" Alcuni lo elogiavano: "E' un uomo
buono!". Altri lo criticavano: "Non ha studiato!" Molte
opinioni! Ciascuno aveva i suoi argomenti, tratti dalla Bibbia o dalla
Tradizione. Però nessuno ricordava il messia Servo, annunciato da Isaia.
Anche oggi si discute molto sulla religione, e tutti estraggono i loro
argomenti dalla Bibbia. Come nel passato, così anche oggi, succede molte
volte che i piccoli sono ingannati dal discorso dei grandi e, a volte,
perfino dai discorsi di coloro che appartengono alla Chiesa.
La reazione della gente è assai diversa. Alcuni dicono: è il profeta.
Altri: è il Messia, il Cristo. Altri ribadiscono: non può essere, perché
il messia verrà da Betlemme e lui viene dalla Galilea! Queste diverse
idee sul Messia producono divisione e confronto. C'era gente che voleva
prenderlo, ma non lo fecero. Probabilmente perché avevano paura della
gente.
Anteriormente,
davanti alle reazioni della gente favorevole a Gesù, i farisei avevano
mandato guardie a prenderlo. Ma le guardie ritornarono in caserma senza
Gesù. Erano rimasti impressionati nel sentirlo parlare così bene:
"Mai nessuno ha parlato come quest'uomo!" I farisei reagiscono:
"Forse vi siete lasciati ingannare anche voi?" Secondo i
farisei, "questa gente che non conosce la legge" si lascia
ingannare da Gesù. E' come se dicessero: "Noi capi conosciamo meglio
le cose e non ci lasciamo ingannare!" e dicono che la gente è
"maledetta"! Le autorità religiose dell'epoca trattavano la
gente con molto disprezzo.
Dinanzi a questo argomento stupido, l'onestà di Nicodemo si rivolta ed
alza la voce per difendere Gesù: "La nostra Legge giudica forse un
uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?" La reazione
degli altri è di presa in giro: "Sei forse anche tu, Nicodemo, della
Galilea!? Dà uno sguardo alla Bibbia e vedrai che dalla Galilea non potrà
venire nessun profeta!" Loro sono sicuri! Con il libro del passato in
mano si difendono contro il futuro che arriva scomodando. Molta gente
continua a fare oggi la stessa cosa. Si accetta la novità solo se va
d'accordo con le proprie idee che appartengono al passato. E' l'esperienza
di chiunque abbia cercato in qualche modo di parlare di Gesù tra la
gente, anche con un amico, un familiare...Chi ha fatto esperienza di Dio,
come Nicodemo, i soldati, come noi oggi che ci accostiamo a Gesù in punta
di piedi, col desiderio di poter essere guardati da Lui, di poter sentire
nel cuore quell'amore profondo che solo il Signore sa donare, di poter
ascoltare quelle parole che ci hanno cambiato la vita, che ci hanno
permesso di dire sì alla vita non può semplicemente dire "mai
nessuno ha parlato come quest'uomo!"... chi crederebbe alle nostre
parole, chi ci ascolterebbe? E' invece la vita che deve cambiare, il
nostro atteggiamento di fronte ad essa, è la nostra vita che deve parlare
ogni giorno di Dio, di quel Dio che ci ha salvati e che dà
nutrimento ad ogni nostra azione! In fondo i soldati non avevano arrestato
Gesù, è questo il segno importante, è questa l'azione, è attraverso
questo gesto che hanno parlato di Dio, così come Nicodemo che si era
spinto nella notte a cercare Gesù, per poter parlare con Lui, malgrado la
paura, il giudizio, le difficoltà. Questi i segni che devono aiutarci a
vivere il rapporto con Dio: farne testimonianza con la nostra vita
attraverso scelte concrete, cambiamenti di atteggiamento di fronte ad
essa, parlarne col cuore, con la disponibilità, amando ogni giorno ciò
che il Signore ci dà da vivere. Un gesto concreto, un sorriso, occhi
puliti, illuminati, la serenità interiore valgono più di mille
parole!
27
marzo: venerdì della IV settimana di Quaresima
"Io
però lo conosco, perché vengo da lui
Riflessione
Siamo ancora ai
primi capitoli del Vangelo di Giovanni eppure già si parla che i Giudei
vogliono uccidere Gesù.Il motivo? Egli parla liberamente del suo rapporto
con il Padre. Con coraggio dice: "Io lo conosco, perché vengo da lui
e lui mi ha mandato". Gesù pone in evidenza il suo rapporto con il
Padre: "Io lo conosco", si tratta di una conoscenza intima,
profonda, una conoscenza non solo intellettuale, ma una conoscenza
dell'essere: Gesù sta dicendo all'umanità che lui è la seconda Persona
della Trinità che ha vissuto con il Padre, sta dicendo che Lui è Dio. E
questo per i Giudei era troppo! Gesù non può rinunciare di dire questo
rapporto, di mostrarlo, perché proprio questa è la sua missione:
rivelare il Padre, rivelare l'amore del Padre per tutti gli uomini:
"Il Padre ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio
Unigenito". Questa è per Giovanni la Rivelazione. E Gesù, il
Figlio, in perfetta comunione con il Padre, viene a far conoscere questo
amore. Egli si ferma dove è accolto, dona la salvezza a chi lo cerca con
cuore sincero, non impone la sua presenza. Gesù torna a Gerusalemme per
la Festa delle Capanne, ci torna di nascosto, in modo sommesso, non per
paura, ma per testimoniare l'importanza di vivere quel momento per
rievocare le grazie ricevute da Dio nel cammino esodale, nel deserto,
luogo della non parola, del silenzio, in cui far stagliare la Parola. In
questo tempo di Quaresima, allora, siamo chiamati a camminare nel deserto,
per ascoltare la Parola che suscita in noi interrogativi, ai quali è
urgente rispondere: quale senso ho dato alla mia vita? Sono alla sequela
di Gesù, realmente, oppure seguo più una tradizione, un rito del quale
non posso fare a meno per abitudine? Noi cristiani in quale Dio crediamo?
Se dovessimo chiedere chi è Dio per te, cosa ci sentiremmo rispondere?
Dio, l'Assoluto?, il Giudice Eterno, il Dio lontano e infinitamente
assente dalla vita dell'uomo? Al cristiano del terzo millennio è posta
questa sfida: far conoscere l'amore del Padre, attraverso il Figlio,
questa è la missione lasciata da Gesù ai suoi discepoli. E' dinanzi a
questo amore che la vita cambia, che la vita dell'uomo si apre a nuovi
orizzonti. Dobbiamo imparare a vivere i momenti forti della liturgia, la
Quaresima in particolare, non come un "tempo di mezzo" prima
della festività, ma come l'opportunità che ci viene offerta per vivere a
pieno la Resurrezione di Cristo. Il cammino di Gesù verso la Pasqua è
costellato di opposizioni e contrasti; noi lo seguiamo per imparare a
tradurre nell'oggi la forza che egli ha saputo comunicare con la sua
esperienza terrena. «La Quaresima è il tempo privilegiato del
pellegrinaggio interiore verso Colui che è la fonte della Misericordia.
È un pellegrinaggio in cui Egli stesso ci accompagna attraverso il
deserto della nostra povertà, sostenendoci nel cammino verso la gioia
intensa della Pasqua»
26
marzo: Giovedì della IV settimana di Quaresima
"Io
sono venuto nel nome del Padre mio
e
voi non mi ricevete"
Riflessione
Nel
vangelo di oggi Gesù non chiede un'accoglienza irrazionale: anzi,
sottolinea le motivazioni, le prove che dovrebbero condurre i giudei alla
comprensione del suo mistero.
Gesù
afferma con forza e con passione che egli ha motivo di essere creduto.
La
voce di Giovanni Battista, quella del Padre – che gli rende
testimonianza anche,
attraverso
le opere che Gesù compie – e quella delle Scritture.
La
fede dei giudei è corrotta dall'eccesso di legalismo nel quale si sono
ormai chiusi, e ciò non permette loro di accogliere Gesù come il Messia.
L'Antico testamento deve aprire alla fede in Cristo, e anche la Legge è
un mezzo, un veicolo per raggiungere la vera salvezza che è in Cristo.
I
giudei, però, che si accostano alla Parola di Dio con cuore non sincero,
non aperto alla Grazia, non riescono a leggere in esse la testimonianza di
Gesù. E tanta è la confusione e la divisione che regna nel loro cuore,
che sarebbero pronti ad accogliere, invece, un falso profeta.
I
giudei sarebbero dovuti essere i primi ad accogliere Gesù proprio perché
grandi conoscitori delle Sacre Scritture, ma il rapporto con la Parola non
era finalizzato alla conoscenza di Dio, ma al raggiungimento della gloria
umana. Usavano la conoscenza della Parola di Dio come uno strumento di
potere.
E
allora Gesù accusa i giudei di non credere nella sua persona divina perché
non cercano la gloria di Dio, ma la propria (Gv 5,44). La condotta dei
giudei è un ammonimento anche per noi perché non ci serviamo della
religione per il nostro prestigio o tornaconto umano. Lo zelo religioso può
essere talvolta un'occulta sublimazione del nostro orgoglio: ci serviamo
di Dio invece di servire Dio.
Il
rischio di allora c'è anche oggi per noi: potremmo affermare, infatti, di
accogliere Cristo con la bocca, ma non con il cuore; oppure credere in un
falso profeta, costruire il nostro "vitello d'oro" che, in
quanto muto, non ci mette in discussione, non chiede cambiamento,
conversione ma che, ugualmente, non è in grado di donarci la salvezza,
che solo Cristo, vero Mediatore, vero Profeta, può darci.
25
marzo: Annunciazione del Signore
"Eccomi,
sono la serva del Signore,
avvenga
di me quello che hai detto"
Maria, con il suo "si" è
divenuta la prima dei credenti, la prima che ha accolto con il cuore la
Parola di Dio,
al punto che è diventata carne della
sua carne. Ella sta davanti a noi e continua ad insegnarci la via della
fede.
Assieme a lei anche noi possiamo dire:
"Ecco la serva del Signore, avvenga a me secondo la tua parola".
Riflessione
Oggi rileggiamo
l'incontro di questo misterioso e garbato angelo che parla alla pari con
questa ragazzina di Nazareth e scopriamo la grandezza del pensiero di Dio.
Perché in quella minuscola casa di questo minuscolo paese avviene
l'assurdo di Dio. Protagonisti una quindicenne illetterata di un paese
sottomesso a schiavitù, ai confini del mondo. Poiché Dio decide di
venire a raccontarsi, poiché la lunga storia di amicizia e affetto col
popolo di Israele non è stata sufficiente per spiegarsi, Dio sceglie di
farsi uomo, parole, lacrime, sorriso, tono di voce, sudore e necessita di
un corpo, abbisogna di una madre. Non la moglie dell'imperatore, o il
premio Nobel per la medicina, non una donna manager dinamica dei nostri
giorni, macché, Dio sceglie la piccola adolescente Maryam e a lei chiede
di diventare la porta d'ingresso per Dio nel mondo, tutto lì. Dio sceglie
Nazareth e, a Nazareth, sceglie Maria. Dal suo "sì" prende il
via la vicenda umana di Gesù. Un "sì" che si prolungherà ad
abbracciarne tutto l'arco dell'esistenza. Ed è per questo "sì"
che noi siamo stati salvati. Non è la croce, allora, che redime, neppure
la croce di Cristo. Essa è e resta un patibolo infame. Ciò che la
trasfigura, rendendola preziosa ai nostri occhi, è il "frutto"
che da essa pende: Cristo Gesù nel suo "sì" alla volontà
salvifica del Padre. Quanto dice di Dio questa sua scelta! A noi che
sempre cerchiamo il plauso e la visibilità, l'efficienza e la produttività,
Dio dice che la sua logica è diversa. Scegliere Nazareth, un paese
occupato dall'Impero romano, ai confini della storia, ai margini della
geografia del tempo, in un'epoca sprovvista di mezzi di comunicazioni, ci
rivela ancora una volta la logica di Dio. Quando pensiamo di avere
sbagliato la vita, di non avere avuto sufficienti opportunità, quando non
siamo soddisfatti dei nostri risultati o siamo travolti dall'assordante
incitamento di chi ci grida: "devi riuscire", pensiamo a
Nazareth, a questo modo di operare che ci sbalordisce e ci incanta.
L'incarnazione,
l'annientamento dei trent'anni trascorsi a Nazareth, i tre anni di vita
pubblica, la passione, la morte e la resurrezione non sono che
sfaccettature di un unico mistero di amore indicibile. Salvezza è per noi
lasciarci raggiungere e coinvolgere in questo vortice, mettendoci sulla
stessa lunghezza d'onda del Cristo. Ciò vuol dire ritmare i nostri giorni
sull'unica nota del "sì", ma avendo come chiave l'amore.
24
marzo: Martedì della IV settimana di Quaresima
"Gli disse: “Vuoi guarire?”
Esperienze negative, educazione,
pigrizia, molte cose resistono in noi al cambiamento, alla novità di
vita.
No, non sappiamo se davvero
vogliamo guarire, non sappiamo se siamo disposti a cambiare vita.
Quaresima è occasione di cambiamento,
non devota penitenza,
quaresima è finalmente l'occasione di
convertire il nostro cuore.
Ma solo se lo vogliamo davvero...
Riflessione
E' quello di
oggi l'incontro di un uomo malato con Gesù. Da trentotto anni quell'uomo
attendeva che qualcuno lo immergesse nella piscina, qualcuno che lo
guarisse dalla sua infermità. La sua motivazione è che gli altri gli
impedivano di andare lì dove avrebbe trovato la guarigione: "mentre
infatti sto per andarvi qualcun altro scende prima di me"! La sua
incapacità, la sua impossibilità si tramuta in attesa di un guaritore,
di qualcuno che potesse fare ciò che avrebbe dovuto fare da sè. Quanta
vita c'è in questo breve episodio! Quante storie che incontriamo ogni
giorno sono qui descritte in poche righe! E' questo l'atteggiamento di
tante, ma veramente tante persone che restano "inferme",
bloccate per anni...38 anni sono la vita di un uomo! Questa infermità
resta tale solo perchè ci si convince che non si riesce a guarire, che
non siamo capaci di andarci a cercare la guarigione, la salvezza. E' a due
passi da noi, vediamo tanti che guariscono, la nostra vita ci passa
davanti, giorno dopo giorno, ma siamo incapaci di fare due passi, siamo
incapaci di fare quel salto, di farci spazio in mezzo agli altri per dire
che ci siamo anche noi, che anche noi abbiamo diritto di vivere, di
sperare, di essere felici. Gesù dice che quell'uomo era disteso...sì,
anche noi ci distendiamo sui nostri problemi, sulle nostre infermità.
Siamo solo capaci di osservarle, di lamentarcene, ma restiamo distesi,
immobili, in attesa...Poi un bel giorno passa Gesù anche nella tua vita,
ti vede disteso, vede una vita sprecata, ricca di doni imprigionati in
quelle gambe che hanno deciso di restare ferme, in quel cuore che non ha
più voglia di sperare, in quel pensiero che continuamente non ti permette
di sognare, di abbandonarti alla speranza...e ne ha compassione; sì il
Signore vuole farti rinascere e ti fa una domanda ben precisa, che non
dimenticherai più: "vuoi guarire?". Sì, il Signore te lo
chiede, vuole saperlo da te, non vuole desiderarlo solo Lui, ma vuole
principalmente che sia il tuo cuore a desiderarlo: "Vuoi
guarire?", ti chiede...Tu allora ne hai il potere, puoi decidere se
guarire, ma devi dirlo tu, desiderarlo con tutto te stesso. "Àlzati,
prendi il tuo lettuccio e cammina"! Se tu lo desideri, non devi
bagnarti in quelle acque, non devi fare riti strani, non devi attendere
che qualcosa di spettacolare ti venga fatto....ascolta solo Gesù che ti
dice Alzati! Tu devi alzarti, devi prendere il lettuccio della tua
infermità e camminare! Alzarsi, riconoscere la propria infermità e
mettersi in cammino....Il Signore ha chiesto delle cose apparentemente
semplici, ma chiede uno sforzo enorme a ciascuno di noi: Alzati! E' il
primo passo da compiere: restare su quel letto, nella tua angoscia,
immobile nei tuo pensieri non può aiutarti a guarire, non può
permetterti di confrontarti con la tua vita...rischi solo di girare
intorno a te stesso, nelle tue morti quotidiane. Alzati! Esci da quei
pensieri, guardati intorno, inizia a viverti. Prendi il tuo lettuccio!
Iniziando a vivere, saprai riconoscere ciò che ti blocca, ciò che ti
impedisce di muovere i passi nella tua storia. Non aver paura di
confrontarti con le tue ferite, il tuo passato, perchè ora il Signore è
con te, è Gesù che te l'ha chiesto e Lui non ti lascia solo. Il
lettuccio è tutto ciò che ti fa soffrire, che non diresti neanche a te
stesso, che hai vergogna anche solo di pensarlo. Prendilo con te, è la
tua croce, quella corce che il Signore ti ha chiesto di caricarti sulle
spalle, di portarti dietro perchè sei tu, e Lui ti ama proprio per quella
Croce, per quel tuo mondo nascosto. Cammina! Portala con te, portala da
Gesù....vedrai che te la alleggerirà, strada facendo vedrai che Gesù ti
aiuterà a portarla, ti insegnerà come si fa e un giorno scoprirai che
quella croce è la tua salvezza, è il tuo grido d'amore, la tua
possibilità di donarti!
23
marzo: Lunedì della IV settimana di Quaresima
"Quell’uomo
credette alla parola che gli aveva detto Gesù
e
si mise in cammino"
Ti sei lasciato convincere, Signore, dal
dolore paterno che implorava la vita per il figlio morente
e l'hai data generosamente. Fa' che
vediamo in questo la tua volontà di donarci la vera vita,
quella che come Risorto condividi col
Padre e ci comunichi con lo Spirito.
Riflessione
Gesù guarisce
dalla morte! Il passo del Vangelo di oggi ci mostra Gesù che salva la
vita di un funzionario del re, di un pagano, di un uomo di potere che
cerca disperatamente di salvare la vita di suo figlio. Lo chiede a Gesù..."Signore,
scendi prima che il mio bambino muoia"...sono le parole
di un padre disperato per la malattia del figlio, che supera ogni barriera
mentale per recarsi da Gesù, per trovare una soluzione per la vita del
figlio...un uomo di potere che si umilia andando presso il figlio di un
falegname per chiedergli la guarigione per ciò che di più caro ha al
mondo. E' proprio quest'atto di umiltà che il Signore ha apprezzato, è
proprio questo gesto d'amore del padre che ha generato la guarigione del
bimbo. Quella fede nascosta nel cuore del funzionario, attraverso la
malattia, la sofferenza, la paura della perdita più grave che il suo
cuore potesse subire, ha generato la guarigione: quella fede è stata
amata, è stata apprezzata da un Dio misericordioso! Gesù provoca quella
fede, vuole di più da quell'uomo, vuole cambiargli la vita, vuole far
crescere in lui quel seme che pian piano sta spuntando e che proprio la
sofferenza aveva coltivato, aveva custodito come terreno fertile: "Se
non vedete segni e prodigi, voi non credete", gli
dice...lo sta provocando, ma ottiene presto il risultato tanto atteso,
tanto bramato dal cuore di Dio: "Quell’uomo
credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino".
Sì, quell'uomo credette, non ebbe bisogno di un segno, non voleva vedere
con i propri occhi, gli bastava sentire dalla bocca di Gesù quelle parole
che da tanto tempo attendeva: "Va’,
tuo figlio vive"! Si mise in cammino...è ciò che accade
a ciascun uomo che ascolta parole di salvezza, parole che ridanno la vita,
parole di Dio! Il cuore di quell'uomo andava incontro alla gioia piena: la
guarigione del figlio! ... ma ciascuno di noi, se con cuore umile si
accosta alla Parola di Dio, vedrà accendersi dentro quella fede che da
sempre il Signore ha piantato nei nostri cuori e con gioia intraprenderà
il proprio cammino, quello che il Signore ha pensato per ognuno di noi, un
cammino che porta alla libertà, alla guarigione delle nostre ferite, alla
vita...quella piena, quella vissuta intensamente perchè vissuta con
Amore, con Dio nel cuore!
Per un
confronto personale
- Come vivi la tua fede? Hai fiducia nella parola di Gesù o solo credi ai
miracoli ed alle esperienze sensibili?
- Gesù accoglie le persone eretiche e straniere. Ed io, come mi relaziono
con le persone?
22
marzo: IV Domenica di Quaresima
"Dio
infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito"
Il Rabbì di Nazareth ci parla di un Dio
follemente innamorato dell’uomo,
di un Padre che dona quanto ha di più
prezioso, per farci passare dal buio del nostro peccato alla luce del suo
amore.
E allora, ogni volta che ti sentirai
sfiduciato, ogni volta che le lacrime righeranno il tuo volto
ricordati che Dio ha dato la vita
per te! Dio ti ama fino a morirne! Tu sei la sua passione!
Sì, è proprio così: tu vali la vita
di Dio!
Riflessione
Il più grande
gesto d'amore che Dio ha fatto per amore dell'uomo è dare al mondo il suo
Figlio Unigenito; non l'ha fatto per mostrare la sua potenza, per
imporre la sua legge ma per dare all'uomo una possibilità di salvezza,
per indicare la strada da seguire per avere la vita eterna, per non
permettere che la vita di ognuno dei suoi figli andasse perduta.
Gesù dice: "io
sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo
di me". Gv 14, 6 ...e chi nel proprio cuore non anela
alla vita eterna, alla contemplazione del volto di Dio, all'unico Amore
che è capace di bruciarti il cuore?
Ma spesso siamo
tentati... pensiamo che il nostro Dio sia un Dio crudele: ci impone
delle regole, ci vieta di vivere ciò che noi riteniamo importante al
di sopra di ogni cosa, a volte ci sentiamo poco liberi,
insicuri, indecisi. Chi non crede in Dio, chi non ha fatto esperienza di
Dio ci accusa che la nostra fede si riduce ad un'osservanza
di leggi e di precetti, ci ritiene persone poco libere, persone che
si perdono il gusto della vita, che fanno dipendere le loro scelte da
un Dio che non si fa vedere, fuori dal mondo.
Ma Gesù oggi ci
dice ciò che un tempo disse a Nicodemo: "chi
crede in lui non è condannato". Gesù non condanna,
non è venuto per giudicarci, ma per liberarci dalle nostre schiavitù.
Solo chi è capace di seguire Gesù sulla strada della propria esistenza,
ascoltando nel suo cuore il Signore che parla, che indica ciò che è più
giusto per la propria storia, è capace di fare verità sulla propria vita
ed è capace di godere pienamente già ora ciò che gli è stato
donato. La vera libertà è quella di un cuore capace di amare alla
maniera di Gesù: donando completamente se stesso, avendo il coraggio e la
forza di salire su una Croce ... era la Croce degli ultimi,
di chi non aveva alcuna dignità e Gesù vi fu innalzato per coloro
che non avevano ancora compreso il senso di quel gesto estremo d'amore. E'
questo il vero Dio in cui crediamo!
E' chi non crede
che è già stato condannato! Non è Dio che condanna ma è la nostra
mancanza di fede che ci condanna...sì ci condanna a vivere una vita fuori
dal progetto di Dio, una vita senza Dio. E' questa la condanna più grande
che facciamo a noi stessi quando rifiutiamo la luce per le tenebre, quando
permettiamo alle opere malvagie di prendere posto sull'amore che sempre
deve guidare il nostro cammino. Emettiamo una condanna su noi stessi ogni
volta che sfuggiamo la verità, ogni volta che ci rifiutiamo di tendere la
mano al nostro fratello più debole, ogni volta che non permettiamo al
Signore di entrare nella nostra vita: Gesù ci chiede di fare verità
per venire alla luce, ci chiede di interrogarci su ciò che abbiamo nel
cuore, sulle nostre sofferenze quotidiane, sui nostri limiti, sulle nostre
paure perchè vuole illuminare la vita di ciascuno di noi, chiede di avere
un posto nel nostro cuore affinchè tutto ciò che era tenebra venga
illuminato dal suo eterno amore, l'unico in grado di curare, di guarire,
di salvare.
21
marzo: Sabato della III settimana di Quaresima
"Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato"
La preghiera è lo specchio della verità:
ci fa vedere che abbiamo dentro tutto il male che vediamo negli altri.
Non c'è preghiera vera senza umiltà,
e non c'è umiltà senza la scoperta del
proprio peccato, anche del peggiore:
quello di considerarsi giusti.
La preghiera del pubblicano è quella
dell'umile: penetra le nubi.
E' simile a quella dei lebbrosi e del
cieco; è la preghiera che purifica e illumina.
E' una supplica con due poli: la
misericordia di Dio e la miseria dell'uomo.
L'umiltà è l'unica realtà capace di
attirare Dio:
fa di noi dei vasi vuoti che possono
essere riempiti da Dio.
"A Dio piace più l'umiltà dopo
che abbiamo peccato che la superbia dopo che abbiamo fatto le opere
buone".
Riflessione
I due
personaggi della parabola, il fariseo e il pubblicano, sono due modi
diversi di essere discepoli. Modi molto diversi. Il fariseo – leggete
– dice il vero, tutto sommato: vive la fede con entusiasmo, pratica la
giustizia, è un fedele modello, e sa di esserlo. Prega anche nel modo
giusto: ringrazia Dio, subito, prima di chiedere qualcosa. Ma presume
d'essere giusto e disprezza gli altri, ha un nemico, fuori di sé. Guarda
con disprezzo il pubblicano (che è davvero peccatore!) e ne prende le
distanze. Il pubblicano – invece – non osa alzare lo sguardo: conosce
il suo peccato, non ha bisogno di fare l'esame di coscienza: glielo ha già
fatto il fariseo!
Solo chiede pietà.
Succede anche a
me: faccio fatica a guardarmi dentro con equilibrio. Fatico a non
deprimermi nei momenti di difficoltà, in cui emergono più evidenti i
miei limiti e i miei difetti. Fatico a non tentare di mostrare il mio
"meglio" quando sto con gli altri. Ma soprattutto fatico a
paragonarmi agli altri in maniera serena. Se capissimo di essere unici,
imparagonabili! Se sapessimo amarci come Dio ci ama, senza eccessi! No,
non ho bisogno di guardare al peggio o al meglio di chi sta intorno per
esaltarmi o deprimermi, specialmente nella fede. L'errore del fariseo è
questo: è giusto e sa di esserlo, non ha compassione né misericordia.
Misericordia e compassione che – invece - ha Dio verso il pubblicano,
che esce cambiato. Ecco una buona battaglia per il discepolo: l'equilibrio
in se stesso: senza trovare colpevoli "fuori", senza
autolesionismo depressivo. Consapevole della propria fragilità e della
propria grandezza, perdonato che sa perdonare, pacificato che sa
pacificare.
20
marzo: Venerdì della III settimana di Quaresima
"Ogni
volta che avete fatto queste cose a uno solo
di
questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me"
Il
Figlio dell'Uomo riunisce attorno a sé le nazioni del mondo. Separa le
persone come fa il pastore con le pecore e i capri.
Gesù,
non giudica né condanna. Lui appena separa. E' la persona stessa che si
giudica e si condanna
per
il modo in cui si è comportata con i piccoli e gli esclusi.
Riflessione
Mi chiedo quando
accadrà tutto quello che dice Gesù oggi nel Vangelo. Si parla di un
futuro in cui il Signore verrà nella gloria e porterà con sè tutti i
suoi angeli. E' il giorno del giudizio, è il giorno in cui ci troveremo
al cospetto di Dio! Non so se è giusto ma spesso mi ritorna nella mente l'episodio
narrato dei discepoli di Emmaus: "Allora
si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro
vista. Ed essi si dissero l'un l'altro: "Non ci ardeva forse il cuore
nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava
le scritture?" Lc 24, 31-32. Perchè ho citato questo
episodio tratto del Vangelo di Luca? Perchè Gesù appare dopo tre giorni
dalla sua morte ai suoi discepoli, persone che avevano condiviso la loro
vita insieme a Gesù eppure questi non furono in grado di
riconsocerlo se non dopo il segno dello spezzare il pane e della
benedizione. Gesù era apparso ai discepoli come un forestiero, i loro
occhi erano incapaci di riconoscerlo... In fondo anche il Vangelo di oggi
ci parla di un Gesù che si identifica con il nostro fratello più
piccolo: l'affamato, l'assetato, il forestiero, l'ignudo, l'ammalato, il
carcerato! Allora mi chiedo se è vero che bisogna attendere alla fine dei
nostri giorni per essere al cospetto di Dio, se quel "verrà" in
fondo è un futuro che dipende dalla nostra capacità di riconsocerlo
quando ci cammina accanto, quando vive nella porta accanto, in un
ospedale, nella nostra stessa casa...Il venire a contatto con tutte queste
forme di povertà, che non necessariamente sono povertà materiali ma
anche e soprattutto spirituali, deve farci sentire benedetti dal nostro
Dio, dovremmo gioire per la possibilità che ci viene data di fare
esperienza di Dio, per la certezza che Dio ha scelto proprio noi, da
sempre, per vivere già oggi il regno. Guardando negli occhi la sofferenza
del fratello abbiamo la possibilità di vederci Gesù, il nostro Dio se
solo permettessimo ai nostri occhi di riconoscerlo, di amarlo! A volte
siamo tentati di pensare che noi non abbiamo questa possibilità perchè
tutto intorno a noi sembra perfetto, sì insomma qualche problemuccio
ma niente di particolare! Quindi come si fa? Dovremmo andare a
cercare questi fratelli più piccoli? E la mente va verso i paesi
sottosviluppati, verso popolazioni cui mancano i bisogni di prima necessità.
Ben venga, ma lì molto spesso tutto svanisce perchè in fondo non
puoi abbandonare il tuo lavoro, la tua famiglia, le tue abitudini per
andare in missione! Giusto! Ciò che è sbagliato è il punto di partenza,
il ritenere che il tuo mondo sia perfetto, l'avere gli occhi incapaci di
vedere ciò che ti sta intorno! E' nel posto in cui viviamo che abbiamo la
più grande possibilità di incontrare Dio, di essere accanto al nostro
fratello che vive le sue difficoltà quotidiane, le stesse nostre
difficoltà, le nostre stesse paure! E' nel posto in cui vivi che il
Signore ti ha pensato da sempre ed è lì che ti vuole rendere salvo, già
oggi, in questo momento perchè ti offre la possibilità di abbracciare il
suo corpo, di sorridergli, di curare le sue ferite, di dirgli una parola
di conforto, di sostenerlo quando non riesce più a sostenere quella
croce...di amarlo! E' così che incontrerai il Signore, a poco a poco
i tuoi occhi si apriranno e il tuo cuore arderà, brucerà d'amore come
non mai!
19
marzo: Giovedì della III settimana di Quaresima
"Giuseppe
fece come gli aveva ordinato l’angelo"
"Sua madre Maria, essendo promessa
sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta
per opera dello Spirito Santo".
Un lettore privo di fede sorriderebbe
leggendo questa frase, apparentemente ingenua.
Solo un uomo di fede smisurata poteva
credere con semplicità in un mistero tanto superiore ai nostri umani
concetti.
E Giuseppe fu quell'uomo. Come Abramo,
"ebbe fede sperando contro ogni speranza".
Dio aveva garantito la promessa
"per tutta la discendenza, non soltanto per quella che deriva dalla
legge,
ma anche per quella che deriva dalla
fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi".
Per la sua fede, Dio ha costituito
Giuseppe, come prima Abramo, "padre di molti popoli", cioè
patrono della Chiesa universale.
Così si realizzava il piano tracciato
da Dio fin dall'antichità, secondo la solenne promessa fatta al re David:
"io assicurerò dopo di te la
discendenza uscita dalle tue viscere". Era il piano tracciato da Dio
per salvare l'umanità:
"Tu lo chiamerai Gesù: egli
infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati".
Riflessione
Giuseppe, l'uomo
giusto. Della mirabile figura di Giuseppe
possiamo risaltare due tratti. Innanzi tutto Giuseppe era un uomo
"giusto", con un senso della giustizia assai superiore a quello
dell'antica legge. Questa, infatti, riguardo all'adulterio di una promessa
sposa ordinava quanto segue: "la faranno uscire all'ingresso della
casa del padre e la gente della sua città la lapiderà, così che muoia,
perché ha commesso un'infamia in Israele" (Dt 22,21). La giustizia
di Giuseppe non era la fredda applicazione di una legge stabilita in
passato, per educare il burbero popolo d'Israele ad un'elementare
rettitudine. Qui abbiamo qualcosa di ben diverso: il totale sacrificio di
sé per il bene dell'altro: la legge dell'amore, il nucleo del messaggio
di Gesù. Giuseppe non comprendeva ciò che era accaduto a Maria, ma
poteva leggere nei suoi occhi la sua innocenza, e non sopportava vederla
oggetto degli scherni di tutta Nazaret per la sua gravidanza. Pensava di
darle in segreto una nota di ripudio, per lasciarla libera dal vincolo che
li univa, scostandosi così da quel mistero che intuiva senza comprendere,
e andarsene via. Agli occhi degli uomini, però, questa fuga sarebbe
apparsa come un'ammissione di colpa da parte sua, unita alla viltà di non
volersi assumere le proprie responsabilità. Giuseppe, uomo straordinario,
per amore stava per essere degno padre di Gesù.
Giuseppe, l'uomo
umile. Ma il vangelo ci mostra anche la
sorprendente umiltà di Giuseppe, visibile nell'obbedienza. Il testo sacro
ci presenta il primo degli ordini che Dio dà a Giuseppe in sogno; ne
seguiranno poi altri. Uomo pratico e silenzioso, Giuseppe non risponde con
le parole, ma con i fatti, e lo fa immediatamente. È come
quell'amministratore fedele di cui ci parla Gesù, uomo al quale il
padrone può lasciare tranquillamente la gestione di tutti i suoi averi
(cf. Lc 12,42). Perciò, al segnale inviatogli da Dio, lo vedremo più
tardi lasciare la sua casa e le sue umane certezze per andare in Egitto, e
poi ritornare quando forse aveva appena incominciato a trovare lì qualche
lavoro interessante. Giuseppe non ha piani per sé, ma vive giorno per
giorno, attento alla Volontà di Dio. Senza dire una parola, è l'umile
servo del Signore. Giuseppe, uomo straordinario, per la sua obbedienza,
stava per essere degno marito di Maria.
Giuseppe e la
fiducia nei piani di Dio. Sappiamo per
esperienza che i piani divini sono molto più elevati dei nostri. Non è
sempre facile accettarli. L'uomo tende a far conto solo sulle sue forze, e
la volontà di Dio gli sembra ardua e difficile. Giuseppe ci insegna a
porre i piani di Dio come programma della propria vita, con un'obbedienza
semplice, pronta ed operante. L'abbandono alla volontà di Dio è,
certamente, esigente, ma dà pace, serenità e fecondità spirituale.
Impariamo a farci guidare non dall'opinione degli uomini, così fragile e
mutevole, ma dall'opinione di Dio che è l'unica in grado di dar senso
alla nostra vita.
Giuseppe e la
pazienza. La virtù della pazienza richiede una
grande ascesi. È il prodotto di un sforzo interiore costante e di un
grande dominio di sé. Oggi vediamo questa virtù in san Giuseppe: egli
affronta con pazienza le diverse circostanze della sua vita, i momenti di
gioia e quelli di turbamento, di dubbio, di persecuzione. L'uomo giusto è
anche l'uomo paziente. Impariamo a sopportare con pazienza, come fece lui,
quei dolori che la provvidenza permette nelle nostre vite. Sono molti i
contrattempi, le difficoltà, le sofferenze che l'uomo deve affrontare,
nel corso della vita. Anche il solo passar del tempo, con i suoi segni di
usura e di sconfitta, richiede da parte nostra l'esercizio di una grande
pazienza. Sia la pazienza il segno distintivo del nostro atteggiamento in
famiglia, nelle relazioni coniugali, nell'educazione dei figli, nelle
malattie e nelle sofferenze... Come fece con san Giuseppe, Dio non lascia
mai da soli neanche noi, e sta sempre al nostro fianco per confortarci ed
sostenerci, e darci perseveranza nelle buone opere.
18
marzo: Mercoledì della III settimana di Quaresima
"Non
son venuto per abolire, ma per dare compimento"
Le
realtà più solide, il cielo e la terra, potranno cadere ma non cadrà un
iota,
cioè
la particella più piccola della Legge, finché non sia attuata.
Non
si tratta di salvaguardare l'adempimento del codice fin nelle sue minime
prescrizioni,
ma
di comprenderne il profondo contenuto che sopravvive nel Vangelo: l'amore.
Riflessione
C'erano
varie tendenze nelle comunità dei primi cristiani. Alcune pensavano che
non fosse necessario osservare le leggi dell'Antico Testamento, perché
siamo salvi per la fede in Gesù e non per l'osservanza della legge (Rom
3,21-26). Altri accettavano Gesù, Messia, ma non accettavano la libertà
di Spirito con cui alcune comunità vivevano la presenza di Gesù.
Pensavano che essendo giudei dovevano continuare ad osservare le leggi
dell'AT (At 15,1.5). Ma c'erano cristiani che vivevano così pienamente
nella libertà dello Spirito, che non guardavano più né la vita di Gesù
di Nazaret, né l'AT ed arrivavano a dire: "Anatema Gesù!"
(1Cor 12,3). Osservando queste tensioni, Matteo cerca un equilibrio tra i
due estremi. La comunità deve essere uno spazio dove l'equilibrio può
essere raggiunto e vissuto. La risposta data da Gesù a coloro che lo
criticavano continuava ad essere ben attuale per le comunità: "Non
sono venuto per abolire la legge, ma per dare compimento!" Le comunità
non potevano essere contro la Legge, né potevano rinchiudersi
nell'osservanza della legge. Come Gesù, dovevano dare un passo avanti, e
dimostrare, nella pratica, qual era l'obiettivo che la legge voleva
raggiungere nella vita delle persone, cioè, nella pratica perfetta
dell'amore. Gesù non accetta le interpretazioni formalistiche della
Legge, senz’anima, senz’amore. La Legge esiste perché le persone
realizzino se stesse nel disegno di Dio, all’insegna di una libertà
interiore che è amore. Proprio questo Gesù è venuto a vivere e a
insegnare. "Compimento della Legge è l’amore" (Rm 13,10),
dice S. Paolo. E solo per amore Gesù ha accettato di essere inchiodato
alla croce. L’amore, e soltanto l’amore, ci libera dal giogo che, in
se stessa, la Legge può sembrare.
Ed
a coloro che volevano disfarsi di tutta la legge, Matteo ricorda l'altra
parola di Gesù: "Chi dunque trasgredirà uno solo di questi
precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà
considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li
insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei
cieli." La grande preoccupazione del Vangelo di Matteo è mostrare
che l'AT, Gesù di Nazaret e la vita nello Spirito non possono essere
separati. I tre fanno parte dello stesso ed unico progetto di Dio e ci
comunicano la certezza centrale della fede: il Dio di Abramo e di Sara è
presente in mezzo alle comunità per la fede in Gesù di Nazaret che ci
manda il suo Spirito.
Per
un confronto personale
-
Come vedo e vivo la legge di Dio: come orizzonte crescente di luce o come
imposizione che delimita la mia libertà?
-
Cosa possiamo fare oggi per i fratelli e le sorelle che considerano tutta
questa discussione come qualcosa di superato e non attuale? Cosa possiamo
imparare da loro?
-
Oggi, nel mio rientro al cuore, chiedo di contemplare con amore Gesù
Crocifisso. Lascerò risuonare in me quella sua parola: "Se rimanete
fedeli alla mia Parola, conoscerete la verità e la verità vi farà
liberi" (Gv 8,31).
17
marzo: Martedì della III settimana di Quaresima
"Non
ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette"
Pietro
si avvicinò a Gesù e gli disse: "Signore, quante volte dovrò
perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette
volte?". E Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette, ma
fino a settanta volte sette".
Qualche
anno fa, era di Domenica ed ascoltavo a messa l'omelia del mio parroco
... il Vangelo del giorno era proprio questo di oggi e il parroco, con
mia grande sorpresa, riuscì a farmi comprendere cosa significasse
questo "settanta volte sette" che indica qui Gesù. Era per me
un mistero, non mi ero mai informato sul significato di questa
espressione, ma lui, con un esempio molto semplice, si riferiva anche ai
tanti bambini presenti in chiesa, mi spiazzò e disse: "cosa
intendeva dire Gesù con questa espressione? Facciamo due conti: forse
intendeva dire che bisogna fare delle addizioni...o, molto più
semplicemente una moltiplicazione: settanta per sette! Beh il risultato
è semplice...490! Quindi Gesù dice, dovrai perdonare fino a 490 volte,
che dite?" - In cuor mio facendo due conti: in meno di un anno e
mezzo, se mi fossi impegnato tutti i giorni a perdonare, avrei risolto
la faccenda, tirai un sospiro di sollievo! - Ma poi disse: "Provate
ora ad immaginare di scrivere il numero sette per settanta volte e
pensate a questi sette l'uno accanto all'altro. Si ottiene un numero,
giusto? riuscite a leggerlo nella vostra mente? mi dite che numero è?
... Beh, provai tanta sorpresa in quel momento perchè mi resi conto che
era un numero enormemente grande, impronunciabile...che sorpresa! In
quel momento capii che Gesù stava chiedendo a ciascuno di noi di avere
un cuore talmente grande da riuscire a perdonare le offese ricevute dai
nostri fratelli un numero enormemente grande di volte, un numero
impronunciabile di volte! Ciò che Gesù disse a Pietro è che non ci
sono limiti alla carità, non potremmo mai stabilire un confine oltre il
quale è giusto non spingerci. Ciò che è giusto è amare oltre le
nostre forze, le nostre fragilità, esercitare il nostro cuore a fare il
bene per i fratelli... cogliere le offese ricevute come un'opportunità
per amare di più, per darsi totalmente e questo solo per amore di Dio.
Gesù stesso ci ha insegnato questo, la sua morte in Croce sarà sempre
per noi il riferimento più importante per ricordarci che Gesù si è
spinto oltre ogni limite umano, perdonando anche sulla Croce coloro che
lo torturavano, dando la sua vita per la nostra slvezza contro ogni
logica umana.
Vorrei
infine riportare un brano, è l'esperienza di S. Francesco
d'Assisi, che ci aiuta a comprendere la logica di Dio e a meditare
su ciò che Dio può rappresentare per ciascuno di noi, cosa può
chiederci nel profondo di noi stessi:
"E
mentre io riflettevo, Francesco d'Assisi apparve all'ingresso della
grotta. Risplendeva come un carbone ardente. La preghiera aveva divorato
ancor più la sua carne e ciò che di essa rimaneva brillava come
fiamma. Una strana felicità illuminava il suo volto. Mi tese la mano.
-
Bene, fratello Leone - mi disse - Sei disposto ad ascoltare ciò che sto
per dirti? I suoi occhi brillavano come se avesse la febbre e in essi io
potevo distinguere angeli e visioni che riempivano il suo sguardo. Ebbi
paura. Forse aveva smarrito la ragione?
-
Finora si sono usati molti nomi per definire Dio. Questa notte io ne ho
scoperto altri. Dio è abisso inesauribile, insaziabile, implacabile,
infaticabile, insoddisfatto...Colui che mai ha detto all'anima: Ora
Basta!
Mi
si avvicinò ancor più e come se fosse trasportato in altri mondi
aggiunse con voce emozionata:
-
Mai abbastanza! Non basta mai, fratello Leone. Ecco ciò che Dio mi ha
gridato durante questi tre giorni e queste tre notti, là nell'interno
della grotta: Mai abbastanza!L'uomo misero, fatto di fango, reagisce e
protesta: non ne posso più! E Dio risponde: Ora puoi. L'uomo geme:
Scoppio! Scoppia, risponde Dio.
La
voce di Francesco si fece roca. Sentii compassione per lui. Temetti che
facesse qualche sproposito.
Irritato,
replicai:
-
E cosa vuole Dio ora da te? Non baciasti il lebbroso che tanta
ripugnanza ti causava?
-
Non ti rendesti ridicolo restituendo i vestiti a tuo padre e restando
nudo davanti alla gente?
-
Ma...non sei l'uomo più povero del mondo?
-
Non è abbastanza! Non dimenticare, fratello Leone: Dio è "mai
abbastanza" .
16
marzo: Lunedì della III settimana di Quaresima
"Nessun
profeta è ben accettato in patria"
Il prurito di gettare Gesù giù da un
precipizio è un'istinto tutt'altro che sopito, specie di questi tempi.
La ragione per cui Gesù viene cacciato
dal suo paese con rabbia, è semplice: ha detto una verità inoppugnabile
che i suoi placidi concittadini hanno
letto come un'accusa nei loro confronti. La verità è che – alle volte
– l'atteggiamento dei credenti e dei devoti diventa chiuso e
ottuso, impermeabile alle novità di Dio, così che solo i pagani, i
non credenti riescono a cogliere con stupore il messaggio sconvolgente del
Dio di Gesù Cristo.
Riflessione
Per comprendere
il passo del Vangelo di oggi bisogna capire il contesto in cui Gesù ha
proferito queste parole: "nessun profeta è ben accettato in
patria". In realtà Gesù sta rispondendo ai presenti della sinagoga
di Nazaret, città dove era stato allevato, che lo accusavano di non aver
compiuto a Nazaret ciò che invece accadde a Cafarnao: "Quanto
abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui nella tua
patria!". Inoltre poco prima Gesù aveva presentato il suo programma
nella sinagoga di Nazaret, servendosi di un testo di Isaia che parlava dei
poveri, dei prigionieri, dei ciechi e degli oppressi (Is 61,1-2) e che
rispecchiava la situazione della gente di Galilea al tempo di Gesù. In
nome di Dio, Gesù prese posizione e definì la sua missione: annunciare
la Buona Novella ai poveri, proclamare la liberazione ai prigionieri, la
vista ai ciechi, restituire la libertà agli oppressi. Terminata la
lettura, attualizzò il testo e disse: "Oggi si è adempiuta questa
Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi!" (Lc 4,21). Tutti
i presenti rimasero ammirati (Lc 4,16-22ª). Però ci fu subito dopo una
reazione di discredito. La gente nella sinagoga rimase scandalizzata e non
ne volle sapere di Gesù. Diceva: "Non è il figlio di
Giuseppe?" (Lc 4,22b) Perché rimasero scandalizzati? Qual è il
motivo di quella reazione così inaspettata?
Il motivo è che
Gesù citò il testo di Isaia solo fino a dove dice: "proclamare un
anno di grazia del Signore", e taglia la fine della frase che dice:
"e proclamare un giorno di vendetta del nostro Dio" (Is 61,2).
La gente di Nazaret rimane meravigliata perché Gesù omette la frase
sulla vendetta. Loro volevano che la Buona Novella della liberazione degli
oppressi fosse un'azione di vendetta da parte di Dio contro gli
oppressori. Il desiderio di vendetta da parte della gente di Nazaret
doveva riscattare i poveri, i prigionieri, i ciechi, gli oppressi...quasi
come se la vendetta avesse la capacità di rimediare alle tante sofferenze
vissute dagli ultimi. Gesù mette fine a questo modo di pensare, ancora
oggi così spesso presente in noi, sostituendo alla vendetta l'Amore...Il
compimento della grazia era lì, in quella sinagoga, era Gesù, il Figlio
di Dio! Tutta la vita di Gesù, il suo incontro con tante sofferenze, i
suoi miracoli, i suoi insegnamenti e non ultima la sua morte in croce
saranno espressione dell'Amore di Dio per l'uomo, della sua tenerezza, del
suo dono totale all'umanità. Ancora oggi la vita di Gesù, gli episodi
raccontati nel Vangelo, le sue parole sono per noi la nostra salvezza. La
potenza della Parola è proprio la capacità di guarire le nostre ferite
più profonde, la capacità di farci sentire la presenza di Dio che parla
oggi al nostro cuore, capace di darci le risposte che cercavamo in posti
sbagliati, da persone sbagliate...Chiunque fa esperienza di leggere la
Parola e di meditarla potrà dirci come la propria vita, grazie ad essa,
ha assunto un sapore completamente nuovo: ciò che umanamente non ha
spiegazioni e sembra inconcepibile, attraverso la Parola di Dio diventa
esperienza sensibile, comprensibile al cuore più che alla mente. E' Dio
che parla, che inspiegabilmente attraverso quel brano, quella parabola,
quell'episodio della sua vita ci rivela il mistero della nostra vita, la
nostra vera essenza, ciò che è custodito profondamente nel nostro cuore.
La vendetta, il desiderio di vedere negli altri realizzato il male che
abbiamo ricevuto noi non è un sentimento che può appartenerci, non placa
la nostra sete di giustizia, non può cambiare la nostra vita. Ciò che
realmente ci ha cambiato la vita è la sofferenza, la croce, la morte e la
risurrezione di Gesù, il Figlio di Dio!
Per
un confronto personale
Il programma di
Gesù, è anche il mio programma, il nostro programma?
Il mio
atteggiamento è quello di Gesù o della gente di Nazaret?
Chi sono gli esclusi che dovremmo accogliere meglio nella nostra comunità?
15
marzo: III Domenica di Quaresima
"...non
fate della casa del Padre mio un mercato!»
L'incarnazione di Gesù, che viene a
stare con noi, implica una presenza costante nella nostra vita,
mentre la tentazione che il Tempio
rappresenta, come anche le chiese, è quella di rimettere Dio nel Tempio
facendone il suo palazzo, ma anche la
sua prigione, dove posso andare a trovarlo, e dove lo lascio,
per tornare ad una vita priva
della sua presenza. Contro questo culto Gesù insorge,
perché vuole stare con noi
e condividere le nostre gioie e dolori.
Riflessione
Gesù ama
recarsi al Tempio, come tutti i Giudei e forse anche più degli altri,
perché lo considera la casa di suo Padre. Entrandoci trova tanti commerci
e rifiuta questa realtà, per cui si arrabbia. In realtà questa gente
rendeva diversi servizi indispensabili per il Tempio, perché i pellegrini
che arrivavano da lontano avevano bisogno delle cose che vendevano per
offrire i loro sacrifici e per cambiare le loro monete che portavano
simboli di divinità pagane, con monete considerate pure. Ma alcuni
studiosi pensano che se Gesù si arrabbia è perché questi commerci, che
inizialmente si trovavano fuori del Tempio, col tempo erano entrati dentro
il tempio, dentro il confine considerato sacro.
Probabilmente già
un’ora dopo i mercanti, recuperate le loro bestie, avevano ripreso
possesso delle loro postazioni. Il denaro scorreva di nuovo di mano in
mano, necessario e benedetto: «è per la devozione dei pellegrini, è per
le elemosine»!
Eppure il gesto
di Gesù non è rimasto senza effetto. Quell’evento è ancora rivelativo
dell’autentica fede evangelica. È profezia che si rivolge ancora oggi
agli abili custodi dei templi, e li invita a credere più nei progetti
dove sono coinvolte persone, che in quelli dove è coinvolto denaro. Ma
che interpella ciascuno, tentato di instaurare con Dio la legge del
mercato, di rinnovare in sé l’eterno errore di pensare che Dio, la
salvezza, la croce si possano meritare. Dio non si merita, si accoglie. La
croce di Cristo è immeritato eccesso, divina follia, gratuità assoluta.
Il capovolgimento portato da Gesù è un Dio che non chiede più
sacrifici, ma che sacrifica se stesso per noi, prende su di sé il male e
lo porta fuori dal mondo, fuori dal cuore, lo inchioda sulla croce. Quando
i Giudei gli chiedono di giustificare il suo gesto, Gesù porta gli
uditori su di un altro piano: Distruggete questo tempio e io lo
riedificherò. Non per una sfida a colpi di miracolo, ma per una
alternativa: tutt’altro è il tempio di Dio. Gesù instaura la religione
dell’interiorità, porta l’uomo sulla via del cuore, va fino in fondo
alla linea della persona, e non a quella dell’istituzione o delle cose.
Nel Vangelo vediamo Gesù frequentare talvolta il tempio, ma molto più
spesso la vita, case, campi, lago, villaggi e polvere, tanta polvere delle
strade di Palestina. Gesù insegna che Dio ci raggiunge nella vita di
tutti i giorni, suo tempio fragile e bellissimo e infinito. Se potessimo
imparare a camminare nella vita, nella vita interiore e in quella degli
altri, con venerazione; a camminare nel cosmo facendo di ogni passo un
pellegrinaggio sacro!
L’ultima
parola del Vangelo oggi dice: «Egli infatti sapeva quello che c’è in
ogni uomo». O Dio, che conosci cosa c’è di ansie, di paura, di forza,
di tenebra nel cuore dell’uomo, tu che ci hai fatti così, ricordati che
siamo deboli e cadiamo facilmente, ma ricordaci anche che siamo tuo
tempio, che in noi c’è il bene più forte del male, c’è il bene più
antico del male, e l’amore di domani.
14
marzo: Sabato della II settimana di Quaresima
"Questo
mio figlio era morto ed è tornato in vita,
era
perduto ed è stato ritrovato"
Noi tutti siamo quel figlio che il
peccato ha allontanato dal Padre, e che deve ritrovare, ogni giorno più
direttamente, il cammino della sua casa, il cammino del suo cuore.
La conversione è esattamente questo: questo viaggio, questo percorso che
consiste nell’abbandonare il nostro peccato e la miseria nella quale
esso ci ha gettati per andare verso il Padre.
Il
nostro Padre ci attende da sempre. Siamo noi ad averlo lasciato, ma lui,
lui non ci lascia mai.
Egli è "commosso" non appena
ci vede tornare a lui. Talvolta saremmo tentati di dubitare del suo
perdono,
pensando che la nostra colpa sia troppo
grande. Ma il padre continua sempre ad amarci.
Egli è infinitamente fedele.
Non sono i nostri peccati ad impedirgli
di darci il suo amore, ma il nostro orgoglio. Non appena ci riconosciamo
peccatori, subito egli si dona di nuovo a noi, con un amore ancora
più grande, un amore che può riparare a tutto, un amore in grado
in ogni momento di trarre dal male un bene più grande.
Riflessione
"Io qui
muoio di fame!" ... è il grido di un figlio, è il momento più
doloroso che vive l'uomo cui manca il nutrimento, l'essenziale per vivere,
ma è anche l'inizio della salvezza, l'urlo di chi si libera dalla misera
condizione in cui è caduto riconoscendo ciò che sta vivendo, ciò che
desidera più di ogni altra cosa, ciò che è veramente importante per sè.
E' attraverso quest'urlo tanto necessario quanto doloroso che si prende in
mano la propria vita e si trova il coraggio di "levarsi e di
andare" ... riconoscersi bisognosi comporta mettersi in movimento,
avere il desiderio di rialzarsi dalle proprie macerie, dalle proprie morti
e di andare, cercare il nutrimento per la propria vita che sta morendo.
Non riusciremmo mai ad andare così in fondo, spesso di toccare con mano
il fondo della nostra esistenza se non avessimo la libertà di scegliere
strade sbagliate, di sperperare quelle sostanze di cui ognuno di noi è
ricco. E' questa la logica di quel Dio che tanto spesso imprechiamo quando
lo riteniamo responsabile di averci dato una misera esistenza, di non
averci colmato di quei "beni" che vediamo in altri ma non in
noi...è la logica di un Dio che lascia il proprio Figlio libero di
scegliere la propria strada senza incatenarlo ad una realtà che pur
giusta, non è stata consapevolmente scelta...Come può il Signore avermi
fatto questo....come può Dio non intervenire in quella
situazione...dov'era il Signore? Il Signore era attaccato alla finestra
della sua casa, il Signore attendeva impaziente che tu decidessi di
ritornare, il Signore era disperato perchè tu non avevi scelto lui....ma
poi hai urlato, sei ritornato ed Egli da lontano ha sentito, non attendeva
altro e...ha pianto, sì hai letto bene, il tuo Dio ha pianto per te, ti
è corso incontro, ti si è gettato al collo, ti ha baciato...! Quanta
gioia in questo incontro! Ora realmente sei ritornato in te:
quest'abbraccio del tuo Dio è il segno di un amore che mai ti ha
abbandonato, neanche quando sperperavi i tuoi doni, neanche quando
desideravi ardentemente che qualcuno si accorgesse di te...è festa nel
tuo cuore, c'è gioia nel cuore di Dio! Ora non lasciar che questa gioia
resti solo tua. Dillo a tuo fratello che il desiderio di ogni cuore è
quello di essere amato dall'Amore, da quel Dio che nessuno più conosce
perchè è stato abbandonato, è stato messo in un cassetto...ma non
dirglielo urlando, come sei solito fare, diglielo sottovoce, corrigli
incontro, gettati al suo collo e diglielo con un abbraccio, diglielo con
un bacio.
Per un confronto personale
- Qual è
l'immagine di Dio che conservo in me fin dalla mia infanzia?
E' cambiata nel
corso di questi anni? Se è cambiata, perché?
- Con quale dei
due figli mi identifico: con il più giovane o con il maggiore? Perché?
13
marzo: Venerdì della II settimana di Quaresima
"La
pietra che i costruttori hanno scartata
è
diventata testata d’angolo"
La
parabola dei vignaioli assassini è indirizzata ai capi dei sacerdoti e
agli anziani del popolo. Ci fa comprendere una particolare sofferenza del
cuore di Gesù, e al tempo stesso ci fa penetrare nel mistero della sua
Chiesa. Gesù ha sofferto per tutti i nostri peccati, ma in particolar
modo ha sofferto per essere stato ripudiato e infine ucciso dai pastori
del popolo eletto.
Durante questa Quaresima, chiediamo la grazia di attaccarci con
fermezza non solo al messaggio, ma anche alla persona di Gesù, e che la
nostra unione con lui sia il centro della nostra vita.
Riflessione
Il
passo del Vangelo di oggi contiene tanti spunti, potremmo a lungo
riflettere sul messaggio che Gesù comunica ai sacerdoti e agli anziani
del popolo, contestualizzarlo, elaborarlo ... ma c'è una domanda cui
bisogna rispondere prima di ogni cosa: cos'è la vigna di cui parla Gesù
in questa parabola? E' chiaro che Gesù si rivolge ai sacerdoti e
agli anziani che dovrebbero occuparsi del popolo di Dio; la vigna
dunque non può essere un luogo ma sarà un insieme di
persone, con le loro relazioni, il loro mondo, i loro problemi, la loro
crescita spirituale ... è l'umanità affidata ai sacerdoti e agli
anziani. Questa vigna è piantata da Dio perchè è Dio che ha
creato l'uomo: "Sei
tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo perchè mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere,
tu mi conosci fino in fondo". E i vignaioli? I
vignaioli sono coloro a cui Dio ha affidato un compito
importantissimo, quello di custodire queste persone: affidare vuol dire consegnare
qualcosa alla custodia di qualcuno in cui si abbia fiducia...la vita creata
da Dio viene messa nelle mani di uomini a Dio consacrati perchè
attraverso di essi porti frutti abbondanti. Una grande responsabilità che
non può riguardare solo i sacerdoti e gli anziani del tempo di Gesù ma
riguarda i consacrati di oggi, tutti coloro che sono nella Chiesa;
riguarda ciascuno di noi, ogni cristiano che si nutre di questa parola di
Dio cui è affidato il compito di vegliare sulla propria vita, dono
di Dio, e quella dei fratelli per i quali siamo i primi responsabili e
custodi. La parabola continua con Dio che manda i suoi servi a ritirare il
raccolto ... "io
ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato
da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito,
malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi"
... "ogni
volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più
piccoli, l’avete fatto a me" ... uno lo
bastonarono, l'altro lo uccisero, l'altro lo lapidarono! I tuoi fratelli
più piccoli Signore, i tuo servi sono coloro che tu ci affidi, la loro
vita ci interpella ogni giorno, ci chiedi di custodirli, ci chiedi di
vegliare su di loro...il loro sguardo, le loro esigenze, il loro dolore
ogni giorno ci viene a chiedere quel raccolto... tu hai seminato dentro di
noi un seme e ce l'hai affidato; tante volte ne andiamo fieri, Signore, ne
siamo gelosi, preferiamo che nessuno venga a toccarcelo...ma Tu ci chiedi
di offrirlo, ci chiedi di non trattenere niente per noi. Hai mandato tra
noi tuo Figlio per insegnarci il significato dell'offerta, per renderci
capaci di amare fino in fondo, fino a dare tutto senza riserve. Ma l'uomo
ha ucciso tuo Figlio, l'ha inchiodato ad una croce affinchè gli fosse
negata la possibilità di esprimersi, di indicare la strada verso
Te...quella croce, Signore, parla ancora oggi, quella croce non smette di
urlare il più grande gesto d'amore che un uomo possa fare ... Concedici
in questo tempo di ascoltare e comprendere ciò che tu vuoi insegnarci,
non permettere che il tuo raccolto, Signore, si disperda nel vento.
Per
un confronto personale
Se
Gesù tornasse oggi e raccontasse la stessa parabola come reagirei io?
12
marzo: Giovedì della II settimana di Quaresima
"...un
mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta..."
È necessario liberarci di tutte le
ricchezze che appesantiscono il nostro cuore, è necessario staccarsene,
perché esse ci impediscono di vedere il
povero che "giace alla nostra porta".
Siamo tutti assai preoccupati di noi
stessi, del nostro agio, dei nostri interessi...
La vera privazione, la più importante
agli occhi di Dio,
è quella che libera il nostro cuore dal
suo egoismo e che lo apre agli altri.
Riflessione
Oggi il Vangelo
ci presenta una pagina molto plastica, una piccola scena in cui è
descritta in poche battute la biografia di due personaggi ben diversi tra
loro. Come in ogni "film" che si rispetti c'è una trama, una
situazione ben precisa; per capirne il senso è necessario conoscere i
personaggi.
Andiamo direttamente alla Parola di Dio:
Ricco epulone: "Vestiva di porpora e di bisso" (forse non lo
sappiamo perché non abbiamo mai visto un Re, ma queste sono le stoffe del
Re). "Tutti i giorni banchettava lautamente"
Lazzaro: "un mendicante", "giaceva alla sua porta",
"coperto di piaghe", "bramoso di sfamarsi di quello che
cadeva dalla mensa del ricco".
Lazzaro è veramente un uomo povero, non ha una casa, è malato, è
affamato, non c'è quindi nessuno che si prenda cura di lui. Diciamo pure
che gli uomini lo hanno dimenticato.
ATTENZIONE:
Tra i 2 c'è un'altra diversità ben più grande e radicale, che li pone
su piani completamente diversi: qual è?
"un uomo ricco"
"un mendicante di nome Lazzaro"
Avete capito bene: MANCA IL NOME DELLA PERSONA RICCA. Questo tale NON HA
UN NOME DAVANTI A DIO!!!
Se lo cose stanno così, qual è per noi il personaggio principale? Il
povero o il ricco? Se fosse il povero la parabola risulterebbe un po'
pericolosa, perché tutto è rimandato all'al di là dove ci sarà il
rovesciamento delle situazioni presenti: i ricchi all'inferno e i poveri
in paradiso, allora sarà fatta giustizia. I poveri devono solo attendere
un po', giusto il tempo chi i ricchi finiscano il loro banchetto e abbiano
la loro bella sepoltura... in Paradiso poi i vari Lazzari della storia si
riprenderanno la rivincita. Attenzione: questo tipo di rassegnazione non
rientra nello Spirito del Vangelo.
Il protagonista è quindi il ricco epulone. Che strano, nonostante sia il
protagonista, abbiamo visto che la Bibbia ha dimenticato il suo nome (cosa
che non è avvenuta per il povero Lazzaro). La cosa è tanto più strana
se pensiamo al significato che il nome ha nell'ambiente ebraico, il nome
esprime la realtà profonda delle persone, riassume la sua storia (Lazzaro
ad esempio significa "Dio aiuta", "Yahweh viene in
soccorso").
Perché il ricco non ha nome? Perché non ha storia. Ha costruito la sua
esistenza sul vuoto. Ha smarrito il nome perché ha smarrito le vere
ragioni del vivere. Non si può vivere per banchettare dimenticandosi dei
fratelli che hanno bisogno.
In fondo, al ricco epulone della parabola si rimprovera il suo egoismo, la
sua spietatezza nel non aver avuto una briciola di comprensione e di amore
per il povero che sedeva alla sua porta e che vedeva ogni giorno
consumarsi sempre di più.
IL RICCO HA PERSO IL NOME DAVANTI A DIO, NON PERCHÈ RICCO, MA PER L'USO
SBAGLIATO DELLA SUA RICCHEZZA, USATA SOLO PER SÈ STESSO. E NOI ABBIAMO
MAI SMARRITO IL NOSTRO NOME? Quali nomi hanno preso il sopravvento?
Denaro, carriera, potere, successo lavoro, hobby, il mio tempo...? COME
FARE PER RIACQUISTARE IL NOME DAVANTI A DIO? La carità, l'amore
verso i fratelli, la condivisione, l'entrare in questa scelta di vita, ci
fanno sperimentare una vita piena, frutto dell'incontro con Dio.
Ama e capirai chi sei, il tuo nome, la tua identità. Sperimenterai la
vita vera, quella pienezza che è già qui sulla terra anticipo di
Paradiso anche nella fatica del cammino.
Per un confronto personale
Purtroppo,
ricordare i nomi dei poveri e dimenticare i nomi dei ricchi corrisponde
alla logica del Vangelo. La logica del mondo è diversa... Da che parte
stai? Prova in questa settimana a segnare in un foglio il nome delle
persone povere che incontri... A fine giornata puoi presentare i loro nomi
a Dio: avrai qualche amico in più.
11
marzo: Mercoledì della II settimana di Quaresima
"Potete
bere il calice che io sto per bere?"
La croce è sempre presente nel cuore di
Gesù. È la meta della sua vita.
Sarà un sacrificio liberamente offerto,
e non solo un martirio. Gesù ci avverte come avverte Giacomo e Giovanni:
se vogliamo essere con lui nella sua
gloria, dobbiamo bere per intero il suo calice, cioè dobbiamo anche noi
morire, fare la volontà del Padre, portare la nostra croce seguendo Gesù,
senza cercare di sapere prima quale sia il nostro posto nel suo regno.
Riflessione
Anche oggi
attraverso il discorso che Gesù fa con la madre di Giacomo e Giovanni,
figli di Zebedeo, ci rivela un aspetto fondamentale della nostra fede:
alla richiesta della donna di concedere ai suoi figli di sedere nel regno
di Dio, uno alla destra e uno alla sinistra, Gesù immediatamente risponde
"potete bere il calice che io sto per bere?".
Ecco, Gesù
indica la strada per giungere al Regno di Dio: la Passione. Aveva appena
annunciato ciò che gli stava per accadere una volta giunto a Gerusalemme:
il Figlio dell'uomo sarà SCHERNITO, FLAGELLATO e CROCIFISSO. Lo
indichiamo a caratteri maiuscoli affinchè siano i tre verbi che
risalteranno di più in questa meditazione, perchè siano ricordati,
fissati nella mente, perchè rappresentano il calice che Gesù berrà
liberamente offrendo la sua vita sulla Croce per ciascuno di noi. Cosa ha
detto Gesù? Vuoi entrare nel Regno di Dio? Allora bevi il mio calice ...
perchè ci dice questo Gesù? Perchè dovremmo soffrire ciò che ha
sofferto Lui? Non bastano le sue sofferenze, non ci aveva detto che
attraverso la Croce ci ha salvati? Che senso ha ora chiedermi di soffrire
ancora? E poi per cosa, visto che il "posto privilegiato" nel
Regno lo decide comunque Dio?
Belle domande
queste, sicuramente ce le siamo poste tante volte abbozzando ogni volta
una risposta più o meno plausibile. Ma il senso di tutto questo lo
possiamo scoprire soltanto, e dico soltanto, vivendo ciò che il Signore
ci ha detto! Se non facciamo esperienza di quanto Gesù ha annunciato ai
suoi discepoli non scopriremo mai il significato di alcune parole ... ci
sembreranno sempre dure, incomprensibili, dolorose.
Schernito,
flagellato, crocifisso...A volte ho cercato di immaginare cosa provasse
Gesù mentre veniva schernito, schiaffeggato; è scritto anche che gli
sputarono addosso, fu flagellato e infine inchiodato alla croce e trafitto
con la spada. In quei momenti certamente Gesù soffriva terribilmente nel
corpo, era un uomo di carne ed ossa pertanto sentì sulla propria pelle i
duri colpi dei flagelli, il peso della croce su un corpo violentato e poi
i chiodi tra le mani e sui piedi. Tanto dolore dunque e come se non
bastasse l'insulto, gli sputi, l'oltraggio. Ma Gesù aveva nel cuore un
progetto da realizzare, Lui era Dio e andava alla morte per liberare i
suoi figli dalla schiavitù del peccato...aveva nel cuore un amore, il più
grande amore che un uomo abbia mai provato per i propri figli...ce lo
dimostra il perdono di Gesù ai suoi aguzzini, ce lo dimostra la forza con
cui l'uomo Gesù è stato capace di sopportare tanta inaudita e feroce
violenza! Il suo è un cuore che ha amato fino al sacrificio della vita!
E' questo il "segreto" di Gesù: l'amore per i suoi figli che
l'ha guidato sulla via del calvario! Ma allora Gesù cosa ci chiede oggi?
La risposta viene naturale: ci chiede di ricambiare quest'amore! Lui sarà
felice quando le nostre sofferenze, le nostre difficoltà saranno
affrontate con lo stesso amore, con la stessa intensità con cui Gesù ha
vissuto le sue: amore verso Dio, amore verso quell'uomo che ci ha
insegnato cosa sia l'amore ... il resto lo farà il Signore, il resto lo
scopriremo nel nostro cuore." O Gesù, tu le croci le dai a chi ami.
Tu, Gesù, sei l'amore di tutti, tu sei l'unico amore: lo grido forte. Ti
vorrei amar tanto, Gesù! Con quella purezza che ti amarono le vergini;
con quella fortezza che ti amarono i martiri...allora si, Gesù...Sai, Gesù,
se ti dico troppo: con quella carità che ti amava la Mamma tua. Sono la
delizia tua, Gesù Io basto a Gesù? ...Ridimmelo, dimmelo, Gesù. E te
tante volte a me non sei bastato! Quante volte, Gesù, ti ho voltato le
spalle!...E' possibile, Gesù, che io possa bastare a te? O Santi del
cielo, prestatemelo voi un cuore, che lo possa amar tanto Gesù... Tu (Gesù)
sei il sostegno della mia vita, la fiamma del mio cuore, la pupilla degli
occhi miei...La fiamma del mio cuore tu la vuoi tutta te?... Gesù, tu mi
chiedi solo amore. Dunque, Gesù, per imparare ad amare bisogna soffrire.
Anche il sangue tuo, Gesù, tutto è opera di amore".
"Gesù ma tu mi hai dunque amato fino a questo punto? Mi hai
fatto tante garzie, mi hai fatto tanti favori; e io che ti ho fatto? O Gesù
ma che sei divenuto? Che ne è stato di te, Gesù? ...Oh! la persona santa
di Gesù è divenuta la persona dei divertimenti di tutti; il mio Gesù lo
bestemmiano, il mio Gesù lo strapazzano, lo maledicono, gli fanno tanto
male. Più, Gesù, mi sorprende quando ti vedo nelle umiliazioni, che io
non ne voglio sentir parlare...O se potessi, Gesù! ...vorrei col mio
sangue...vorrei col mio sangue, Gesù bagnare tutti quei luoghi dove ti
vedo oltraggiato. Come l'amore ha potuto tanto sul tuo cuore? Gesù, che
ti fanno...quei cattivi? Gesù, non si stancano?...Non più quei colpi su
te, Gesù...Tu, Gesù, non li meriti, io si...te no, te non più; a me
si...Gesù...Sono io che ho peccato, tu sei innocente; sono io che ho
fatto tanti peccati"
S.
Gemma Galgani, Estasi 24 del 24 Aprile 1900
Per un
confronto personale
- Giacomo e Giovanni chiedono favori, Gesù promette la sofferenza. Ed io,
cosa chiedo a Gesù nella preghiera? Come accolgo la sofferenza ed i
dolori che avvengono nella mia vita?
- Gesù dice: "Non così dovrà essere tra voi!" Il mio modo di
vivere in comunità segue questo consiglio di Gesù?
10
marzo: Martedì della II settimana di Quaresima
"Il
più grande tra voi sia vostro servo"
L'uomo ha in se stesso il desiderio di
primeggiare.
E Gesù non annulla questo, ma dice:
"In questa relazione, se c'è un primato sia quello del
servizio":
"Il più grande tra voi sia vostro
servo". E' il servizio che ci rende fratelli.
Servire è accorgersi del bisogno
dell'altro, è avere uno sguardo costantemente rivolto all'altro e non
centrato in se stessi. E' l'altro, allora, la mia verità. E' l'altro che
determina il mio agire, il mio pensare, il mio modo di amare.
Riflessione
Quanti di noi
oggi si sentono interpellati da questa tragica verità che Gesù ci
ricorda! E' il vizio
in cui tanti fedeli cadono continuamente, specialmente i più
"vicini", quelli che con maggior frequenza svolgono un servizio
nelle parrocchie, sono attenti a non mancare ad alcun appuntamento
parrocchiale, ritroviamo nelle chiese continuamente a pregare... Non è il
servizio, il pregare, gli incontri in parrocchia a generare oggi l'atteggiamento
che avevano un tempo i Farisei e gli Scribi ai tempi di Gesù,
anzi... basti pensare all'impegno e all'attenzione con cui questi
appuntamenti vengono pensati, curati, preparati:...sono queste le
nostre occasioni privilegiate che abbiamo per riflettere, per meditare,
interiorizzare e fare esperienza della Parola. Il problema sorge quando
iniziamo a sentirci "arrivati", quando pensiamo che la nostra
esperienza di Dio non è paragonabile a quella degli altri, che come
preghiamo noi Dio non lo prega nessuno, che meritiamo riverenza per quel
che diciamo e facciamo in parrocchia. Ancor più quando tutto ciò che
ascoltiamo non riusciamo a ruminarlo, ad interiorizzarlo, a farlo entrare
nel nostro cuore: restano parole vuote, che non ci riguardano, non ci
appartengono. Il Signore in questo modo non ha possibilità di incarnarsi,
di entare nelle famiglie, di andare dal povero, dall'emarginato, dal
giovane, dall'anziano. Il Signore resta nella nostra mente, nelle nostre
orecchie ma non attraversa le nostre mani, la nostra bocca, il nostro
cuore. Sembra un'esagerazione, ma se ci riflettiamo tutto ciò può
riguardare ciascuno di noi in modo diverso, in maniera più palese o in
forma sottile. Ed è questo, bisogna che ce lo diciamo, che fa di noi dei
cattivi testimoni di Gesù che proprio oggi ci dice: "Il
più grande tra voi sia vostro servo". Questo è invece
l'atteggiamento che deve rappresentarci! Ancor prima di parlare, di venire
a contatto con noi le persone dovrebbero riconoscere un cristiano
dalle opere che egli compie, dalla capacità di accogliere il fratello, di
stargli accanto, di sostenerlo; qualunque posto egli occupi nella
Chiesa, nel mondo dovrebbe essere a servizio degli altri, con umiltà, con
spirito di carità. Siamo legati invece ai ruoli che rivestiamo
all'interno della comunità, delle famiglie, della società sempre
pronti a giudicare, condannare chi per sbaglio o per atto di amore ha
tentato di "userpare il nostro posto", ha minacciato
la nostra libertà dimenticandoci che il nostro operare è servizio
ai fratelli, è principalmente disponibilità a Dio.
Per un confronto personale
Oggi, nella mia
pausa contemplativa, mi lascerò interpellare da questo brano biblico: è
rivolto a me l’invito a correggere la rotta, mettendomi decisamente
nella via dell’amore.
Rendimi
consapevole, Signore, delle mie responsabilità di fronte a un degrado che
sono troppo pronto a condannare. Che io possa, sostenuto dalla tua grazia,
collaborare con i miei fratelli per l’avvento di una società fondata
sui dettami dell’amore.
9
marzo: Lunedì della II settimana di Quaresima
"Siate
misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro"
Le esigenze
della vita cristiana non sono delle prescrizioni moralistiche di buona
condotta ma rappresentano la possibilità reale di riscatto per acquisire
la vera beatitudine, promessa da Gesù e già realizzata da Lui nel suo
Mistero Pasquale. Gesù stesso ci insegna come essere misericordiosi e di
accogliere i nostri fratelli nelle loro sofferenze. Dietro questi precetti
vediamo il Volto del Signore, volto di amore, misericordia e perdono. La
beatitudine di Gesù è allora per noi segno concreto di conversione di
vita perché i nostri cuori siano sempre rivolti a Lui, che ci ha
insegnato l'amore, la misericordia ed il perdono.
Riflessione
Oggi
ci viene proposta un'altra piccola parte di quel discorso di Gesù che
abbiamo meditato Venerdì scorso. Ritroviamo Gesù che si rivolge alla
folla riunitasi nei pressi di Cafarnao per ascoltarlo, per essere guariti.
Tutto il discorso di Gesù suscita una grande tenerezza: è il discorso di
un padre che sa di dover lasciare i propri figli, che sa di avere ancora
poco tempo per annunziare la buona notizia; è questa una delle occasioni
per rivelare il Verbo, la via della salvezza ... tutto d'un fiato fa delle
raccomandazioni, esorta, ammonisce, insegna. Ogni singola parola avrà un
peso inimmaginabile nella vita di tanti che ascolteranno, nessuna sarà
dimenticata per secoli e secoli, ognuna è stata pensata e pronunciata da
un Dio divenuto carne per essere toccato, visto, ascoltato. E' attraverso
queste parole che si rimargineranno tante ferite, che i cuori
ricominceranno ad amare, che tanti si metteranno al servizio dell'Amore.
Iniziamo questa meditazione non con l'atteggiamento di chi "ha già
sentito tante volte", di chi per superficialità crede di averne già
capito il senso e magari sente che non riguarda la propria vita:
ricordiamoci che è Dio che parla a noi, che ci indica la
strada...accostiamoci dunque alla parola con profondo rispetto perchè
viene da Dio ed è stata pronunciata per la nostra salvezza: è questo il
"nostro tempo", è proprio questa l'occasione che il Signore si
ritaglia per parlare ancora una volta a noi, nel silenzio del nostro
cuore.
"Siate
misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro"... la
misericordia è un sentimento che nasce dentro di noi quando proviamo
compassione per la miseria degli altri (miseria morale o spirituale). E'
dunque un sentimento che può nascere solo se facciamo esperienza di
questa miseria e proviamo a compatirla, patirla insieme a chi la vive. Gesù
ci sta chiedendo qualcosa di molto importante, ci chiede di non tirarci
indietro di fronte alla miseria degli altri, di non sentircene
infastiditi, di non evitarla ma piuttosto di starci a contatto, di
comprenderla, di amarla. Noi tutti abbiamo esperienza della nostra
miseria, sappiamo quanto grandi sono i nostri limiti, sappiamo riconoscere
quanto ci è difficile superare, malgrado gli sforzi, le difficoltà che
nascono nei confronti di chi ci vive accanto. Sono le nostre ferite che
spesso ci impediscono di vivere serenamente i rapporti, che in un modo o
in un altro ricominciano a bruciare quando viviamo in relazione con gli
altri. Sono le nostre miserie! Gesù ci chiede di ricordarci delle nostre
ferite quando veniamo a contatto con la miseria altrui, ci dice che il
nostro vissuto può essere messo a disposizione degli altri e può far
fiorire quel campo sterile che un tempo era anche il nostro cuore. Ma come
potremmo fare tutto questo se dentro di noi giudicassimo o ancor peggio
condannassimo chi vive questi disagi? La strada che conduce alla
misericordia non è piuttosto quella del perdono, del darsi totalmente,
incondizionatamente?
Per
un confronto personale
- La
Quaresima è un tempo di conversione. Qual'è la conversione che il
vangelo di oggi mi chiede?
- Sono
stato già misericordioso come il Padre celeste lo è?
8
marzo: Domenica della I settimana di Quaresima
"È
bello per noi restare qui! Facciamo tre tende!"
Pietro
pensa che la felicità sia una situazione da prolungare il più possibile,
come un benessere da conservare. No.
La felicità si vive e diviene interiore. Le tende bisogna costruirle nel
mondo, nei cuori induriti degli uomini, nella vita ordinaria. Bisogna
costruire tende dove risuoni la parola di beatitudine del Figlio
prediletto, che tutti possiamo ascoltare e vivere. È bello per noi godere
di questa luce. È bello che i fratelli stiano assieme. È bello perché
nessuno può impadronirsene, perché la felicità è contagiosa, perché
cresce comunicandosi.
Riflessione
Gesù
sceglie tre testimoni, Pietro, Giacomo e Giovanni, per renderli partecipi
di un'esperienza straordinaria che mai più sarà dimenticata: la
trasfigurazione... davanti ai loro occhi il suo aspetto cambiò e le
sue vesti divennero splendenti, bianchissime. I tre discepoli sono soli e
non capiscono cosa stia accadendo: vedono il loro Gesù con un volto
nuovo, da lui emana una luce bianchissima, lo vedono discorrere con
Mosè ed Elia ... tutto è accaduto così in fretta, lungo il cammino al
monte Tabor non avrebbero mai immaginato cosa avrebbero visto di lì a
poco, il Signore aveva soltanto chiesto loro di seguirlo senza dire nulla,
senza prepararli ... Chiunque si sofferma a riflettere su questo
avvenimento e cerca di immedesimarsi nei tre discepoli non può che
immaginare lo sgomento, la paura che abbiano provato: sembra un episodio
di un film, un effetto speciale usato allo scopo di sbalordire, di far
restare a bocca aperta. Immaginiamo i loro volti sconvolti, che si
scrutano l'un l'altro nella ricerca di una risposta al loro
interrogativo: cosa sta accadendo? Ma dalle parole di Pietro riusciamo a
capire qualcosa di più del loro stato d'animo: "è
bello per noi stare qui". Forse la sua voce è tremante,
cerca di interrompere il silenzio interrogando il suo Maestro,
probabilmente vuole solo sentirlo parlare per assicurarsi che non vive in
un sogno...vorrebbe addirittura fermare il tempo proponendo di costruire
tre tende per impedire che tutto finisca, che quella luce si spenga:
possiamo allora intuire che in quei tre cuori non c'è solo sgomento, c'è
qualcosa di più. Quella luce emanata da Gesù è entrata in
essi per illuminare il buio del dubbio, per placare la sofferenza del
discepolo, per infiammare ciò che era stato acceso, per sigillare una
promessa che un tempo li aveva scossi, li aveva posti alla sequela del
Figlio di Dio. ..."Questi
è il figlio mio prediletto; ascoltatelo!" Quel Dio è
ora intorno a loro, sono avvolti da quella luce, sta parlando, gridando ai
loro cuori...ancora una volta, ancora più forte! E' un'esperienza di
Paradiso, è un esperienza di Dio!
La
stessa esperienza, la stessa luce, la stessa voce ancora oggi può essere
vissuta, vista, ascoltata...è questa un'affermazione, una certezza, ma
per tante, forse troppe persone resta ancora un domanda, un dubbio. Il
Signore ci ha lasciato il suo Spirito che vive in noi, che può
condurci alla presenza di Dio, alla contemplazione di un volto che ci ama,
che ci parla. La trasfigurazione di Gesù è la nostra conversione,
è il nostro riconoscere che Gesù è il figlio di Dio, che il nostro
cuore desidera fare la sua volontà ... è il tuo "Eccomi,
sacrifico ciò che in me è prezioso perchè mi sento chiamato per
nome, mi sento amato, mi sento partecipe di un avvenimento straordinario:
Dio vuole entrare nel mio cuore!". Non ci resta che abbandonarci a
quel Gesù che ci chiama a scalare il monte, che vuole condurci in un
luogo solitario per mostrarci quel volto nuovo, diverso dal solito,
diverso da quello che abbiamo immaginato per anni. Ce lo chiede perchè
vuole rendere straordinaria la nostra vita, vuole illuminare i nostri
occhi troppo spesso bagnati da lacrime e spenti dalla rabbia di aver perso
quella Speranza che caratterizza ogni cristiano, ogni uomo amato da Dio.
Per
un confronto personale
Oggi,
nel mio rientro al cuore, lascio che il mistero della Trasfigurazione del
Signore mi consoli, mi dia coraggio e mi aiuti a leggere anche gli eventi
penosi della vita come tappa di un cammino provvidenziale in cui Dio
cammina al mio fianco, Risorto e Vittorioso.
7
marzo: Sabato della I settimana di Quaresima
Amate
i vostri nemici
e
pregate per i vostri persecutori
Padre, perdonali! Non sanno ciò che
fanno!
Un soldato prende un polso di Gesù e lo
mette sul braccio della croce, vi colloca un chiodo e comincia a battere.
Varie volte. Scendeva sangue. Il corpo di Gesù si contorceva dal dolore.
Il soldato, un mercenario, ignorante, lontano da ciò che faceva e che
succedeva intorno a lui, continuava a battere come se fosse un pezzo della
parete di casa sua e dovesse appendere un quadro. In quel momento
Gesù prega per il soldato che lo torturava e rivolge la preghiera al
Padre: "Padre, perdonalo! Non sa cosa sta facendo!" Amò
il soldato che lo uccideva.
Riflessione
Certo che questo
Gesù è uscito fuori di testa! è diventato matto, ha perso ogni logica!
Ma come può chiedermi oggi di AMARE i miei nemici e di PREGARE per i
miei persecutori? Non bastava quell'impegno già arduo di per sè di amare
il mio prossimo? Sì il mio prossimo, quello che mi aiuta sempre, che mi
ascolta quando sto male...eppure a volte mi fa talmente arrabbiare che per
dispetto non gli rivolgo la parola per qualche giorno: sì, quando
improvvisamente si chiude in un silenzio che io proprio non capisco! Ma me
lo fa apposta? Eppure insomma lo sa che io ho bisogno di lui, ho bisogno
di sfogarmi...di fronte a queste cattiverie io proprio non ci sto! Ora
addirittura di amare i nemici, eh che so stupido io? Se qualcuno sapesse
che prego per qualcuno che mi fa del male penserebbe che io non sto più
bene con la testa: "tu e questo Gesù siete fuori dal mondo....impara
a farti rispettare....al mondo d'oggi bisogna tenere sempre gli occhi ben
aperti...non fidarti mai di nessuno...pure gli amici ti
tradiscono..."!
Strano
vero? Volutamente le circostanze descritte sono banali eppure le
viviamo ogni giorno: è la superficialità del vivere, è il conformarsi
ad una logica comune in cui Dio è messo da parte e ucciso!
Di
contro proviamo a leggere una piccola testimonianza di una grande Santa
capace di illuminare la vita di chi desidera fare esperienza di Dio, S.
Gemma Galgani: "Figlio
tuo, fratello mio: salvalo Gesù. Perchè oggi non mi dai più retta, Gesù?
Te ne ha fatte tante, ma te ne ho fatte più io. Salvalo, Gesù, salvalo.
Per un'anima sola hai fatto tanto, Gesù, e per quella lì non la
vuoi salvare? Stà buono, Gesù, non me lo dire così. A me non mi dai
retta, a chi devo ricorrere? Il sangue l'hai versato per lui come per
me...Non mi alzerò più di qui; salvalo. Dimmelo, dimmelo che lo salvi.
Mi offro vittima per tutti, ma particolarmente per lui; ti prometto di non
ricusarti nulla...Me la dai? E' un'anima!... Pensaci, Gesù: è un'anima
che ti è costata tanto! Diventarà buono, non lo farà più vedrai. E'
salvo, Gesù, è salvo? Sei giusto, ma sei anche misericordioso. Non cerco
mica la tua giustizia, ma la tua misericordia. Ma l'hai reso
salvo?...Allora non è più fratello mio: ora è diventato buono, e io
sono sempre cattiva. Voglio essere buona anch'io. Hai vinto, Gesù:
trionfi sempre te. Trionfa, trionfa! te lo chiedo per carità. Me ne
avvedo, Gesù: peggio di me non la potevi trovare. Per gloria tua ora me
l'hai reso salvo: son tanto contenta. Se me ne dai uno per giorno,
figurati, Signore...O Gesù, non li abbandonare i peccatori. I miserabili
son meglio accolti...Prego per loro e per me...Ma pensami ai peccatori: li
voglio tutti salvi...tutti. Stasera rispetto le cose mie, le cose tue, Gesù".
(Estasi 8°, S. Gemma)
E'
proprio questo che intende Gesù nel Vangelo di oggi, desidera che il
nostro cuore si apra alla salvezza dei nostri fratelli, soprattutto quelli
che Gesù stesso reputa i più bisognosi: i peccatori, i nostri nemici,
quelli che noi cristiani difficilmente riusciamo a perdonare. Il
Signore ci chiede di pregare per loro, ci chiede in fondo un piccolo
sacrificio e, se riusciamo ad andare oltre il gesto che ci viene chiesto,
scopriremo che in fondo Gesù sta tentando di convertire il nostro cuore
all'amore: ci chiede di inchiodare sul legno la nostra cattiveria, la
nostra mancanza di attenzione, la nostra indisponibilità, il nostro
egoismo. Se proviamo a pregare come Santa Gemma per il nostro
"nemico" il nostro cuore si riempirà dell'amore di Dio, faremo
esperienza di quel calore che solo il Signore può donarci con la sua
infinità bontà.
Per
un confronto personale
-
Amare i nemici. Sono capace di amare i miei nemici?
-
Contemplare in silenzio Gesù che, nell'ora della sua morte, amava il
nemico che lo uccideva.
6
marzo: Venerdì della I settimana di Quaresima
Va’
a riconciliarti con il tuo fratello
Gesù
vuole farci "salire" con lui a Gerusalemme: egli non vuole che
noi restiamo nella "pianura". Vuole che siamo "perfetti
come il nostro Padre"! Com’è possibile questo? La perfezione che
Gesù ci mostra, non lo capiremo mai abbastanza, non si pone sul piano
della giustizia: non si tratta di voler esercitare alla perfezione tutte
le virtù morali, di non commettere nessun errore nei confronti della
legge di Dio. Ne siamo veramente incapaci! Si tratta piuttosto di imitare
prontamente il Padre in ciò che più gli è proprio: il suo amore
misericordioso e senza limiti. Si tratta di avere nei nostri cuori i
sentimenti di veri figli e figli del Padre. Con ciò, Gesù ci chiede
soprattutto una delicatezza estrema nei nostri rapporti di fratellanza.
Non arrabbiarsi mai con un fratello, non trattarlo mai da stupido, non
fosse che con il pensiero, non è cosa da poco! Ma Gesù che conosce
benissimo il cuore del Padre, dà una tale importanza all’amore fraterno
da arrivare a raccomandarci di "lasciare il dono davanti
all’altare" per andare a riconciliarci con un nostro fratello.
Difatti, ci capita talvolta di percepire come un’ombra, come un peso sul
nostro cuore, e abbiamo un bel pregare: nostro Padre sembra lontano; è
probabilmente perché serbiamo un risentimento, una tentazione di collera,
un rancore nei confronti di un fratello. E Dio attende che noi perdoniamo.
Tale è la legge costante della misericordia: la riceviamo dal Padre nella
misura in cui la professiamo con i nostri fratelli. Ma è l’amore
infinito che abita nei nostri cuori che ce ne rende capaci.
Riflessione
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